I racconti di Satrampa Zeiros – “Lo stame perduto” di Alessandro Vittori

“Incontrerete la morte”, mi profetizzò l’oracolo.

Questo riferii al mio signore.

Nessun uomo di senno avrebbe tentato un’impresa dal preludio tanto nefasto; nessuno, eccetto Atreus. A lui il vaticinio della Pizia strappò un ghigno di sfida.

«Preparate la nave» ordinò il trierarca.

Diversi marinai protestarono: dissero che non era saggio sfidare la sorte, bensì sarebbe stato meglio offrire un sacrificio agli dei e godere dei proventi accumulati nelle ultime vittorie.

All’udire delle lamentele, il comandante rise. «Un tempo eravamo nessuno: avevamo padroni, chinavamo la testa, schiavi obbligati a servire. Oggi siamo uomini liberi. Chiunque vorrà, potrà restare a terra. Gli altri si preparino, salperemo all’alba.»

Atreus era nato in catene, ma con il sangue aveva conquistato la sua libertà. Nelle aspre terre della Laconia, più di un polemarco spartano avrebbe pagato in talenti il peso della sua testa. Tuttavia, i cacciatori di taglie che avevano provato a infilzarla su una picca giacevano scomposti sul fondo del mare, o le loro carni erano state disperse dalle fiere e dai saprofagi, senza alcun obolo per il traghettatore.

Sebbene condivideva le umili origini dei suoi uomini, in lui c’era un che di diverso: una fiamma gli ardeva nel petto. Un peccato mortale.

 

L’Eleutheria salpò nel freddo chiarore del giorno. Dei duecento schiavi liberati, che componevano l’equipaggio della trireme, nessuno rimase indietro.

Facemmo vela verso Ovest. Lasciammo dietro di noi il grembo dell’amata Grecia, intenti a inseguire una leggenda.

«Credi davvero alle farneticazioni di quel pazzo ubriaco?» disse Glaphyra, la barbara di Ceo, dando voce al dubbio che albergava in molti di noi.

«Se così non fosse, saremmo ancora alla fonda» rispose laconico il comandate. In piedi a poppa mirava la linea dell’orizzonte, beandosi del vento che gli scarmigliava i lunghi capelli cinerei.

«Forzieri ricolmi di dracme in delle fantomatiche rovine emerse dagli abissi, per non parlare della balla sullo stame perduto di Atropo…» commentò scettica la donna. «In quella bettola devi esserti bevuto il cervello, Atreus!»

Forse Glaphyra aveva ragione. Da quando aveva ascoltato la storia di quel vecchio, a suo dire l’unico sopravvissuto del naufragio di un mercantile, il mio signore smaniava di fare vela verso Antipaxos. In preda al vino, il marinaio aveva vaneggiato a lungo di una terra portata a galla dal mare, sepolcro di ricchezze dimenticate, e sulla dipartita dei suoi compagni. Ad ogni modo, ad accendere la brama di Atreus non era stato il richiamo dell’oro e dell’argento, bensì la voce riguardante l’artefatto: l’unico stame sottratto alle Moire da un mortale. Il nome di colui che riuscì a beffare le tessitrici del fato era stato dimenticato da tempo, ma le sue gesta erano entrate nel mito. Si narrava che quest’uomo, senza nome e senza volto, avesse varcato la soglia dell’Oltretomba prima dello scadere dei sui giorni e che fosse riuscito a rubare il proprio filo vitale, sottraendolo ad Atropo e alle sue cesoie.

Una storia come tante altre.

«Posso farti una domanda, mio signore?» chiesi avvicinandolo. Una questione continuava a tormentarmi dalla sera precedente.

«Ti ascolto» mi disse.

«Perché andare dall’oracolo? Avevi già deciso di ignorarne il responso, non è così?»

Egli mi guardò compiaciuto. «Perspicace come sempre, Xenon» disse dandomi una pacca sulla spalla.

Non che uno straniero come me potesse comprendere la mente dei greci, ma volevo almeno tentare. «Il consulto ti è costato» gli feci presente. Aveva speso buona parte dei suoi averi.

«Magra cosa è il denaro» mi disse con franchezza. «Mi chiedi perché. Ebbene, voglio dimostrare agli uomini che possono liberarsi dalla paura. Se le voci dicono il vero e noi riuscissimo a recuperare l’artefatto, allora avremmo qualcosa che nemmeno gli dei possiedono. Qualcosa capace di renderci più potenti di loro» aggiunse in modo che tutti potessero udirlo. «La possibilità di essere padroni del nostro destino.»

«E come pensi di fare?» domandai.

«Faremo uno scambio. Daremo ad Atropo la possibilità di sanare il torto subito. Le concederemo l’unica vita che non ha mai preso.»

Dal ponte, Chrestos scosse il capo. «Stiamo commettendo un errore» commentò burbero l’oplita. «Partire comunque, in barba alla predizione. Ve lo dico io, verremo puniti per la nostra arroganza.»

«Potevi restare a terra, vecchio» vociò di rimando il comandante.

«E mandarti da solo nell’Ade, ragazzo? Uhm… Una buona idea, certo. Poi, però, avrei dovuto sorbire le doglie di tutte le donne e dei figli bastardi che hai disseminato per l’Egeo.»

Ridemmo, ma era vero. Avremmo seguito quell’uomo fino ai confini del mondo.

 

L’Eleutheria cavalcò le onde per un intero giorno. Man mano che ci avvicinavamo alla destinazione, il clima a bordo si faceva greve: gli uomini divennero taciturni, mentre un vento siderale iniziò a farci tribolare.

«Zeus presto scatenerà la sua furia» osservò preoccupata Glaphyra nell’annodare una fune. Guardava a occidente.

Levai anch’io lo sguardo. In lontananza si profilavano nubi di tempesta: nere come non ne avevo mai viste, tagliate da lampi serpeggianti, avanzavano rapide verso di noi. Passò poco prima che iniziassimo a udire il cupo rombo delle folgori. Avremmo potuto cambiare rotta; forse, con un pizzico di fortuna, saremmo riusciti a trovare riparo in qualche insenatura della costa. Istintivamente cercai Atreus. Era a prua assieme a una decina di marinai. Gli uomini smanacciavano e preoccupati scuotevano la testa. Non li udii, ma vidi i volti di molti farsi amari.

«Credi valga la pena di rischiare tanto? I tuoi uomini, la tua nave…» gli dissi quando tornò a poppa. Mi illudevo di spingerlo alla ragione.

«Non ci ritiriamo, non ci arrendiamo» tagliò corto. Tornò a scrutare le nubi. «Per quanto ne sappiamo, il luogo si trova nei pressi di Antipaxos. Siamo vicini, ormai. Lo sento.»

Un fulmine fendette il cielo sopra di noi e un boato assordante crepitò per miglia e miglia. La pioggia cominciò a picchiettare sul ponte.

«Il signore dell’Olimpo ci porge i suoi omaggi» disse con riso sprezzante il mio signore. «Prendi la lira, Xenon, contraccambiamo il saluto.»

«Vuoi farmi suonare nel mezzo di una tempesta?!» esclamai incredulo.

«Non solo, dovrai cantare!»

 

Fu una follia. Alla collera del dio del cielo, si aggiunse quella del fratello in terra: Poseidone scosse le acque dall’abisso.

Non so per quanto lottammo contro le onde. Non so dove trovammo la forza… Forse quando messi alle strette, in quei momenti in cui le infinite scelte della vita si riducono essenzialmente a due, vivere o morire, siamo capaci di tirar fuori il meglio di noi.

Di quel caos ricordo ben poco: le grida degli uomini, i flutti che si infrangevano come colpi di ariete sullo scafo, l’acqua che invase il ponte e trascinò via alcuni sfortunati nelle profondità. Se mi fermo, posso sentire ancora il rollìo della nave e il terrore del capovolgimento insinuarsi sotto la pelle. La nostra storia avrebbe potuto concludersi là, in quel tratto di mare, per sempre dimenticati.

La voce di un giovane marinaio sovrastò la notte. «Terra!» Urlava dal parapetto con il braccio steso verso il vuoto.

La vedemmo, l’isola di Antipaxos si ergeva cupa alla nostra destra. Eravamo fuori rotta.

«Spiegate le vele!» ordinò il comandate.

Così facendo, con un pizzico di fortuna avremmo potuto recuperare la direzione, ma ci saremmo altresì esposti alla furia del vento. Un folle gesto per una situazione disperata.

Non appena venne liberato dalle corde che lo tenevano stretto, il drappo rosso si tese violentemente e l’aquila d’argento, simbolo dell’Eleutheria, spiegò le ali. La nave accelerò, mentre i timonieri lottavano contro la corrente per far virare la nave.

Chinammo pericolosamente.

Non volli guardare. In quel momento ricordo di aver pregato, però, oggi come allora, non saprei dire a chi fossero rivolte le mie parole.

Contro ogni aspettativa recuperammo la rotta.

«Rematori, al mio comando!» gridò Atreus, alzando in alto il braccio.

Di lì a poco avremmo dovuto rallentare la nostra corsa e gestire la nave per l’ormeggio, cosa tutt’altro che facile in quelle condizioni.

Non ebbe il tempo di dare l’ordine. L’albero maestro scricchiolò e con un rumore secco si spezzò a metà e, prima ancora che potessimo rendercene conto, venimmo sbalzati fuori bordo.

 

L’oscurità mi avvolse. Ero immobile e cieco, con il corpo pervaso dal gelo. Ebbi paura, non me ne vergogno. Dovevo essere morto, ma le porte dell’Ade non si sarebbero aperte per me: come i senza tomba sarei stato condannato a vagare in eterno nel mondo terreno, sino a quando non avessi ricevuto una degna sepoltura. Fu questa tremenda consapevolezza a scuotermi.

Ripresi coscienza lentamente. Ero disteso supino, fradicio e intirizzito. Respirai a pieni polmoni. Ero vivo.

Con enorme fatica mi tirai su. Fu in quel momento che la vidi. L’Eleutheria giaceva in pezzi, dilaniata dagli scogli sui quali ci eravamo inconsapevolmente schiantati. Tra le rocce, l’equipaggio: qualcuno implorava aiuto, qualcun altro si aggirava per prestare soccorso.

«Xenon, tutto intero?» chiese una voce alle mie spalle. Chrestos mi guardava provato. Il vecchio oplita aveva una gamba fasciata.

Annuii debolmente. «Tu?» feci di rimando.

«Nulla di grave» asserì. Mi diede una mano ad alzarmi.

«Per tutti gli dei, cos’è successo?» domandai.

«È successo che quel pazzo ubriaco aveva ragione. Il mare ha davvero vomitato qualcosa. Guarda tu stesso.»

Avevamo i calzari immersi nell’acqua che ci arrivava fin sotto al ginocchio e calpestavamo rovine di una civiltà passata, atlantidea o minoica. Conoscevo Antipaxos, ma non quel luogo: sembrava essere un’appendice dell’isola stessa che, per qualche ragione, era riemersa dalle profondità. Poco più in là, la terra saliva verso un piccolo promontorio: un unico fatiscente palazzo si ergeva ancora sulla cima, a circa un miglio da noi.

«Non dovremmo essere qui» borbottò il vecchio oplita annusando l’aria. «Quest’isola è malvagia.»

 

Settantasei uomini e una nave, questo fu il prezzo da pagare per arrivare sin là. L’Eleutheria giaceva sventrata in una secca, mentre i superstiti si erano radunati all’asciutto, in modo da prestare soccorso ai feriti.

«Quanti vogliono fermarsi, si occupino di chi ha bisogno. Chi vuole spendersi fino alla fine, mi segua.» Atreus era in piedi con indosso la corazza: da sotto l’elmo scrutava i ruderi che capeggiavano sull’altura.

«Mio signore,» lo chiamai in modo che tutti potessero udirmi, «aspettiamo il domani così da recuperare le forze» consigliai.

Egli si volse: i suoi occhi  brillavano di truce determinazione. «Non attenderò che fame e stanchezza impongano il loro tributo.»

«Gli uomini sono esausti» fece notare Glaphyra.

«Allora restate, recuperate quanto si può salvare della nave e preparatevi a ripartire. Io vado, non sentitevi obbligati a seguirmi» concluse.

Parole che suonarono dure, almeno per me. Avevo un obbligo nei confronti del comandante, un debito di vita. Così, nonostante il mio cuore volesse solo fuggire, decisi di andare.

Recuperammo dell’equipaggiamento dalla nave e ci preparammo.

Quel momento resterà per sempre impresso nella mia mente. Nessuno parlava, si udivano esclusivamente il tintinnio del metallo e il frusciare dei legacci di cuoio; qualcuno batteva sullo scudo, come a volerne saggiare la solidità, qualcun altro assicurava gli schinieri.

Ricordo di aver estratto la spada. Non ero un guerriero, non lo sono mai stato, ho sempre preferito il canto e la musica all’arte della guerra. Tuttavia, quella volta mi apprestavo a combattere davvero. Portai l’arma davanti a me e ne esaminai il filo, così come avevo visto fare infinite volte dal vecchio Chrestos. Sebbene mi sforzassi di controllarla, la mano tremava.

«Attento a non tagliarti» ridacchiò divertita Glaphyra alle mie spalle.

Abbassai vergognoso la lama e mi girai, ma non trovai parole per protestare. I miei occhi caddero su linee ben più morbide di quelle di una spada. La barbara di Ceo era dietro di me: aveva intrecciato i capelli castani, com’era solita fare prima di una battaglia, e si preparava a indossare l’armatura. La tunica bagnata le aderiva al corpo come il panneggio di una statua, mettendone in risalto le forme perfette.

È strano rimanere incantati dalla bellezza nel prepararsi alla morte, per un momento la paura se ne va e lascia spazio a un altro tipo di confusione, più tenera e dolce.

Rimasi lì mentre si vestiva. Lei non fece caso a me, o se mi notò, non mi diede peso.

 

La pioggia aveva smesso di cadere quando ci mettemmo in marcia: il trierarca in testa fiancheggiato dai luogotenenti, mentre io venni assegnato alla retroguardia.

Cercammo un modo agevole per salire. Il terreno, disseminato di macerie e alghe, ci costringeva ad avanzare lentamente e con cautela.

Avevamo costeggiato parte dell’isola, quando incappammo in una piccola imbarcazione alla quale era toccata la medesima sorte dell’Eleutheria. Da un rapido sopralluogo, rinvenimmo casse piene di stoffe e altre merci di discreto valore. Capimmo di trovarci  davanti a un mercantile. Una coincidenza? Impossibile, incominciavano a essere troppe. Quella doveva essere la nave su cui aveva viaggiato l’ubriaco superstite. Eccezion fatta per il carico, che era finito sparso nei dintorni del relitto, il luogo era pressoché deserto. Poco distante dalla nostra posizione, scorgemmo ciò che restava di una vecchia strada lastricata: probabilmente, un tempo, collegava la città al palazzo soprastante. Sembrava condurre proprio dove volevamo arrivare.

Decidemmo di proseguire, avremmo recuperato le merci in un secondo momento.

«Tracce di passaggio» avvertì Chrestos indicando con la lancia il terreno.

Le orme di una dozzina di uomini erano impresse nel suolo secco: salivano, come noi.

«Andiamo a scoprire se le leggende sono vere» disse Atreus in tono ardito. «Allerta, uomini!»

La strada era malagevole, piena di buche e ostruita parzialmente da colonne che un tempo fiancheggiavano la via, ma ben più praticabile se paragonata al cimitero di pietre alle nostre spalle.

Nessun suono attraversava l’aria: dominava il silenzio del disfacimento, accompagnato solo dal battito martellante del cuore e da un odore acre simile a cenere.

Raggiungemmo la cima e davanti a noi si parò l’edificio che avevamo intravisto da basso. Un luogo desolato, morto, tronfio di una calma tanto innaturale da far tremare le caviglie e i polsi.

«Controllate il perimetro» ordinò il comandante, poiché l’ingresso principale era inaccessibile.

Una manciata di uomini andò in avanscoperta. Tornarono poco dopo asserendo che gran parte della struttura era crollata, ma di aver trovato un varco nel lato opposto.

Così penetrammo nella rovina.

 

L’interno era freddo e tetro. Non vi erano finestre né lumi e la volta sfondata illuminava a malapena l’ambiente. Pensammo bene di accendere delle torce. Il tenue calore delle fiaccole mi rinfrancò.

Attraversammo un paio di stanze prive di ogni decoro: il tempo e l’acqua avevano lavato ogni cosa, lasciando giusto qua e là ombre di affreschi che dovevano aver abbellito la dimora secoli addietro.

Imboccammo un corridoio e sbucammo in quello che in passato doveva essere stato il portico centrale. Due file di colonne reggevano strenuamente quanto restava del tetto, nonostante le crepe lungo i fusti minacciassero un cedimento da un momento all’altro.

«Sparpagliatevi, cercate nelle camere adiacenti» comandò Atreus. Una nota di agitazione vibrò nella sua voce.

«Tu guarda come finisce questa storia… Una nave distrutta per quattro sassi!» commentò acida Glaphyra.

Per un attimo lo sperai anche io. Alla malora quel dannato viaggio: seppelliti la nave e i morti, nel giro di un giorno avremmo trovato un passaggio ad Antipaxos e in men che non si dica saremmo tornati a gozzovigliare in qualche taverna.

Bene, pensai, prima chiudiamo questa storia e prima torneremo alla nostra vita. Con questo pensiero iniziai a cercare.

A volte il fato può essere crudele.

L’edificio aveva conformazione labirintica: molti passaggi erano ostruiti da crolli interni, tanto che per continuare l’esplorazione bisognava tornare spesso sui propri passi.

Il comandante aveva ordinato di muoverci a coppie, tuttavia, giunti a una biforcazione, suggerii al mio compagno di separarci: nonostante il luogo mi mettesse in soggezione e desiderassi ardentemente uscire, ero consapevole  che il mio signore non si sarebbe dato per vinto, almeno sino a quando non avessimo perquisito quei ruderi da cima a fondo. Al di là dell’inquietudine, il maggior pericolo sarebbe stato finire sotto le macerie a causa di un crollo improvviso. Una preoccupazione futile, se paragonata alla situazione.

Così, nel mio solitario vagabondare, finii nell’unico luogo che non volevo trovare. Mi ritrovai dinanzi a una camera diversa da ogni altra. Un architrave sovrastava l’ingresso: riportava incise parole arcaiche appena leggibili.

«Qui riposa senza riposo» lessi.

Guardai oltre l’arco. Alla luce della torcia vidi qualcosa capace di mozzarmi il fiato: oro e argento, tanto denaro da coprire il pavimento; cumuli giacevano sparsi davanti a me, assieme a gioielli e ad altre squisite ricchezze.

Non saprei dire quanto tempo rimasi lì, sulla soglia di quella che doveva essere la sala del regno di un vecchio tiranno, dimentico di ogni paura. Quando mi riscossi, tornai indietro.

«L’ho trovato» ripetevo forsennatamente. «L’ho trovato!»

Feci da guida, condussi i miei compagni nelle viscere dell’edificio.

«È laggiù!» gridai. Corsi in avanti con la torcia, come un tedoforo diretto a Olimpia.

Giunti alla soglia, tutti rimasero increduli dinanzi ai tesori, mentre io restai esterrefatto dai bracieri accesi e da colei che era sul trono.

Una donna mora, dalla pelle olivastra e i tratti regali, sul cui capo svettava una tiara piumata. Indossava una tunica nera impreziosita d’argento,  tanto leggera da coprirla a stento, mentre le braccia e le mani erano adornate da gioielli a spirale. Una  lunga collana d’oro bianco le cingeva il collo. Sedeva con i gomiti poggiati ai braccioli e le gambe sinuose accavallate.

Una bellezza rara e splendente.

«Benvenuti.» Con una semplice parola, dolce e melliflua, ci accolse. «Dichiarate il vostro nome, se siete qui per un’udienza.»

Il comandante fece un passo avanti.

Glaphyra disse qualcosa, ma non le prestai attenzione: avevo gli occhi fissi, attratti da quella visione. Com’era possibile che una creatura tanto divina si trovasse lì? Come poteva essere sopravvissuta? Probabilmente avevamo davanti una semidea, ipotizzai. Nient’altro avrebbe potuto spiegare l’aura di maestosità che la circondava.

«Il mio nome è Atreus e questi sono gli uomini sotto il mio comando» chiosò il trierarca. «Dannazione, ho incontrato molte splendide etere nella mia vita, ma nessuna sarebbe paragonabile a te, mia signora!» Un’osservazione avventata, inopportuna, scaturita dal desiderio di possedere colei che aveva davanti.

Una smorfia di sdegno attraversò il viso di lei, nel sentirsi paragonare a una prostituta.

«Al cospetto di chi siamo?» mi affrettai ad aggiungere, nella speranza di porre rimedio all’imprudenza del mio signore.

Il trierarca mi scoccò un’occhiataccia da sotto l’elmo, ma lei schiuse le labbra in un sorriso indulgente.

«Il mio nome è Nashira, sovrana di Nathaxos, e questa è la mia casa» rispose con dignità. «Tu chi sei, fedele servitore?»

«Xenon, aedo errante» mi presentai eseguendo un inchino.

«È a me che devi rivolgerti, regina» intervenne Atreus, risentito dalle attenzioni a me date.

«Ebbene, così sia» disse ella. Si alzò in piedi rivelandosi alta il doppio di un essere umano, ma non per questo la sua bellezza ne risentì. Allargò le braccia in segno di accoglienza. «Ad ogni modo, ti supplico di mettere via lance e spade. Non è modo di stare al mio cospetto.»

«Deponete le armi, uomini!» comandò il trierarca. Rinfoderò la lama e tolse l’elmo. Dopodiché fece un paio di passi, ma lei lo bloccò.

«Sembra che i tuoi abbiano delle riserve, capitano» proferì sorpresa.

Ci voltammo confusi.

Uno di noi stringeva convulsamente le dita attorno a un’ascia. Conoscevo l’elmo alato di quel guerriero: lo avevo visto poc’anzi, ma non ne ricordavo il nome.

«Un uomo tanto spavaldo da contravvenire a un ordine diretto. Se fosse stato uno dei miei sudditi, lo avrei fatto giustiziare.»

Atreus sfoderò la spada, pronto a punire l’insubordinazione.

Il guerriero buttò via l’elmo alato. Il mio sguardo inebetito incontrò un viso sormontato da lunghi capelli intrecciati.

«Una donna!» latrò la sovrana dimenticata.

Glaphyra serrò la presa sul manico dell’arma e la scagliò. L’ascia da lancio disegnò un arco, scavalcò il trierarca e si conficcò nel petto della signora di Nathaxos.

Ella gemette e il suo dolore sembrò essere il mio. Riaprii le palpebre, quasi con le lacrime agli occhi.

La bellissima donna, paragonata da me a una semidea, era in realtà una creatura divisa: per la metà inferiore aveva un massiccio corpo di serpente, mentre quella superiore, nuda e squamata, ricordava grottescamente la regnante. Le braccia erano protette da scaglie e le mani terminavano in lunghi artigli, capaci di sventrare un cavallo. Nessuno dei preziosi le era rimasto indosso, eccezion fatta per la lunga collana bianca attorcigliata al collo.

Cumuli d’ossa presero il posto dell’oro e tra questi spiccavano i cadaveri esangui degli ultimi caduti nell’inganno. La sala del trono era in realtà una tomba.

La fascinazione era stata spezzata: alcuni di noi mantennero la posizione, altri indietreggiarono spaventati.

La creatura strappò l’ascia dal petto e ruggì famelica.

«Lamia!» Il grido di Glaphyra riscosse gli animi.

Eravamo finiti nella tana di uno dei peggiori abomini che infestano il mondo. Lamie, esseri frutto di una maledizione inflitta alle donne dagli dei, cacciatrici di uomini condannate a bere  sangue per l’eternità.

L’urlo della barbara di Ceo suonò come una chiamata alle armi. Atreus fu il primo a muoversi, seguito dal vecchio Chrestos e Glaphyra, sulla quale la malia della creatura non aveva avuto effetto. Il comandante e i luogotenenti si lanciarono all’attacco, seguiti dai più valorosi tra noi.

Tre giavellotti saettarono contro l’essere: uno mancò il bersaglio, mentre altri due colpirono la metà serpentina senza però riuscire a penetrarne la pelle squamata.

Il mostro contrasse il corpo e con un balzò si avventò sul trierarca. Gli artigli mirarono al capo scoperto, ma si conficcarono nello scudo tondo del mio signore. Con uno stridio e una forza inumani, la creatura scagliò in aria Atreus, schiantandolo tra le ossa; dopodiché, prima ancora che potessimo reagire, sventrò due marinai.

«A me!» abbaiò Glaphyra. Avanzò di lato cercando di portarsi sul fianco, seguita da una dozzina di uomini.

Avevamo la superiorità numerica dalla nostra: se l’avessimo circondata, avremmo potuto avere una possibilità.

Chrestos sollevò la lancia e caricò il braccio: sferrò due rapidi affondi al basso ventre, dove il corpo di donna si collegava a quello di rettile. Il vecchio sapeva dove colpire. In quel punto la mobilità della lamia era limitata e la pelle non così spessa. L’oplita rimase stoico sul fronte, tagliando così al mostro l’unica via di fuga.

Io rimasi paralizzato dall’orrore: udivo solo il cozzare di scapole, vertebre e costate frantumate sul pavimento. Colpi secchi e tonfi. Ferro, carne e ossa: un vortice di sangue  al cui centro la mostruosità troneggiava, falciando le vite dei miei compagni come spighe di grano durante la mietitura.

Abbassai lo sguardo: tremavo. La spada, che fino all’entrata reggevo nella mano, era caduta a terra in mezzo ai crani. Orbite vuote ora mi fissavano, vittime senza nome erette a giudici invisibili attendevano una mia decisione. Sarei fuggito come un codardo o sarei rimasto a combattere? Non ero un guerriero, non lo sono mai stato. Uomini migliori di me erano già caduti e io avrei fatto poca differenza.

Raccolsi la spada.

Mi feci avanti pronto a vendere cara la pelle, quando vidi il corpo del mio signore scuotersi. Era ancora vivo. Lo avvicinai, lo schianto al suolo doveva averlo stordito. Tuttavia come l’afferrai per tirarlo su, egli emise un mugolio di dolore: un osso acuminato aveva sfondato l’armatura all’altezza del fianco e il sangue colava copioso.

Mi rivolse un sorriso tirato. «Forse avevi ragioni tu. È stata una pessima idea.»

Atreus alzò lo sguardo. Vide le spire della lamia attorcigliarsi al vecchio Chrestos in un abbraccio mortale.

Seguì un rumore agghiacciante. L’oplita cadde.

Eravamo gli unici rimasti.

«Sono pronto a morire» disse il mio signore.

Sì, pensai, lo sono anch’io.

«Dammi la spada, Xenon»

«Come, mio signore?»

Mi guardò dritto negli occhi. «Ricorda chi eravamo.»

Così disse. Raccolse la sua arma, prese la mia.

Sarei dovuto andare, invece rimasi a guardare, a osservare un mortale affrontare l’incarnazione stessa della morte. Tra ossa e cadaveri di compagni mulinava le spade: tagliava e affondava, parava e scartava, scivolava e si rialzava. Più volte gli artigli della lamia fecero breccia nella corazza, più volte Atreus conficcò il freddo metallo nel corpo del mostro. Mai combattimento è stato né sarà tanto feroce quanto quello di quei due titani.

Però, tutti hanno un limite. All’ennesimo colpo ricevuto, il trierarca cadde in ginocchio.

La creatura sogghignò nell’avvolgere la coda attorno all’avversario sconfitto. «Stupido uomo» sibilò trionfante. Lo prese e lo sollevò portandolo dinanzi a sé, faccia a faccia. «Io sono Nashira, signora di Nathaxos.» Serrò le spire, infierì sul mio signore che si ostinava a reggere la spada. «Io sono colei che ha ingannato la morte» disse chiudendo ancor di più la presa mortale.  «Io sono la senza riposo. Atropo stessa non ha potere su di me!»

«Io sono Atreus!» In un ruggito liberatorio, conficcò la spada alla base del collo di lei. Non so dove trovò la forza per quell’ultimo atto. La lama si spezzò ed entrambi caracollarono al suolo sotto il mio sguardo incredulo.

Corsi dal mio signore, ma nel chinarmi su di lui mi accorsi che era ormai lontano.

Ero l’ultimo, toccava a me informare gli altri.

«Ricorda chi eravamo» così aveva detto. Meditavo su questo quando notai un baluginìo bianco tra le ossa. La collana della creatura era stata recisa. La presi e nel farlo avvertii una sensazione indefinibile. Che fosse davvero lo stame perduto di Atropo? Sì, doveva.

La terra tremò.

Fui tentato di portarlo con me, un artefatto simile sarebbe valso una fortuna. No, quell’oggetto apparteneva al mio signore.

Un’altra scossa attraversò il suolo. Capii che l’intero edificio era pronto a cadere.

Arrotolai lo stame attorno alla mano del comandante, lo baciai e fuggii.

Correndo e incespicando, percorsi a ritroso le rovine del palazzo che venivano giù sotto i colpi squassanti dell’isola.

Non ho memoria di come feci a raggiungere l’esterno, rammento solo che quando arrivai fuori, il mare aveva raggiunto il promontorio. Nathaxos si stava inabissando e io con essa.

L’acqua mi avvolse. Che sciocchi eravamo stati, l’oracolo aveva parlato.

 

Sprofondai nelle tenebre. Tutto svanì: paura, tristezza, rammarico, vergogna. Silenzio, ecco cosa trovai. Pace.

Fu in quel momento che assistetti a qualcosa che tutt’oggi non saprei definire. Rividi la spiaggia maledetta sulla quale eravamo naufragati e l’Eleutheria. Rividi tutti i miei compagni, morti e lasciati indietro. Rividi la bella Glaphyra, il vecchio Chrestos e il prode Atreus con lo stame.

Infine, vidi lei, una vecchia ammantata di nero con nelle mani un paio di cesoie. Atropo era infine venuta.

Là vidi degli uomini contrattare con la morte.

Altro non mi fu concesso.

Mi risvegliai sulla barca di un pescatore. Quel pover’uomo sosteneva di avermi raccolto dal fondo del mare. Quando lo interrogai sull’isola di Nathaxos e sul terremoto, lui mi guardò come si confà a un pazzo e mi consigliò di bere meno. Lo avrei pensato anche io, se non avessi avuto indosso l’armatura.

Venni sbarcato al porto di Antipaxos e da lì andai per la mia strada.

 

«Dicono che per gli spartani non vi sia morte migliore di quella ottenuta sul campo di battaglia, ma il mio signore non era uno spartano. Era sì cresciuto in Laconia, ma da schiavo. Dovetti riflettere a lungo, ma credo di aver capito infine. Egli scelse di spezzare le catene degli uomini, degli dei e persino della morte. Egli scelse di essere libero. Credo in cuor mio che ci sia riuscito.»

«Da’ retta a me, hai perso il senno, Xenon!»

«Puoi dirlo forte, amico mio! Ad ogni modo, credo che questa storia ben valga una coppa di vino!»

 

Xenon, aedo errante

Scritto da Alessandro Vittori

Alessandro Vittori, nato l’8 settembre del 1991 a San Benedetto del Tronto. Cresciuto tra le dolci colline marchigiane a suon di pizza, pessime letture, giochi di ruolo e wargames tridimensionali, oggi conduce una vita ritirata in campagna. Alterna le sue giornate tra lavori agricoli e scrittura, nella speranza, un domani, di emergere e poter vivere di questa.

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