recensione: “il libro delle meraviglie e altre fantasmagorie” di lord dunsany

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Titolo: Il libro delle meraviglie e altre fantasmagorie

Autore: Lord Dunsany

Collana: Oscar Draghi

Casa Editrice: Mondadori

Pagine: 648

Formato: cartaceo

Prezzo: 25,00 €

Data di uscita: giugno 2020

 

Sinossi

Dèi senza nome, reami fatati e foreste tenebrose, poetici scenari a metù tra incubo ed estasi: è qui che vaga la fantasia sfrenata di Lord Dunsany, una terra dove fantasime luminose si inseguono in un labirinto che è bello immaginare senza uscita.

 

Commento

Lord Dunsany!

Se è esistito un nome – marchiato a fuoco nella memoria dell’adolescenza – su cui abbia favoleggiato negli anni lontani in cui mi iniziavo al Fantastico, certo questi è quello di Edward John Moreton Drax Plunkett, XVIII Barone Dunsany.

Facile spiegare il perché: approdato con incauto entusiasmo ai miasmi cosmici del corpus lovecraftiano, avevo presto appreso come il nobile angloirlandese figurasse tra gli antesignani e i mentori dell’operato del Maestro di Providence. Quali meraviglie melliflue e terribili, così avevo inteso, dovevano celarsi fra le pagine dei suoi racconti! Terre del sogno, dèi remoti e inconoscibili, scenari fiabeschi che confinano tanto con la luce che con le tenebre dell’Immaginario…Ed è proprio così.

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Stringendo fra le mani il bellissimo volume da poco uscito nella collana Oscar Draghi Mondadori e curato da Massimo Scorsone – che tante ristampe sta dedicando ai grandi nomi del fantasy e non solo – ho infatti finalmente adempiuto ai voti della mia giovinezza, rimasti incompiuti fino ad oggi. Mea culpa, che mi sono a lungo accontentato di pregustare i fasti dunsaniani solo tramite alcuni dei suoi racconti sparsi nelle varie antologie che hanno ospitato il Barone negli anni 90’, senza mai reperire pubblicazioni più corpose. Ora che invece tante meraviglie riposano in un unico scrigno, non posso che dirmene abbagliato, e insieme lieto e colpevole di aver atteso tanto.

La narrativa dunsaniana è un unicum.

Non per i suoi ingredienti, che in qualche misura sono noti e identificabili uno ad uno anche nella produzione di altre penne più o meno contemporanee. Il retaggio del periodo edoardiano, il misticismo fantastico di derivazione irlandese, l’allure classicheggiante e la propensione a indicare nella dimensione onirica una realtà “altra”. Tutte queste sono coordinate stilistiche e contenutistiche necessarie ma non sufficienti a definire nel suo complesso l’operato letterario di Dunsany, che sfugge alle facili categorizzazioni proprio come l’ambientazione immaginifica di molte sue storie, situate in reami fantastici appena oltre i confini delle terre conosciute, letteralmente “sul bordo del mondo”.

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Il volume offre a riprova di ciò una ricca messe, in quanto riunisce ben due romanzi e due raccolte di racconti – Il libro delle meraviglie, Demoni, uomini e dei, La figlia del re degli elfi e La maledizione della veggente – che sono tutti capolavori di esotismo e passione estetica per il fantastico inteso come fascinazione dell’Altrove. Rimarcare – come accennato all’inizio – l’influenza di Dunsany sullo sviluppo, invero originale, del pantheon lovecraftiano, credo sarebbe fare un torto a entrambi. Da un lato si sminuirebbe la progressiva evoluzione concettuale che Lovecraft ebbe degli obiettivi e dei contenuti del suo lavoro, dall’altra non si renderebbe merito a Dunsany, che non fu un meccanico precursore, bensì un pienamente autonomo sognatore. Se vogliamo, è proprio il languido onirismo degli scenari dunsaniani il collante fra le sensibilità dei due autori, e nella scelta del nostro Lord di accennare alle tenebre coperto da un velo di disincantata malizia, cogliamo la sua particolare devozione aristocratica al Bello e insieme al Terribile.

Un ultimo barlume che sa di fatato in un mondo ormai prossimo al completo disincanto, ma ancora brillante quanto basta per correre ad accaparrarsi questa raccolta dalle pagine sfumate di blu, e riporla fra i tesori di un ideale altare innalzato al suo autore.

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