“IL VAGABONDO” di Samuele Baricchi – CICLO DELLA LOCANDA DEI CANCELLI DELLA NOTTE

Mi guardo attorno nel frastuono della locanda.

Ho vissuto innumerevoli vite, nel ciclo eterno delle stagioni, tra il Sole e la falce di Luna appena sopra il far della sera, il crepuscolo cullava i miei pensieri, mentre mondi distanti si disfacevano sotto al mio sguardo.

Il fuoco di epoche lontane, consumava il tempo, e nient’altro che un senso di infinita incomprensione e comprensione assoluta nel medesimo istante, pervadeva ogni brandello della mia carne mortale.

Spirito e carne che si muovono, per sempre, e per sempre ritornare qui, nella locanda.

Nani chiassosi ed elfi dallo sguardo penetrante e fiero bevono e ridono sguaiatamente.

Con i capelli davanti al volto, guardo il mondo con occhi vecchi, ma mai stanchi, mai abbastanza saggi.

Mai smetto di interrogare e contemplare il cielo notturno, tra le immense distanze tra le stelle luminose, e fredde, lontane.

La notte, fuori dalla locanda, era silenziosa come me, vagabondo tra i vagabondi.

Sentivo, aguzzando l’orecchio e un altro tipo di sguardo, differente da quello degli uomini, il vociare melodioso dei grilli, e il canto di un gufo, e i passi di un cervo, nel profondo della foresta scura e illuminata dalla fioca luce lunare.

Stelle danzanti sopra le pianure, antiche storie raccontate dal cielo notturno. Antiche storie raccontate dalla notte.

Io che vagabondai per innumerevoli vite, esistenze buttate, ed esistenze vissute fino in fondo, come se ogni attimo fosse l’ultimo, avevo qualcosa da raccontare. Avevo una storia da narrare.

Raccontai al mio tavolo, interrompendo il frastuono della locanda, con un sottile incantamento, ammutolendo tutti i presenti, rivolgendo la loro attenzione verso di me, dell’epoca lontana e antica in cui le stelle caddero sulla terra, sotto forma di divinità dagli infiniti nomi.

Ricordo lo stupore nel mio monastero, quando io e gli altri discepoli guardammo gli astri cadere.

Con scie verdastre e viola il cielo notturno s’illuminò, e c’era chi, spaventato, pensava alla fine dei giorni e dell’universo.

Ma io non ero spaventato, ero semplicemente e genuinamente e spontaneamente meravigliato.

Le scie degli astri cadenti formavano disegni simili a orbite celesti, danzando nello spazio, solcando i cieli come navi del nord che solcano oceani sterminati, giganteschi.

Gli Dei dai Molti Nomi bussarono alle porte del monastero.

Eterei, con volti splendenti, con un’energia che non apparteneva a nessun mondo, simili agli elfi delle montagne, parlavano senza parlare, e guardavano senza guardare.

Ricordo che uno di loro mi guardò, e mentre i miei confratelli abbassavano lo sguardo intimiditi, io guardai negli occhi del dio.

E vidi l’infinito dispiegarsi del tempo.

Oltre ogni confine e limite umano, oltre ogni considerazione di mortalità, e di finitudine, e di caducità, un istante eterno, immobile, spiraliforme, infinito, assoluto, privo d’ogni sensazione e pieno di tutte esse nel medesimo istante.

“Vieni con me” mi disse.

Annuii.

Gli altri confratelli mi guardarono con stupore e meraviglia, nemmeno l’Anziano aveva osato parlare con gli Dei dai Molti Nomi, se ne stava rattrappito sul suo seggio, invocando alle armi.

E molti presero picche e spade e torce, e archi lunghi dai bastioni erano pronti a scoccare dardi neri e violacei.

Quasi fluttuando tra l’erba appena tagliata del cortile del monastero, e la notte stellata sopra di me, seguii il dio.

Mi portò su di un’alta montagna, nubi bianche sotto la luce della Luna danzavano leggere sotto di me, sotto al mio sguardo.

“Posso darti il potere” mi disse il dio.

“Il potere degli Infiniti Universi”

Non capii.

“Vuoi possedere la stregoneria?”

Annuii.

Mi pose una mano sulla spalla, sentivo una sensazione fredda, come vento leggero e brezza estiva, ma fresca, come sulla cima di una montagna lontana e distante dal mondo degli uomini.

E improvvisamente capii ogni cosa.

L’antico e malinconico peso del tempo mi mostrò esistenze sottili, eterne, sempre riecheggianti una melodia lontana, voci e cori di voci appena percettibili, ma chiare, e profonde.

Dal punto più buio e profondo dell’universo, conobbi la stregoneria.

Per un attimo misi mano alla mia spada corta, tentato dall’estrarla e spaventato dall’immensità e profondità della conoscenza.

“Il tempo non ti deve pesare, giovane accolito” mi disse il dio.

“Tu sarai il vagabondo, e errando per innumerevoli vite, porterai la magia agli uomini, agli elfi, ai nani, e alle creature che mai vedono la luce del Sole, mostrando loro la via se lo vorranno, e dando loro la morte se non vorranno comprendere l’immensità e la forza della magia della terra”

La stregoneria. La terra. E il cielo.

Diventai una creatura a metà tra queste due forze antiche.

Tornai al monastero.

Estrassi la spada.

Recisi la giugulare del custode dormiente, che con un grido distorto e terrificante riuscì a suonare la campana d’allarme, con un solo, singolo, rintocco, nella notte si espanse il suono cupo e profondo del nero avvenire.

Con picche e spade, i confratelli mi giunsero dinnanzi. Risi forte.

E la mia risata disumana riecheggiò dalle profondità dei cieli fino alle radici degli alberi più antichi.

La mia spada recideva ossa, carni e spiriti. Divorandoli.

E ogni spirito che veniva divorato dalla spada, il potere di essa accresceva, infinito, terrificante.

Fu allora che compri che gli Dei dai Molti Nomi erano demoni.

E io, il vagabondo, ero uno di loro.

Uno stuolo di nere frecce mi sfiorò il viso, ma non mi colpivano, non ne venivo trafitto, non vi era arma mortale che poteva toccare la mia carne.

Con occhi rossastri e profondi, raggiunsi l’Anziano.

I suoi accoliti mi si fecero intorno, si scagliarono su di me urlando, le spade sguainate e gli occhi colmi di lacrime e i volti sudati. Con un gesto della mano, disfai le loro carni e le loro anime, si riversarono nell’acciaio della mia spada corta. Con un colore verdastro, la spada vibrava.

Spalancai le fauci e recisi la testa dell’Anziano con un morso.

Il suo spirito, con un velo di sorpresa, scoprii che aveva già abbandonato il suo corpo mortale.

E la mia spada smise di vibrare.

“Sciocco, stupido, giovane discepolo, ancora molto hai da imparare da questo vecchio, chi credi abbia evocato gli Dei dai Molti Nomi? Chi credi ti abbia donato questo potere?”

L’Anziano senza testa parlava con le profondità oscure del mio spirito.

L’Anziano rise, e il suo corpo si dissolse nell’aria.

L’acciaio della mia spada strideva, quasi ridendo anch’esso.

Vagabondai per innumerevoli vite, e infiniti mondi distanti, prima di giungere alla locanda.

Ora i commensali addormentati dalla mia magia, donavano inconsapevolmente le loro anime alla lama della mia spada, per accrescere il mio potere.

Dannato, a un’esistenza di ricerca, mi chiusi la porta in legno pesante della locanda alle mie spalle, guardando la notte, e percependone il silenzio stupendo e il canto dei grilli.

Scritto da Samuele Baricchi

Nato il 14 Dicembre 1990 a Basaluzzo, piccolo paese nella provincia di Alessandria sviluppa la passione per la letteratura fantasy e gli strumenti a corde fin da molto giovane. Ha frequentato il Liceo Classico A. Doria a Novi Ligure e la Facoltà di Lettere e Filosofia. Pubblica diversi racconti, scritti e frammenti di poesie dall’haiku allo sperimentale su vari siti internet (per citarne uno www.efpfanfic.net con lo pseudonimo “The Wanderer”), fin dai tempi della scuola media. Continua a coltivare le passioni e gli studi per la storia, la filosofia, la mitologia, il teatro antico, e la letteratura fantasy epica. Scrittore di racconti, saggi brevi, sword & sorcery, poesie e frammenti di scrittura di vario tipo dall'introspettivo piuttosto che d'avventura e azione, o in stile "flusso di coscienza" o completamente sperimentale. Compositore di brani musicali per diletto ed esecutore con chitarra classica, elettrica, chitarra basso, e sintetizzatori. Ha fondato il blog Echoes (https://echoesinfo.data.blog/)

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