I racconti di Satrampa Zeiros – “Un lavoro di luce” di Marco Rubboli

La luce incerta del tramonto si infilava di sbieco nei vicoli, riflessa dalla superficie del grande lago. Una parte della capitale era già sprofondata nell’ombra proiettata dall’Acropoli, ma mentre i nobili e i mercanti del centro accendevano già le loro torce e lampade a olio i quartieri malfamati a ridosso del porto ancora potevano godere degli ultimi ramati splendori del sole morente. Luce l’assassina accelerò il passo.

I primi freddi dell’autunno l’avevano spinta a gettarsi il cappuccio della cappa sulla testa; da lì facevano capolino ciuffi di capelli rossi attraverso cui i bagliori obliqui le rimbalzavano negli occhi. Ma né il cappuccio né il suo pensiero slegato, lasciato andare a briglia sciolta, avevano impedito a Luce Selenides di accorgersi dell’uomo che la seguiva. Il suo istinto di cacciatrice urbana era troppo forte per non rilevare i goffi tentativi di quel tizio per non farsi vedere mentre ricalcava i suoi passi stivalati. L’uomo si teneva al riparo dei passanti o si addossava alle pareti. Faceva le cose giuste, ma in modo rigido e poco disinvolto. Luce non riuscì a impedirsi un mezzo sogghigno, arcuando appena le labbra da una parte sola.

“Benino, vecchio mio, ma non abbastanza. Non se la persona da seguire sono io.”

Certo quel tipo non era all’altezza dei Ronconieri di Alesia in incognito, sbirri di prima scelta a cui, pure, lei era sfuggita più di una volta.

Si trattava di un tizio sulla trentina, con lunghi baffi neri spioventi, l’elsa della spada che spuntava da sotto il mantello sul lato destro… un mancino! Interessante. Da qualche parte doveva avere anche un pugnale, o più d’uno, c’era da scommetterci.

Alla sua giovane età Luce aveva alle spalle una bella scia di cadaveri. Però i cadaveri hanno la cattiva abitudine di avere amici e parenti. E per lo più, nel Regno di Malia, costoro non si limitavano a piangere i loro cari, ma tendevano, se possibile, a compiere debitamente e coscienziosamente i loro sacrifici rituali alle dea Nemesis, la Vendetta.

Era meglio sapere da che parte venisse la minaccia, ma non poteva certo interrogare il suo persecutore in strada, davanti a tutti. Nè poteva andarsene semplicemente a casa, col rischio che poi quello venisse a trovarla non subito – prendendola appostata e pronta ad accoglierlo come si conviene – ma magari dopo un mese, in piena notte. Sebbene lei dormisse poco e male e sempre con un occhio aperto, doveva comunque farlo, ogni tanto, anche se odiava trovarsi così esposta e inerme. Inoltre permettere di sapere dove abitava a chiunque la stesse pedinando o anche solo la conoscesse non era cosa saggia. Quindi sarebbe stato necessario eliminare l’uomo in ogni caso, se lo avesse condotto fino alla sua umile (e non era un modo di dire) dimora.

Invece Luce non era certa di volerlo uccidere. Non lo faceva volentieri quando non era necessario… e soprattutto se era da fare gratis.

Dopo aver riflettuto un istante, deviò verso destra. L’uomo la seguì, circospetto. Lo vide riflesso nel vetro di una finestra semiaperta al pianterreno di una casa.

“Eccoti lì. Sei anche un bell’uomo tutto sommato. Magari non ti uccido. Dipende.”

A mezzo miglio c’era un parco sacro dedicato a Diana cacciatrice, per lei – che era mezzo Isolana – Artemide. La sua divinità preferita. Luce lo raggiunse. Ormai il cielo era tutto blu scuro, percorso da grandi nuvole nere, e le tenebre accoglievano la città lacustre nel loro abbraccio inverecondo.

Luce amava e odiava il buio allo stesso tempo: era un rifugio per lei e le sue armi silenziose, ma anche per i suoi molti nemici.

Il parco era circondato da un basso muro di mattoni. Luce ne varcò la soglia e lo attraversò. Gli alberelli e le siepi erano masse scure e minacciose. Si avvicinò al basso tempietto a cupola che ospitava la statua della Dea e si inginocchiò davanti a lei.

Luce non era solita inginocchiarsi, ma quello non era un gesto di sottomissione. Era una trappola per il pedinatore che proprio in quel momento entrava nel parco a sua volta, alle sue spalle . L’assassina lo percepiva acutamente nel suo cauto appropinquarsi, ne udiva i lenti passi sul tappeto di foglie secche. Al contempo rivolse un rapido pensiero di gratitudine alla sua Diana che la la guardava dall’alto, la mezzaluna sull’alta e nobile fronte, l’arco micidiale stretto nella mano sinistra… e una tetta di fuori come l’iconografia sacra richiedeva. Nemmeno i rigidi Censori dei secoli bui dopo le invasioni barbariche avevano potuto cambiare quella convenzione.

La mano di Luce scivolò verso lo stivale e afferrò l’attrezzo.

Quando l’uomo abbandonò il rifugio dell’ultimo albero, Luce scattò. Portò la cerbottana alla bocca girando su se stessa e sputò il dardo sulla coscia destra del suo inseguitore. L’uomo gridò, bestemmiò ed estrasse la spada. La gamba destra si paralizzò all’istante. Luce era stata tenera e aveva usato un dardo intriso in un veleno non letale, una mistura paralizzante che le aveva fornito Guglielmo Caronte. L’uomo si mise in guardia con il piede sinistro avanzato. Si trascinava dietro la gamba destra come morta. ma facendo gravare tutto il peso sull’altra riusciva lo stesso a farsi avanti,  minaccioso.

“Ma brutta cretina!” disse Luce a se stessa “Eppure l’avevi visto che era mancino! E hai mirato lo stesso alla gamba destra!”

Mentre rivolgeva a se stessa quei complimenti si affrettò a riporre la cerbottana e ad estrarre, con un singolo agile movimento, la spada corta e la daga che portava in cintura.

Va bene, era ora di giocare con le lame.

Il sicario aveva una spada più lunga, ma il veleno lo rallentava. Non solo il dardo aveva paralizzato l’arto e le zone circostanti (e questo pensiero le strappò un sorrisetto), ma gli stava anche ottenebrando la mente e i riflessi.

L’uomo baffuto continuava a maledire ogni divinità dell’Olimpo e a tenerle la punta del brando spianata verso la faccia. Luce si avvicinò poco a poco, tenendo le armi un po’ indietro per non allarmarlo troppo presto e ingannarlo: non voleva che lui indietreggiasse. Trasse un poco a sé le braccia, in modo che il suo avversario non si rendesse conto della vera distanza fra loro. Quando fu al limite della misura Luce fece finta di farsi indietro e invece scattò. Legò l’arma del suo avversario con la propria spada, spingendola verso la propria sinistra. Quasi allo stesso tempo fece un passo avanti e infilò la daga, di sotto in su, a destra della spada dell’uomo, poi roteò entrambe le braccia e l’impugnatura scivolò via dalla mano del bravaccio forzando un passaggio tra il pollice e le altre dita. L’arma volò vorticando tra riflessi d’argento, come un pesce che non si è riusciti ad afferrare. Con la coda dell’occhio Luce si avvide che era finita in mezzo a un cespuglio. a diversi passi di distanza.

Gli puntò la spada al petto e ripose il pugnale. Lui fu abbastanza intelligente da alzare le braccia.

“Non mi ammazzare, sarebbe un errore.”

Lo aveva detto con una certa dignità.  Luce alzò un sopracciglio, incuriosita, e pur senza abbassare la lama si levò il cappuccio, liberando la chioma color del rame.

“E perché mai, di grazia?” domandò lei in tono canzonatorio “Perché non dovrei ammazzarti adesso? Ma soprattutto: perché mi stavi seguendo?”

“Non avevo intenzione di farti del male. Nonna Fata…” attaccò lui.

Luce alzò gli occhi al cielo e sospirò.

Dannata vecchia.

“Basta, non devi dire altro. Non vedo perché non dovrei ucciderti, anche se sei al servizio di quella strega. Lei stessa ha vissuto anche troppo a lungo, direi. Ma eccola che arriva. Sarà lei a dovermi spiegare.”

Nonna Fata si stava avvicinando lentamente, appesa al braccio di due scagnozzi.

Era lei che commissionava la maggior parte dei lavori di Luce. Si trattava di un’intermediaria, ovvio. Nonna Fata, di suo, non avrebbe dato una moneta per uccidere o per salvare nessuno al mondo. Tranne che per salvare se stessa, naturalmente. Chi aveva bisogno di un certo servizio si rivolgeva a Nonna Fata e lei a sua volta, col suo sorriso sdentato, si rivolgeva a Luce. O ad altri. Nessuno sapeva mai chi stava dall’altra parte del filo che legava mandante e sicario perché il filo passava per la Nonna, e andava bene così.

“Luce, bambina mia, che piacere vederti! Cercavo proprio te…”

Brutta stronza ipocrita. Il baffuto seguiva Luce ma Nonna Fata a sua volta seguiva il baffuto, e ora eccola lì in tutto il suo raggrinzito splendore.

“Mi fai proprio schifo, Fata. Perché mi hai fatto seguire da questo imbecille?”

La vecchia fece spallucce.

“Non è un imbecille, Alfredo, è un bravo. Bravo, ma non quanto te, evidentemente, hehe! Comunque ho un lavoro per te, e lo devi fare insieme a lui. E’ per stasera: spero che tu non me l’abbia ammazzato, con le tue freccette.”

Un “bravo bravo”. La Nonna era in vena di giochi di parole. Bah.

“Fra meno di un’ora starà benissimo, non ti preoccupare.” la tranquillizzò Luce, poi rivolgendosi al bravaccio: “Puoi abbassare la braccia adesso, e anche andare a cercare la tua spada. Questa commedia mi ha tolto la voglia di accettare un lavoro, Fata. Non avevi bisogno di fare così per parlarmi.”

Nonna Fata sorrise scoprendo i denti superstiti e allargò le braccia, con lo sguardo di una bimba colta con le manine nella marmellata.

“Eh, cosa vuoi, figlia mia, ho messo un po’ alla prova Alfredo… e speravo che facesse un po’ meglio. In un caso recente si era dimostrato più in gamba.” La vecchia lanciò un’occhiata di rimprovero al povero Alfredo, che aveva recuperato la spada. Zoppicava ancora, trascinandosi dietro la gamba sinistra come se fosse un pezzo di legno attaccato lì con la colla.

“Ma non aveva avuto a che fare con me.” ghignò la ragazza rossa.

“Per questo voglio te per il lavoro di stanotte. Ma Alfredo ti guarderà le spalle. Meglio un “non si sa mai” che un “chi l’avrebbe mai detto”, non credi?”

Luce la sbirciò in tralice.

“Non c’è dubbio. E’ per questo che non intendo permettere che tu scopra dove vivo. Intenderei continuare a viverci, in quella casa… e in generale a vivere. Non devi provarci di nuovo, mai più.”

La vecchia si strinse nelle spalle.

“E’ sempre meglio saperle, le cose.”

La giovane assassina la contraddisse:

“Invece certe cose è più sicuro non saperle, Nonna.”

“Oh, bimba mia, sapessi quant’è vero! Non ne hai idea… Perciò accetta il lavoro e non fare troppe domande. La paga è il triplo della tariffa normale.”

Luce sospirò.

“Una cosa però dovrai pur dirmela. Chi devo ammazzare?”

 

Una tonda luna mielata spandeva la sua luce sopra i tetti e i comignoli di Alesia attraverso un velo biancastro.

C’erano voci e musica che provenivano dall’interno della locanda.

Nel momento in cui Alfredo aprì la porta tutti quei rumori divennero all’istante molto più forti. Luce fu accolta da una zaffata di arrosto e di erbe aromatiche, di vino e birra pregiati.

Il Dragone Incoronato era il meglio in città, il ritrovo dei rampolli nobili del Regno. Vi alloggiavano i personaggi più di spicco che soggiornavano nella capitale.

Luce, vestita in modo inusitatamente elegante, entrò con decisione.

Sentì lo sguardo di Alfredo su di sé. Evidentemente il bravaccio si era ripreso: non solo non zoppicava più ma era diventato più loquace… e più interessato a lei. Era stato rivestito a nuovo, con stivali di pelle nera, cappa foderata di pelliccia e un bel cappello a tesa larga. Poteva benissimo passare per un Barone di provincia in viaggio. Se non fosse stato per i suoi sguardi impudenti.

Irritata, l’assassina si girò verso di lui e sussurrò a denti stretti:

“E non mi guardare il culo, per Artemide! Un cavaliere non dovrebbe approfittarne per guardare il culo a una donzella quando le apre una porta… o almeno non dovrebbe farsi scoprire se lo fa!”

“Scusa.” si schermì lui. Ma sorrideva malizioso. “Non è colpa mia, sei tu che attiri lo sguardo. Io poi non sono un cavaliere e tu non sei una nobile damigella.”

Luce avrebbe potuto girarsi e infilargli la daga in pancia, ma decise di lasciar perdere e di far finta di non aver sentito. Chissà cosa avrebbe pensato quel buzzurro se avesse saputo che in realtà il culo che stava ammirando era quello della figlia di un Duca. Figlia di un Duca e di una puttana, d’accordo.

Alfredo la prese sottobraccio e Luce lo lasciò fare con un sorrisetto ambiguo. Teneva lo sguardo basso e i capelli il più possibile davanti alla faccia. Aveva tinto di nero la sua chioma rossa, per l’occasione. Non le donava affatto. Entrarono nella locanda come una coppia elegante in viaggio. La sala principale era spaziosa, piena di tappeti, arazzi e intarsi di essenze diverse di legno.

A parte gli osti e molte cameriere tutte avvenenti, c’erano parecchie persone ben vestite intente a bere e mangiare al suono dei musicanti. Per la maggior parte erano giovani nobili.

Luce si chiese fuggevolmente, con una punta d’invidia, se ci fosse magari lì dentro qualche suo parente, intento a godersi la ricchezza della famiglia.

Il bravo recitò bene la sua parte di marito: affittò una camera al piano superiore, e indicò ad alcuni inservienti i bagagli da portare.

Un servitore li accompagnò.

Alfredo lo congedò in fretta e chiuse la porta a chiave.

“Finalmente soli, mia cara!” esclamò, alzando un sopracciglio.

Luce, che era rimasta disciplinatamente in silenzio fino a quel momento, rispose con un gestaccio e andò ad aprire il baule.

Dentro c’erano la sua spada, i pugnali e la cerbottana. Infine, c’erano le sue calze a brache nere, la camicia e il giustacuore.

“Adesso girati, e non sbirciare.” ordinò all’uomo.

“Mi chiedi molto, ragazza.”

“Se preferisci posso cavarti gli occhi.”

Il bravo si volse verso la parete sogghignando. Ma Luce sapeva benissimo che avrebbe cercato di sbirciare. Tenendo d’occhio il suo indiscreto compagno uscì dal vestito e indossò i soliti abiti logori e comodi.

“Un bello spettacolo, complimenti alla mamma.”

“E’ morta.” rispose lei mentre cingeva la spada.

“Cosa?”

“Mia madre. E’ morta.”

“Mi… mi dispiace.”

“A me no. Magari l’ho uccisa io, che ne sai?”

L’uomo deglutì e distolse gli occhi da lei.

Non era stata lei a uccidere la vecchia Ecate, no di certo. Non ce n’era stato bisogno: sua madre aveva fatto tutto da sola, un po’ alla volta. Ma era stato divertente dirlo.

Alfredo tenne indosso gli abiti costosi che Nonna Fata gli aveva dato, si limitò a controllare che la spada fosse allentata nel fodero mentre l’assassina finiva di armarsi.

“Quando vuoi, spaccamontagne.” le disse.

“Pronta, andiamo.”

Così dicendo, andò alla finestra e l’aprì.

Le stanze dell’ambasciatore erano vicine, e c’era un comodo cornicione su cui passare. Nonna Fata non era solita spiegare molte cose, mai una parola più del necessario. Eppure qualcosa aveva dovuto rivelare.

Il bersaglio era l’ambasciatore di Valbania, giunto in città per colloqui con Re Tiberio. Soggiornava al Dragone Incoronato con due guardie, un servo e la giovane moglie.

“Deve morire. E se muoiono anche i suoi servi non è un problema.” aveva detto Nonna Fata.

Strano.

“Ma dobbiamo ucciderli tutti, allora?” aveva voluto chiarire lei.

“Come volete, sta a voi decidere. Non è necessario ma non disturba il committente. E non è indispensabile che la faccenda sia silenziosa. Vedete voi.”

Luce preferiva comunque i lavori discreti: già un omicidio di per sé sollevava anche troppo l’interesse del Comandante Granfaro e dei suoi Ronconieri, e se riguardava un ambasciatore straniero ancora di più. Figurarsi una strage rumorosa e sanguinosa proprio nella taverna preferita della nobiltà, con gente che fuggiva urlando da tutte le parti. Il Comandante dei Ronconieri avrebbe rivoltato la città come un calzino bucato pur di avere gli assassini belli dritti sul patibolo davanti al Re e al popolo. No, quello non era proprio lo stile di Luce Selenides.

Ma aveva un’idea del motivo di quelle peculiari istruzioni. Re Tiberio temeva le mire dell’Impero Dosthan sul Regno di Malia, ed era alla disperata ricerca di alleati. Uno dei possibili alleati del Re era proprio Valbania, a Est. Qualcuno però poteva avere interesse a sabotare i piani del sovrano. E un evento particolarmente cruento e scandaloso poteva avere più effetto nel sabotare una possibile alleanza. Oppure qualcuno ce l’aveva con l’ambasciatore per motivi personali, quello non si poteva mai escludere.  A  Luce, comunque, tutto ciò interessava poco.  Tuttavia, non aveva intenzione di permettere che lei e quell’idiota di Alfredo ci rimettessero la testa, cosa che importava poco a Nonna Fata. Avrebbe fatto le cose a modo suo.

Spostò una sedia davanti alla finestra e vi salì sopra.

“Io passo da fuori. Tu ora esci e vai davanti alla loro porta. Se senti confusione all’interno e la porta non si apre vuol dire che sono molto… troppo impegnata per aprire: in quel caso sfondala. Ma fai meno rumore possibile, e non gridare.”

“Agli ordini, mio capitano!” rispose quello scattando sull’attenti e strizzandole un occhio.

Luce scavalcò e fu fuori, sul cornicione, nell’aria fresca e umida della notte lacustre. Sotto la luna piena che nel frattempo si era alzata e si era tinta d’avorio.

Respirò a pieni polmoni. Preferiva stare lassù per aria, da sola, esposta al freddo pericolo, piuttosto che in mezzo ad altri esseri umani… specie se appiccicosi come quel tipo che Nonna Fata le aveva appioppato. Inoltre solo gli Dei sapevano quali fossero i veri compiti di quell’uomo: magari la Nonna lo aveva incaricato di eliminare anche lei dopo che avessero svolto il lavoro… e poi forse la Nonna avrebbe fatto liquidare anche lui, per cancellare ogni traccia. Dato che l’omicidio pareva essere politico le precauzioni non erano mai troppe. Ma Alfredo non sembrava in grado di prevedere questi risvolti. Se le cose stavano davvero così il bravaccio era morto comunque: lo avrebbe ammazzato lei stessa per difendersi, o Nonna Fata in seguito per zittirlo.

L’assassina si spostò con cautela, strascicando i piedi, la schiena appoggiata alla parete. Cadere di lassù sarebbe stato poco professionale.

Svoltò l’angolo e raggiunse la finestra del bersaglio. Sbirciò all’interno. La camera era illuminata quasi a giorno, con parecchie lampade ad olio e candele. C’erano quattro persone: la moglie, una giovane dai capelli neri e gli occhi azzurri, seduta di spalle intenta a scrivere, l’inserviente, che si dava da fare con alcune suppellettili, e due guardie. Un soldato di Valbania dormiva su uno dei giacigli che occupavano un lato del salotto , ma l’altro aveva la spada in mano e la stava pulendo con uno straccio imbevuto d’olio. Non era un bene. Ma la cosa peggiore era che l’ambasciatore, un certo Adrjan, non si vedeva. Quelli avevano due stanze aveva detto Nonna Fata, che doveva avere un informatore alla locanda. La camera da letto dei signori doveva essere l’altra. Forse Adrjan era andato a dormire presto. Nonna Fata aveva detto di stare attenta a quel tipo: era un Barone grande e grosso, un veterano. Meglio che dormisse, allora. La seconda finestra però era chiusa con pesanti scuroni.

Luce estrasse la cerbottana e scelse un dardo paralizzante. Non aveva intenzione di assecondare i piani della vecchia, non avrebbe ucciso nessuno più del necessario. La serratura della finestra era poca cosa: in pochi secondi e senza rumore era già aperta.

Gettò un ultimo sguardo attraverso il vetro, trasse un profondo respiro e si lanciò dentro.

Nessuno fece in tempo a muovere un muscolo. Colse il primo soldato col dardo. Mentre l’inserviente apriva la bocca e lasciava cadere una caraffa, un secondo dardo lo colpì al petto. L’assassina ignorò quei due, che tra un istante sarebbero stati stesi, e sferrò un manrovescio alla dama mentre tentava di alzarsi dalla sedia. La giovane donna stramazzò a terra stordita. Luce la scavalcò con un salto e si precipitò verso la porta. Preferiva evitare che il sicario la sfondasse e attirasse gente. Aprì e l’uomo irruppe all’interno. Nello stesso tempo il secondo soldato, svegliato di soprassalto da quella baraonda, si alzò e fece per prendere la spada dal fodero. Luce gli si gettò addosso e gli premette la sinistra sulla destra, che era sull’impugnatura della spada, impedendogli di estrarre l’arma. Quasi nello stesso tempo lo trafisse al petto con il pugnale… e Alfredo con la spada.

Per un istante si guardarono, e lui le sorrise.

Poi udirono la moglie dell’ambasciatore che scalciava per rialzarsi.

Entrambi scattarono e piombarono sulla donna, ma lei si frappose tra loro e l’altra stanza, protendendo la mani verso di loro. Aveva un lato del viso rosso e gonfio, dove Luce l’aveva colpita..

Nu, nu deschide uşa asta!” implorò “Non aprite, prego!”

Luce ebbe l’impressione che la donna non fosse solo preoccupata per il suo sposo, che doveva essere dietro quella soglia. Qualcosa non andava.

“Togliti di mezzo!” ordinò.

“Non vi lascerò passare. Piuttosto uccidetemi, ma non entrate. Credetemi…”

Luce avrebbe voluto lasciarla spiegare, ma Alfredo non le diede il tempo per farlo. Con un rapido movimento del polso le tagliò di netto la gola. La donna spalancò gli occhi e scivolò a terra.

Luce si girò verso di lui e gli scagliò un’occhiata furiosa:

“Ma brutto cretino….”

Quello fece spallucce.

“Nonna Fata ha detto di non farsi scrupoli a eliminare chi si mette in mezzo, no? Quella stava solo prendendo tempo per salvare il suo uomo.”

L’assassina sospirò e soffocò la rabbia.

“Andiamo, finiamola! Non sarà mai troppo presto quando non dovrò più vedere il tuo brutto muso.”

“Un vero peccato, perché io invece il tuo musetto lo rivedrei ancora volentieri, in ben altre circostanze…”

“Ma non ti stufi mai di fare il cascamorto?”

Il bravaccio si fece serio:

“Mi piacerebbe rivederti. Lo dico davvero…”

“Non è reciproco.”

La porta era sprangata con un grosso chiavistello, ma dalla parte loro. Bizzarro. Di solito uno si chiude in camera da letto dalla parte sua… Inoltre il chiavistello era stato montato da poco, danneggiando il legno della porta. Un brivido le corse su per la schiena. Però il lavoro andava fatto: aveva una reputazione da difendere, lei.

“Pronto?”

“Quando vuoi, mia signora.” rispose lui con un sogghigno.

Luce tirò la barra di ferro e irruppe all’interno. Dentro era un buio pesto, non si vedeva nulla. Ma un odore ferino riempiva la stanza.

“Prendi una lampada, presto.”

Un ringhio rispose alle sue parole, facendole rizzare i capelli sulla nuca.

“Presto!”

La luce che la lampada proiettò nelle tenebre svelò una figura curva sul pavimento, sopra un cumulo di carne cruda e sangue. Era un uomo barbuto, muscoloso e dall’aspetto ferino, completamente nudo. Quattro catene legavano polsi e caviglie alle pareti. Sollevò il capo a guardarli. Aveva occhi iniettati di sangue, rivoli rossi gli colavano dalla bocca. Arricciò il naso annusando intorno, percependo l’odore degli intrusi digrignò i denti.

“Ma che diamine…” mormorò Alfredo.

Poi, attraverso la porta, l’essere vide la donna riversa sul pavimento con la gola tagliata.

La creatura che doveva essere l’ambasciatore Adrjan urlò, un urlo belluino che si trasformò in una specie di ululato.

Luce fece un passo indietro, incespicando sui piedi di Alfredo.

Il mostro – perché un mostro era ciò che Adrjan sembrava – si appese a una delle catene e tirò con tutta la forza. I suoi muscoli sembravano corde tese sotto la pelle. Davanti agli occhi increduli dei due sicari il legno della parete cedette, la catena liberata dal suo fissaggio schizzò via e li sfiorò.

“Dei, se ci prendeva ci tirava via la testa!” gridò Alfredo puntando la spada verso Adrjan, che era quasi libero.

Quando Luce lo vide tentare di strappare la seconda catena mise mano alla cerbottana. Dardo letale, questa volta. Soffiò con tutta la sua forza, mentre schegge di legno rimbalzavano dappertutto. La freccetta si piantò nella carne del bersaglio. Stavolta due agganci avevano ceduto insieme, quella cosa era quasi libera!

“Via!” gridò Luce.

Alfredo si tuffò indietro, nell’altra stanza, ma non c’era spazio per tutti e due e lei dovette balzare di lato.

Adrjan, o qualunque cosa fosse, era dritto sulla soglia. La guardava con odio e… fame. Luce doveva sopravvivere lì dentro fino a che il veleno non avesse fatto effetto.

“Vieni avanti, brutto cane!” sibilò.

Quello non si fece pregare: le saltò addosso con una potenza che lei non avrebbe creduto possibile.

Forse l’avrebbe presa, se l’ultima catena ancorata alla parete non avesse deviato la sua corsa.

Luce scattò di lato, dall’altra parte, e sferrò una stoccata alle costole. La bestia interpose la mano sinistra e la lama le si piantò nel palmo. Luce avvertì una resistenza inusuale, come se la punta non avesse incontrato carne umana ma un paglione da tiro con l’arco ben pressato. Tuttavia il colpo era stato tirato con maestria, e la lama trapassò la mano… la zampa… quel che era, da parte a parte.

Il mostro mosse l’arto trafitto con forza disumana e la spada sfuggì via dalle mani dell’assassina.

“Luce, vieni via, scappa!” le gridò Alfredo dalla soglia. Non osava entrare ma almeno non era fuggito via del tutto.

“Se tu non mi bloccassi l’unica via di fuga…” ansimò lei saltando via.

Ma anche il Barone Adrjan si era accorto dell’uomo. Si girò verso di lui e si lanciò. L’ultima catena non resse all’impeto, e il mostro saltò addosso ad Alfredo. Il bravo protese la sua arma e lo infilzò, ma quella cosa lo travolse. Caddero a terra lottando. Luce stava per balzare sulla schiena della bestia brandendo il pugnale quando la vista, che si stava abituando alla penombra, le rivelò di meglio. Oltre il letto c’era una mazza da guerra chiodata. Luce si gettò e afferrò l’arma. Corse più veloce che poteva verso la soglia, alzò la mazza e la calò con tutta la forza sulla testa della bestia. Il cranio cedette di schianto e la mazza affondò fin quasi al collo, sparpagliando sangue e cervella da tutte le parti. L’essere ebbe qualche violento spasimo e poi cessò di muoversi.

Alfredo era ancora vivo, e ansimava. Ma non doveva essere messo bene. Ora non faceva più il galante, né lo sbruffone, gli si leggeva la paura negli occhi. Quando Luce riuscì a scostare il corpo che lo schiacciava, vide che il poveraccio era stato aperto dal plesso solare all’ombelico. Aveva numerose ferite inferte da… artigli?

“Luce…”

“Sì, sono qui. Mi dispiace… Non parlare se ti fa male.”

“Tu stai bene?”

“Sì, non mi ha toccato.”

“Meno male.”

Luce scosse la testa, Alfredo sboccò sangue.

Gli si avvicinò.

“Mi puoi dire una cosa, adesso? Tanto per te non ha più importanza.”

“Tutto quel che vuoi, bella mia.” ansimò il bravo.

“Mi dovevi uccidere, dopo? Nonna Fata ti aveva dato anche questo incarico?”

Lui strinse i denti e scosse la testa.

“No. E comunque non l’avrei fatto. Non dopo averti conosciuto.”

Luce sorrise di un sorriso triste.

“Sei proprio incorreggibile. Addio, Alfredo.”

Gli piantò il pugnale nel cuore.

 

“Che strana storia, figlia mia!”

Lo stupore della vecchia sembrava sincero. D’altra parte chi poteva credere a una roba del genere?

“E quindi il povero Alfredo ci ha lasciato la pelle. Peccato, no?”

“Sì, peccato.”

“Non è che sei stata tu, per non dividere il compenso, vero?” indagò Nonna Fata con un’ombra di sospetto negli occhi.

“Ma ti pare? Il colpo di grazia gliel’ho dato io, ma solo per pietà. Però non mi capacito… Quell’uomo, se così si può dire, lo avevano incatenato e rinchiuso, e la moglie… per gli Dei, la moglie lo sapeva, e lo teneva nascosto! Forse sarebbe tornato in sé, prima o poi. Gli avevano dato un mucchio di bistecche crude da mangiare.”

La vecchia si massaggiò la mandibola.

“Ci sono delle leggende su queste cose, laggiù a Valbania. Una maledizione legata alla luce della luna piena. Credevo fossero solo fiabe, invece ci deve essere un fondo di verità. Forse si tratta di una malattia, una forma di follia.”

Luce scosse la testa.

“Non immagini che forza aveva.”

“Te lo avevo detto che era un uomo forte. E la follia dona una forza prodigiosa.”

Luce assunse un’espressione perplessa e Nonna Fata schioccò le labbra.

“Non ti facevo così impressionabile, figlia! Comunque ecco la ricompensa. Ti darò anche la parte di Alfredo.”

Le porse un sacchetto di monete.

Luce esitò un istante.

“Ma secondo te lo volevano morto perché era l’ambasciatore o perché era una specie di mostro?”

La vecchia protese il denaro e si portò un dito sulle labbra.

 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: