“John Carter di Marte” di Edgar Rice Burroughs

Dettagli

Titolo: John Carter di Marte

Autore: Edgar Rice Burroughs

Illustratore: grafica curata da Masa – WritingCoach.it, illustrazione di copertina di Melissa Reddraws Spandri

Traduttore: Gianpaolo Cossato e Sandro Sandrelli

Editore: GM.Libri, collana Fantalibiri – Fantaclassica

Pagine: 560 pagine

Prezzo: 18 a volume

Ebook: in lavorazione


Sinossi

Nel testo troviamo i primi tre romanzi scritti nel primo ‘900 del Ciclo Marziano di Edgar Rice Burroughs, noto per essere il creatore di Tarzan. Nei tre romanzi, che si uniscono a formare un volumetto piacevolmente corposo, leggiamo delle avventure marziane, guerresche e romantiche, del Capitano sudista John Carter. Le vicende sono narrate in prima persona dal protagonista attraverso gli appunti che Burroughs, nella finzione letteraria suo discendente, dice di aver ricevuto dallo stesso avo, che ha ormai smesso da tempo d’invecchiare.


Commento

I tre romanzi consequenziali “La Principessa di Marte”, “Gli Dei di Marte” e “Il Signore della Guerra”, scritti tra il 1911 e il 1914, aprono il Ciclo Marziano di Burroughs facendo perno sulla figura di John Carter. Il Ciclo Marziano consta di svariati romanzi, ma solo in questi tre il Capitano sudista della Virginia è il vero protagonista e grazie alle sue avventure Burroughs è oggi considerato il creatore d’un intero genere, il planetary romance, derivazione pulp e fantascientifica del genere dei romanzi d’avventura. Burroughs ha ispirato le generazioni a venire non solo di scrittori, ma di esploratori e scienziati. Due appunti interessanti: Alan Moore e Kevin O’Neill hanno immaginato John Carter come antenato dell’omonimo Randolph di H.P. Lovecraft nella loro League of Extraordinary Gentlemen; nonostante il successo dei romanzi, anche a causa d’una trasposizione discutibile, il film “John Carter” della Disney del 2012 è stato tra i peggiori fiaschi della storia del cinema (e su questo scriverò un approfondimento a parte, riportando tutto quanto NON si dovrebbe a mio avviso fare quando si vuole “adattare” un romanzo di fantascienza che ha più di cento anni).

Alcuni accenni alla trama, senza inutili veri spoiler, sono necessari anche per comprendere meglio il contesto storico delle opere. Basta qui dire che il protagonista, ex ufficiale al servizio della Confederazione nella guerra di secessione americana e cercatore d’oro, si ritrova inspiegabilmente trasportato su Marte dopo essere entrato in una caverna, dove s’era rifugiato per sfuggire a degli Apache. Burroughs nella finzione letteraria della premessa al primo romanzo si dice il preferito tra i nipoti di Carter, che è andato in guerra quando lui era ancora un bambino: rincontrando a intervalli di decenni lo zio Jack, che pare non invecchiare mai, ha da lui gli appunti che sono alla base dei racconti.

Dopo la misteriosa transizione dell’anima del Capitano Carter su Marte, il suo corpo riacquista la forma e il vigore terrestri, che gli sono di grande vantaggio sul pianeta rosso, perché la gravità ridotta e la differente atmosfera lo rendono una specie di superuomo in confronto anche con i nativi più forti. Su Marte, chiamato dai nativi Barsoom, diverse avventure attendono Carter che presto trova l’amore d’una Principessa marziana.

Fin qui si riconoscono i tratti tipici del romanzo d’avventura del periodo, a cui l’autore non cambia solo ambientazione ma aggiunge note diverse e sicuramente intriganti per l’epoca. Marte è infatti un mondo in declino che deve la sua sopravvivenza ad una tecnologia avanzatissima, incomprensibile ai più tra gli stessi nativi, che la ritengono magia; inoltre è popolato da svariate razze umane che sopravvivono nella decadenza, tra cui i giganteschi uomini verdi, la razza guerriera più feroce, e i più miti ma altrettanto combattivi uomini rossi. Altre razze umane verranno scoperte nei successivi romanzi e l’autore ne descriverà sempre gli usi e le credenze, confermando l’approccio tipico del romanzo d’avventura alla Salgari, ma tra loro la figura dell’eroe terrestre resta dominante e immutabile.

Perché su Marte John Carter è sovrumano non solo per la sua forza, ma per la sua morale.

È un ufficiale gentiluomo con l’amore per la guerra, un eroe che perfettamente rappresenta l’unione tra sentimento, violenza e senso dell’onore. Burroughs ha contribuito a creare questo cliché, che oggi è spesso non capito e vissuto come contraddittorio: John Carter è capace d’amore e sincera amicizia, è diretto e onesto, non mente di fronte al giudizio, e uccide senza pietà il suo avversario sempre rispettando le regole d’un duello onorato, riconoscendone i meriti ed a volte dispiacendosi per la sua, purtroppo necessaria, dipartita.

Il protagonista diventa dunque una sorta di titano guerriero alfiere della morale terrestre idealizzata a lui contemporanea, e non esita a schierarsi contro le usanze di Barsoom, riportando il sentimento a razze che lo hanno perso, o ad affrontare lo stesso credo religioso dei marziani, quando il suo amore è minacciato e l’inganno d’impostori causa la sofferenza del popolo.  Si può certamente dire che con riferimento al fantastico moderno, siamo lontani anni luce dagli standard dello Sword And Sorcery e ancor più dal Grimdark: la figura di John Carter mancava da un po’ nella falsamente varia offerta del fantasy presente in libreria.

La traduzione è stata rivista e aggiornata per aiutare il lettore contemporaneo, ma l’opera resta indubbiamente fedele all’originale. Lo stile di scrittura dell’autore, scarno e sintetico ma efficace, è perfettamente coerente con la descrizione del protagonista, uomo d’azione tutto d’un pezzo, che narra in prima persona.

In conclusione, leggere le avventure di John Carter è un tuffo nel passato di quelli veri, di quelli che ti fanno aprire gli occhi su di un mondo ormai sommerso dalla storia che non è Marte, ma il mondo dell’autore e dei lettori della sua epoca: tra le lande marziane, il lettore di oggi viene calato nei panni del lettore dell’epoca, potendo così conoscere e vivere una realtà in cui tante scoperte erano ancora lontane e i valori forse erano diversi (semplicemente diversi, non migliori ne peggiori). Da questo punto di vista la sua lettura è un’esperienza letteraria interessante, forte quanto la lettura di alcuni racconti fantascientifici di Arthur Conan Doyle, creati a partire da presupposti oggi evidentemente completamente sbagliati. In più Burroughs aggiunge alla sua “fantascienza storica sbagliata” un fascino avventuroso e decisamente pulp. Consigliato, soprattutto a chi, capace di soprassedere nella finzione ad alcuni slogan della morale contemporanea, abbia la curiosità di leggere qualcosa da ogni punto di vista diverso.

 

 

Scritto da Andrea Guido Silvi

Classe 1981, nato a Rieti, dove il verde non manca e si respira ancora un po’ di magia tra boschi, laghi e santuari. Ha sempre viaggiato molto, sin da ragazzo, alla ricerca dell’incanto di paesaggi diversi ed ha continuato a viaggiare per studio in tre continenti, per lavoro e per passione. Nelle descrizioni delle sue ambientazioni, fantasy e non, c’è infatti poco d’inventato, perché non c’è nulla da aggiungere, se non la giusta storia, alla bellezza del grande nord o delle creste vulcaniche d’isole quasi incontaminate. La magia che non ha potuto vivere direttamente l’ha cercata nella lettura, e ha chiari numi cui ispirarsi: H.P. Lovecraft, E.A. Poe, E. Salgari, C.A. Smith, J.R.R. Tolkien, King, Chambers e Howard.

1 comment

  1. Lo leggevo da ragazzino. Un bel ricordo “nostalgico”. Mi è molto dispiaciuto che il film del 2012 sia stato un flop (a me non è dispiaciuto, magari un po’ bruttina la principessa: chi seguì romanzi e fumetti, Dejah se l’aspetta bellissima).

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