I racconti di satrampa zeiros – “La capanna del bosco” di marco rubboli – le cronache dei pretoriani neri

Dopo la vittoria di Teutoburgo l’espansione dell’Impero non ebbe più limiti: con Germanico e gli Imperatori successivi il “limes” raggiunse gradualmente i monti Urali. Usammo poi i cavalieri germani per conquistare il regno dei Parti e ci spingemmo fino all’Arabia Felix e a Sud dell’Egitto. La guerra più dura che dovemmo affrontare tuttavia venne dall’interno: ai tempi dell’Insurrezione le Tenebre si sollevarono e reclamarono il dominio del mondo. I figli delle Tenebre non prevalsero, ma il prezzo da pagare fu alto. Oggi l’Impero si estende dall’India all’Hibernia, dagli altopiani d’Etiopia fino ai fiordi dell’Ultima Thule, però oltre i confini della sacra Italia il potere dell’Imperatore è limitato. A Lui restano poche armi per influenzare i Re che governano in suo nome: il denaro delle decime, le parole alate del Culto Imperiale, le coorti dei Pretoriani Aurei pronte a soccorrere i Regni minacciati. E noi, i Pretoriani Neri. Noi siamo l’Inquisizione, la mano sinistra dell’Imperatore, la lama nascosta degli Dei, la sentinella all’erta nel buio. Siamo i guardiani dei cancelli degli Inferi.”

Aurelius, XI Console Nero.

 

Lo sguardo attento di Vassilius correva sulla neve, tra gli alberi. La nostra guida girò intorno a un gruppo fitto di betulle, dalla corteccia bianca quasi come la coltre che ricopriva il terreno, e imprecò nella sua lingua tribale. La luna piena era alta nel cielo velato da nubi veloci, stracciate dal vento. Si gelava.

“Allora?” gli chiesi, trattenendo un brivido.

“Niente, qui la traccia finisce.” rispose Vassilius “Lasciami guardare intorno, Tribuno.”

“Come sarebbe a dire che finisce? Cosa stai dicendo, uomo?” brontolò Suenus, tirandosi la barba bionda. Il nordico era l’unico che pareva immune a quel freddo feroce. Bella forza, a casa sua non era poi molto diverso. Invece Alara, poveretto, che veniva dal cuore dell’Africa, era tanto imbacuccato che avrebbe potuto sembrare un orso, e tremava.

Vassilius, indispettito, si girò verso il gigante Geata.

“Che ti posso dire? Guarda tu stesso, Pretoriano. Le tracce finiscono, punto e basta. Non ho idea di dove possano essere andati a finire quei bambini.”

Ci avvicinammo tutti. Ognuno voleva vedere di persona.

Le orme delle due coppie di piedini filavano, dopo mille giravolte e deviazioni, fino a quel punto fra gli alberi. Fino a lì avevano corso e giocato fra loro, era chiaro. Poi le impronte finivano. Pareva che entrambi si fossero fermati a guardare qualcosa davanti a loro perché i piedi erano paralleli, i bimbi dovevano essere rimasti fermi in piedi, uno di fianco all’altro. Forse si erano dati la mano. Più avanti la neve era vergine:  nessuno l’aveva nemmeno sfiorata. E la stessa cosa valeva a destra e a sinistra da quel punto, da cui i nostri occhi non riuscivano più a staccarsi.

“Forse si sono fermati a guardare qualcosa, qualcosa che era davanti a loro, tipo… laggiù!” azzardai.

“E come hanno lasciato questo, posto, volando forse?” chiese Occhiverdi, scettica.

Le sorrisi.

“Ne abbiamo viste parecchie, di cose strane, io e te. O sbaglio?”

“Questo è poco ma è sicuro.” confermò la ex gladiatrice, ancora poco convinta.

“Diamo un’occhiata qui intorno, Lucrezio.” suggerì l’Ispanico, sempre pragmatico e concreto.

Annuii.

“D’accordo, Centurione. Forza, Pretoriani Neri, muovetevi.”

Vassilius storse la bocca e mormorò qualcosa nella sua lingua.

“State attenti a non cancellare le tracce, però: andate piano, guardate bene davanti a voi e se vedete qualcosa fermatevi e chiamatemi.”

“Non siamo nati ieri, barbaro.” rispose Siro l’arciere, stizzito.

La guida non raccolse la provocazione e si mise a cercare nei dintorni, con gli occhi che vagavano dal suolo coperto di neve immacolata fino alle cime degli alberi.

Il Legato della nostra Coorte, Musonio Rufo, ci aveva mandati a investigare su una brutta storia in quella zona quasi a ridosso del Limes degli Urali. Non mi aveva fatto piacere tornare in quei luoghi. Avevo combattuto a lungo contro gli Unni sul Limes, quando ancora ero un ufficiale nelle truppe regolari dei Pretoriani Aurei, e non avevo un bel ricordo di quella regione selvaggia. Freddo e sangue, foreste e lande perdute. E quei fottuti selvaggi nomadi a cui davamo la caccia ovunque senza mai riuscire a colpirli come si deve. Avevamo perso dei bravi combattenti quasi inutilmente, mentre quelli colpivano e fuggivano sui loro cavalli piccoli e instancabili. No, non provavo nessun gusto a tornare in quella terra.

L’anno prima, però, erano scomparsi tre bambini dai villaggi della zona, nel pieno dell’inverno. Nelle stesse date, quest’anno, ne era già sparito uno. Poi, poco dopo, questi due fratellini. E contando loro erano tre anche quest’anno. Musonio Rufo ci aveva spedito in tutta fretta sul posto con una nave volante dell’Impero, che ora aleggiava con la sua ombra rassicurante sopra il vicino villaggio di povere capanne di tronchi. I locali non ci avevano saputo dire quasi nulla e solo Vassilius, un cacciatore amico del padre dei ragazzi, aveva acconsentito a darci una mano a investigare. Gli altri abitanti se ne stavano rinchiusi in casa, allontanandosi il meno possibile dal villaggio. Quando ci eravamo avviati verso il bosco si erano tutti radunati a vederci partire. Ci avevano guardato con un misto di gratitudine e compassione, come se andassimo verso una morte certa.

“Dicono antiche leggende che a ogni generazione devono scomparire tre bambini maschi ogni anno per tre anni, perché siano rinnovati il cielo, il sole e la notte. E’ sempre stato così e lo sarà sempre, questo è ciò che sussurrano le vecchie alla sera davanti al fuoco. Le cose non possono andare diversamente.” ci aveva spiegato Vassilius durante la marcia.

“E tu ci credi?”

Il cacciatore aveva scosso la testa.

“Io credo a quel che posso vedere e toccare, come dicevano quei vecchi filosofi greci di cui ho udito parlare. E credo che qualche assassino figlio di puttana si approfitti della vecchia leggenda per appagare la sua sete di sangue. Non intendo lasciare che la passi liscia. Voi non avete idea della bestialità di certi uomini che vivono nella profondità delle foreste in isolamento. La solitudine non fa bene allo spirito.”

Avevo letto solo sincerità e determinazione nei suoi occhi chiari, e lo avevo ringraziato a nome di tutti. Anche lui, da parte sua, aveva ringraziato noi per essere venuti fino a lì. Avevamo seguito i passi dei due bambini insieme… fino a lì. Ma ora quell’interruzione inesplicabile della pista mi faceva rizzare i capelli sulla nuca. Forse ci saremmo trovati ad affrontare qualcosa di più di un semplice maniaco.

“Qui! Venite qui, guardate!”

La voce allarmata di Siro  ci richiamò verso una piccola radura al di là di una macchia.

Lì la neve pareva essere stata spazzata via da qualcuno che si fosse messo a roteare su se stesso prendendola a frustate.

“E questo che diavolo è?” di domandò Suenus mentre ci disponevamo a semicerchio intorno a quella devastazione.

Maevis mi si strinse addosso prendendomi un braccio.

“Non mi sembra niente di buono, Lucrezio.” mi mormorò in un orecchio. Posai una mano sulla sua, cercando un contatto che potesse rassicurare entrambi, anche se c’erano i guanti di mezzo. Dove la stavo portando, dove stavo portando tutta la squadra? Cosa dovevamo aspettarci? Così eravamo troppo vulnerabili. Pensai di tornare con la nave volante al completo e un bel po’ di fuoco greco pronto in canna. Ma no, non avevamo scoperto niente, non avevamo ancora idea di quale fosse la minaccia e dove si potesse nascondere.

Vassilius si piegò sulle ginocchia, scavò tra il ghiaccio smosso e ne trasse un frammento.

“Cos’è, Vassilius?”

Me lo lanciò.

“Pare un pezzo di radice, però non è di alcun tipo che io conosca.”

Lo studiai.

“Quercia, direi. Ma in questa regione non ne ho mai viste.”

“Nemmeno io.” confermò il cacciatore “E’ una pianta che non ho mai visto.”

“Fai vedere, per favore.” richiese il Centurione.

Glielo passai e l’Ispanico lo annusò e se lo studiò per un po’.

“Quercia, è senza dubbio radice di quercia.”

“Qui ce n’è un altro pezzo.” disse Suenus, che si era chinato a studiare il mulinello di tracce.

“E un altro.” confermò Siro.

L’alta amazzone Achillea, in piedi dietro l’arciere, guardava intorno con aria inquieta, taciturna come sempre. Provò a estrarre un poco le sue lame, verificando che fossero lasche nei foderi.

Buttai indietro il cappuccio di pelliccia.

“Bene, pare che abbiamo qui una quercia che non doveva esserci ma c’era, e che è impazzita, si è messa a roteare sulle radici e poi se ne è andata, magari dopo aver afferrato con un ramo i figli dell’amico di Vassilius.”

“Non ci credi nemmeno tu che lo dici.” osservò il cacciatore locale, perplesso, lisciandosi i baffoni biondi.

“Forse no. Ma non ne sarei troppo sicuro.”

Suenus mi guardò con aria incerta.

“Come lo uccidiamo, un albero? A colpi di spada mi sembra difficile. Vorrei avere un’ascia di quelle che i miei avi portavano in battaglia: si farebbe prima ad abbatterlo, con quella, per Thorr!”

Alara lo sfotté:

“Ecco il boscaiolo barbaro che ritorna!”

Suenus gli rispose con un gestaccio.

Il nostro arciere orientale ci richiamò.

“Di qua, qualunque cosa fosse è andata di qua.”

Le tracce proseguivano, più rade. Mi ricordavano un po’ le impronte lasciate dallo strisciare di un grosso serpente sulla sabbia, come avevo visto in Etiopia e in Battriana. Solo che qui non era uno ma erano decine di serpenti. O radici. O gli Dei sapevano cosa. Seguimmo Siro e Vassilius, che aprivano la marcia intrepidi, simili a segugi sulla pista di una lepre. Andammo avanti per più di un paio d’ore, mentre la luna silente seguiva lenta il suo percorso nel cielo.

Non si udivano rumori, nel bosco, e non perché la neve li attutisse come avviene di solito. Non c’era nemmeno un gufo o una civetta che facesse sentire la sua lugubre voce, né il remoto ululato di un lupo. Nulla. Come se la foresta intera trattenesse il fiato terrorizzata. Il gelo si era fatto strada anche nelle nostre vene e nei nostri cuori, ma noi eravamo Pretoriani Neri e non potevamo fermarci. Se non noi, chi avrebbe affrontato quell’orrore, chi avrebbe affrontato ogni dannato orrore della notte? Eravamo lì per quello, e se anche fossimo caduti nell’impresa ne sarebbero venuti altri, più numerosi e armati e agguerriti, fino a che la minaccia non fosse stata eliminata.

Per ora, però, eravamo noi a dovercela giocare con l’albero vivente, e chissà che altro.

Mi avvicinai a Vassilius e gli sussurrai:

“Dimmi di più su quella leggenda dei tre bambini rapiti per tre anni.”

“Non crederai…”

Scossi la testa.

“Non credo niente, ma voglio sapere tutto ciò che puoi dirmi: se anche c’è una minima possibilità che ci possa aiutare non voglio trascurarla. Forse qualcuno ha creato una messa in scena che si rifà a quella storia per intimorire gli uomini del tuo villaggio, e anche in quel caso mi tornerà utile saperne di più.”

Vassilius lasciò perdere per un momento le tracce e si alzò, sgranchendosi la schiena.

“Non ne so molto, in verità, queste storie non mi hanno mai interessato molto. Dicono che ci siano tre cavalieri, tre divinità: una bianca che è il cielo diurno, una rossa come il fuoco, il sole, e una nera: la notte. A ogni generazione devono rinascere, e ci pensa la vecchia Yaga, una mater oscura. Ha bisogno di tre giovani vite per ogni cavaliere, per tornare a distillarne l’essenza,  e il rito dura tre anni. Quindi nove bambini devono essere sacrificati, tre all’anno. Penso che sia il ricordo di una religione antica e ormai dimenticata dei nostri antenati, prima che arrivasse l’Impero e proibisse ogni culto dedito ai sacrifici umani. Ormai sono solo storie per far paura ai bambini alla sera e mandarli a dormire. Perché permettano ai genitori di farsi un po’ i fatti loro, ci siamo capiti, no? Vai a letto o viene a prenderti la vecchia del bosco…”

“Capisco. E di demoni-albero non se ne parla?”

“La vecchia ha dei servitori invisibili, pare, ma nessuna fiaba dice che cosa siano esattamente. Spiriti, demoni, non saprei…”

Molto incoraggiante.

Procedemmo.

Non passò molto tempo che fummo costretti a fermarci e restare a bocca aperta.

“Dei!” mormorò l’Ispanico, facendo un gesto di scongiuro.

Al di là di una radura, dove finivano le tracce, si alzavano due enormi gambe di uccello, forse di gallina, grandi come tronchi.

Poggiata sopra di esse, lassù in alto, c’era una capanna che quasi brillava alla luce della luna piena. Pareva fatta di ossa.

 

 

 

“Nel dare la caccia ai Figli delle Tenebre vi imbatterete in cose che non potrete credere, cose che sfideranno i vostri sensi e che vanno oltre la ragione umana. I vostri occhi si apriranno su spettacoli che la vostra mente rifiuterà, e le vostre orecchie saranno costrette a udire ciò che mai avreste voluto conoscere. La follia minaccerà da vicino la vostra anima. Siate avvertiti, siate pronti, non date nulla per scontato. Perché se vi lascerete paralizzare dallo stupore, se vi abbandonerete al panico, allora sarete perduti. Non state a chiedervi come possa essere possibile ciò che vi trovate di fronte, non fatevi troppe domande. Dovrete agire, senza esitare nemmeno per un istante. Distruggete, uccidete, tagliate, bruciate! Se quella cosa non dovrebbe esistere, fate in modo che non esista. Mai più.”

Oratius, Legato sotto Lucianus, IV Console Nero

 

Rimanemmo acquattati per un po’ fra gli alberi, tacendo e ascoltando. Tutto era silenzio, un silenzio inquietante. Vassilius ci aveva riferito che la capanna sopraelevata su quelle assurde zampe d’uccello corrispondeva ai racconti spaventosi sulla strega Yaga che aveva udito raccontare da sua nonna, da piccolo.

“E’ la casa della strega, o almeno così era descritta nelle storie. Non avrei mai pensato che potesse esistere davvero.” mormorò il cacciatore. Ancora esitava a credere ai propri occhi.

Achillea scrutava le enormi zampe di gallina con occhio critico.

“Ci si può arrampicare fin lassù senza troppi problemi. E’ pieno di appigli.”

Occhiverdi la guardò stupefatta.

“E così tu ti arrampicheresti sulle gambe di un pollo gigante, così, senza battere ciglio? E se iniziasse a camminare?”

L’amazzone la fissò in risposta:

“Io il resto del pollo gigante non lo vedo, quindi immagino che se ne rimangano ferme.”

“E ti pare normale questa roba? Assurdo per assurdo, a questo punto potrebbero anche mettersi in moto. Il corpo può essere la capanna stessa.”

Achillea scosse la testa: “Voi Hiberni avete troppa fantasia.”

La discussione fu troncata dal piano sommesso di un bimbo, che veniva da lassù.

“Ne ho abbastanza, andiamo su e liberiamo quei ragazzi. Saltasse fuori pure Ecate in persona a tentare di fermarci, dovrà vedersela con noi.” conclusi così la discussione e mi alzai, uscendo dal nascondiglio.

“Tanto prima o poi tocca crepare…” commentò quell’ottimista nato del Centurione. Mi seguì, insieme a tutti gli altri.

“Se quelle gambe si mettono davvero a correre poi ti vengo a cercare, Maevis.” minacciò Achilea.

La mia bella le strizzò l’occhio: “Se ne usciamo ancora con la pelle addosso sai dove trovarmi.”

Non erano davvero zampe di pollo. Avvicinandoci ci rendemmo conto che erano tronchi d’alberi secolari, scolpiti in quel modo e dipinti color arancio.

Vassilius sogghignò.

“Ci siamo lasciati spaventare. E’ un trucco, come pensavo.”

“A me spaventa di più quella roba là in alto.” lo contraddisse l’Ispanico, puntando il dito verso le ossa umane con cui la capanna era stata costruita.

Alara si grattò la testa.

“Anche nel mio paese c’erano streghe che facevano roba simile… prima che l’Impero le spazzasse via.”

“Spazzeremo via anche questa, allora. Andiamo.” ordinai, e iniziai per primo ad arrampicarmi. Achillea aveva detto il vero: era pieno di appigli e di appoggi, la salita si dimostrò agevole.

Sotto di me c’era Suenus, che sbuffava come un toro a ogni cambio di appiglio, e dall’altra parte del tronco veniva su rapida Maevis. La mia amante pareva fare a gara con me per tentare di superarmi, seguita a ruota da Achillea. Dall’altra parte, sull’altra zampa, venivano su il Centurione, Alara e Siro, e un po’ più in basso saliva anche Vassilius.

Finalmente arrivammo alla piattaforma di tronchi su cui la capanna era edificata. Il pianto del bambino che proveniva da dentro cessò all’improvviso. Forse il piccolo ci aveva sentito. Ci riunimmo in un gruppo unico e ci avvicinammo alla porta.

“Cazzo, sono veramente ossa.” commentò il Centurione “E ossa umane, per di più. Guardate qui c’è un cranio intero.”

Annuii, pensoso. Chissà quanta gente era stata ammazzata per costruire quell’obbrobrio. Quanto dolore, quanti lutti.

“Mi fa davvero arrabbiare.” disse lui a bassa voce, minaccioso.

Sapevo quanto l’Ispanico odiasse le streghe, anche se mai me ne aveva voluto dire il motivo. Di solito, però, noi Pretoriani Neri abbiamo una ragione precisa, molto personale, per sfidare i Figli delle Tenebre a viso aperto. E a nessuno di noi fa piacere parlarne. Il Centurione non faceva eccezione.

“Resta concentrato, Centurione. Mi servi freddo e letale come sempre.” gli ordinai.

Mi piegai sulla porta, ignorando un teschio a pochi pollici dalla mia faccia che sembrava sbirciarmi malevolo. C’era una specie di maniglia fatta con le ossa di una mano.

La premetti in giù e spinsi, ma la porta non si mosse.

“C’è una serratura, Lucrezio.” mi avvertì Occhiverdi.

“Grazie, Maevis, la vedo. Ma non ho alcuna chiave.”

“Sbagliato.” mi corresse Achillea. C’era una chiave fatta con un ossicino, che pendeva dalla parete a poca distanza dal portone. L’amazzone me la lanciò e la presi al volo.

Stavo per avvicinare la chiave alla serratura quando la voce di un bambino da dentro chiese:

“C’è qualcuno? C’è qualcuno la fuori?”

Ai tempi della guerra con gli Unni avevo appreso un po’ della lingua locale.

“Sì, ragazzo. Siamo venuti a salvarti, non avere paura.”

Silenzio.

“Andate via, o ucciderà anche voi.”

Maevis mi artigliò un braccio.

“No, non lo farà. Saremo noi a uccidere chi ti ha rapito. Sei da solo?”

Fu un’altra voce a rispondere, ugualmente sottile e timorosa:

“No, siamo in tre. Ma non potete entrare. Yaga ci ha detto che il sacrificio deve essere compiuto, altrimenti non esisteranno più il giorno, il sole e la notte. Il mondo cadrà nel caos.”

Quando tradussi il Centurione fece una smorfia feroce. Faticava a restare calmo, percepivo la sua furia crescere di attimo in attimo.

“Stronzat… ehem… stupidaggini. Vi ha ingannato. Non fidatevi di quello che vi dice la strega, lei vuole solo ingannarvi e uccidervi. Adesso entriamo e vi riportiamo a casa.”

“Attento! Attento alla porta!” gridò il terzo bambino.

Avevo già portato la chiave vicino alla serratura. Mi fermai. Allora fu la serratura a venire verso la mia mano: quella voragine si protese, estendendosi verso l’esterno. Una bocca piena di denti tentò di addentarmi. Mi tirai indietro di botto, spintonando Maevis, Achillea e l’Ispanico che mi stavano alle spalle. A più di una spanna dalla porta quella cosa si fermò. Per un soffio!

“Santi Dei!” imprecai “Quella cosa mi poteva strappare la mano.”

“E tu quasi mi buttavi di sotto! Stai attento a come ti muovi, specie di bufalo italico!” si lamentò Maevis.

“Mi dispiace, amore mio, la prossima volta mi lascerò mangiare una mano per non urtarti!” replicai indispettito.

“D’accordo, hai ragione. Scusami, Lucrezio. Mi sono spaventata. E’ che questa storia non mi piace per niente: ho un cattivo presentimento.”

Accidenti, delle scuse! Un evento raro.

“Non fa nulla. Siamo tutti nervosi. Scusami anche tu.”

L’amazzone Achillea storse la bocca.

“Bene, ora che i nostri due piccioncini hanno fatto la pace come facciamo a entrare senza che questa cosa ci sbrani?”

Mi girai, in cerca di un aiuto o un’idea. Il povero Vassilius era paralizzato dal terrore, gli occhi sbarrati. Per lui quello schifo non era il pane quotidiano come lo era per noi.

Suenus si fece largo ed estrasse la sua grande spada.

“Ci penso io. Fatemi posto.”

Il gigante nordico si piazzò a gambe larghe davanti alla soglia e sollevò la spada. La serratura si ritrasse, rintanandosi profondamente fra le altre ossa, ma lui menò un poderoso fendente, spaccando ossa e denti. Colpì ancora, e ancora e ancora. Infine tirò un stoccata proprio in quel che restava delle zanne e da lì iniziò a muovere la spada su e giù, a destra e a sinistra, scardinando quel che rimaneva.

“Crepa, spirito zannuto dei miei stivali!”

Continuò a distruggere tutto facendo leva con la spada e spargendo schegge da tutte le parti, fino a che al posto della serratura non rimase che un grosso buco. Allora la porta di ossa girò da sola sui cardini e si dischiuse cigolando. Il Geata la spinse e mise piede nella stamberga per primo, poi si  scostò per lasciarci lo spazio per entrare.

“Eh, con le buone maniere si ottiene tutto!” commentò il Pretoriano barbuto.

Brutale ma efficace, in effetti.

“Gli spiriti! Difendetevi dagli spiriti invisibili!” gridò un bambino.

“Ma che diamine…” iniziò a dire Suenus. Poi qualcosa di pesante lo caricò. Era buio, ma non tanto da non vedere un corpo che ti investe: la luna era piena e rovesciava su di noi la sua inquietante luce d’argento. Ma lì non sembrava esserci proprio nulla, se non per il fatto che quell’omone era stato scaraventato via come se niente fosse. Il Geata crollò a terra e urlò, mentre l’avambraccio che aveva proteso a protezione del viso iniziava a perdere sangue. Pareva che qualcosa lo stesse azzannando. Non mi diedi il tempo di pensare: entrai con la spada spianata e la cacciai di punta nel vuoto sopra il nostro amico nordico. La lama trovò qualcosa, perché incontrai resistenza. Un corpo! Spinsi con tutta la forza. Un guaito, qualcosa torse la spada e me la strappò dalle mani. Ero disarmato. La mia spada aleggiava a tre cubiti da terra. Come se si muovesse per conto suo. Però dalla lama cadeva sangue, che spillava a terra. Mi feci indietro ed estrassi il pugnale. Maevis si mise tra me quella cosa invisibile, attaccandola con le sue due lame. Ma prima che potesse colpire dal nulla apparvero graffi sulle sue guance, e lei fu costretta a indietreggiare e strapparsi qualcosa dalla faccia. La cosa che doveva avere la mia spada in corpo balzò su di lei, ma Suenus si rialzò e la investì con una spallata, sbalzandola via. Una freccia la trafisse, restando visibile solo per metà. Achillea entrò nella stanza e attaccò. Maevis aveva qualcosa di invisibile in mano. Occhiverdi lasciò cadere una delle sue spade, con l’altra colpì con un mandritto orizzontale una spanna sotto alla propria destra, con cui teneva stretto quel qualcosa che intanto le faceva a pezzi l’avambraccio. Mi rialzai con un colpo di reni e fui a fianco di Suenus insieme ad Achillea. L’amazzone colpiva alla cieca di spada, io col pugnale. Comparve del sangue sulla sua coscia e lei gridò. Era un morso. C’era qualcosa che le aveva conficcato i denti nella gamba, e stringeva con forza. Ficcai il pugnale mirando a un punto di fianco alla mia spada, infilzando qualcosa più volte. Ma la belva non mollava. Achillea rovinò a terra. Maevis lottava ancora con l’altro essere, che soffiava e sibilava e le graffiava le braccia. Occhiverdi lo colpiva forte con la spada, senza riuscire ad ucciderlo. Alara si precipitò dentro a sua volta, vide la scena e si gettò in soccorso di Achillea. Alzò il pugno destro sopra la testa e lo calò a martello vicino alla coscia della provocatrix, dove supponeva che ci fosse la testa del mostro. Si udì rumore di ossa che si schiantavano, sangue e cervella sprizzarono intorno e l’amazzone sospirò di sollievo, liberata. Intanto anche Maevis si era sbarazzata dell’altro essere. La chiazza di sangue ai suoi piedi macchiava il pelo di un corpo ormai inanimato. Corsi da lei.

“Mi ha sfigurata, guarda!” disse Occhiverdi, fissandosi con orrore le dita che si era passate sulla faccia, macchiate di rosso.

Le pulii il viso con un panno.

“No, Maevis, sono superficiali. Non ti resteranno cicatrici, non credo. E poi saresti bella lo stesso.”

“Fottiti.”

La gamba di Achillea era più preoccupante: i denti dell’essere più grande erano penetrati in profondità nel muscolo della coscia e lo avevano schiacciato. Per fortuna non avevano bucato l’arteria femorale, ma tutta la pelle aveva assunto una colorazione tra il nero e il violaceo. Alara la fasciò come si poteva.

“Ehi, non te ne approfittare, bellimbusto! Tocca il meno possibile.”

Il pugile nero non le rispose, ma fece un ghigno storto.

“In questo momento ho altro da pensare, mi dispiace per te Achillea. Semmai ne riparliamo domani.”

Suenus gli si avvicinò.

“Ma… gli hai spaccato il cranio con un pugno, Alara? A una bestia così grossa?”

Alara gli strizzò un occhio.

“Se il pugile Entello ha sfondato la testa di un toro…”

“Allora ho fatto bene a non litigare mai con te.” concluse il nordico.

“Riesci a camminare?” chiesi io ad Achillea.

“Più o meno…” rispose lei, alzandosi e zoppicando in giro.

A poco a poco i due animali che avevamo ammazzato tornarono visibili, mentre l’incantesimo che li celava ai nostri occhi andava perdendo vigore.

Quello che aveva aggredito Maevis era una specie di grosso gatto selvatico, simile a una lince. L’altro, che aveva sbaragliato me e quasi sbranato Achillea pur con la mia spada in corpo che lo passava da parte a parte, era un enorme mastino. Recuperai la spada, estraendola a fatica dal cadavere del cagnaccio.

“Invisibili lo erano, ma spiriti non direi.”

“Signori, siete vivi?” chiese una vocina, da dietro una porta.

“Sì, noi siamo vivi, gli spiriti no.” gli rispose Vassilius nella loro lingua “Ora vi portiamo in salvo.”

Un attimo di silenzio.

“Quanti erano?” chiese il bimbo, ancora pieno di timore.

“Due.”

“Sono quattro.”

“Merda!” esclamò l’Ispanico “Ce ne sono altri due nascosti.”

Ci stringemmo al centro della stanza formando un cerchio schiena contro schiena e protendendo le armi verso il vuoto davanti a noi.

“Aspetta. Qui c’erano un cane e un… una specie di gatto. Cosa sono gli altri due?” chiesi, sforzandomi di ricordare le parole della loro lingua.

Fu un altro bambino a rispondere:

“Uno è nella porta…”

“Allora quello l’ho già sistemato io.” si vantò Suenus, con sollievo.

“… e l’ultimo non è nella capanna: non ci sarebbe abbastanza posto per lui. E’ un albero, e fa la guardia fuori. E’ lui che ci ha catturato!”

Sospirai si sollievo. Abbassammo tutti le armi. L’Ispanico però guardava avanti, e non era molto sollevato.

“E ora come torniamo indietro? Mica possiamo abbattere un albero con le armi che abbiamo, se ce lo ritroviamo addosso.”

“Una cosa alla volta, Centurione. Liberiamo i bambini.” lo rassicurai “Poi qualcosa ci inventeremo.”

In realtà avevo già una mezza idea.

A tenere chiusa la porta c’erano solo due pesanti chiavistelli di bronzo. Bronzo? Guardando bene, in tutta la casa non c’era nemmeno un pezzo di ferro. Molto bene. Alcune creature magiche non sopportano il ferro, e Baba Yaga doveva essere una di queste. Altre non sopportano l’argento, invece. Per questo le lame di noi Pretoriani Neri sono forgiate in una lega di acciaio e argento. Qualunque cosa ci troviamo di fronte siamo in grado di trafiggerla e tagliarla.

Chiamai Vassilius al mio fianco e tirai i chiavistelli. Due dei bambini lo conoscevano, ed era meglio che si trovassero davanti un viso noto e amico. Meglio che vedessero il cacciatore piuttosto che quella specie di orco barbuto di Suenus, Alara con la sua faccia nera che sarebbe parsa strana a ragazzi di quelle lande, o il perenne muso lungo e le rughe da veterano dell’Ispanico.

“Vassilius!” gridarono due dei ragazzi, e gli corsero incontro. L’altro bambino, il primo a essere stato rapito, non lo conosceva, invece, ed esitò. Maevis si piegò sulle gambe e lo chiamò. Il ragazzo andò da lei.

“Sei al sicuro adesso, tutti voi lo siete. Vi portiamo a casa.” mormorò la mia ex gladiatrice prendendogli le mani fra le sue, intenerita.

Notai che i due figli dell’amico di Vassilius avevano uno i capelli biondi e l’altro rossicci, mentre il terzo bambino era bruno. Il cavaliere bianco, rosso, e nero: il cielo, il sole e la notte. Ma certo. Corrispondevano ai colori arcani della conservazione, della creazione e della distruzione. Quelle forze non servivano a rinnovare il cosmo, che non aveva certo bisogno del sangue di nove bambini per mantenersi in piedi, ma a ripristinare la forza vitale e i poteri della strega. Per tenersi in vita, per poter creare cose, esseri e incantesimi e per portare la morte ai suoi nemici, Baba Yaga attingeva alla forza dei bambini che sacrificava.

L’Ispanico, poco incline sia alla filosofia che alle tenerezze, guardava inquieto fuori dalla finestra.

“Sta arrivando qualcosa, in volo.” ci avvertì.

Il bambino scuro di capelli si staccò da Maevis e si portò le mani al viso.

“E’ lei! Adesso ci mangerà tutti!”

Avevo pensato di mettere in salvo i bambini prima di affrontare la strega, ma a quel punto bisognava arrivarci comunque. Era il momento di purificare l’abominio col ferro e col fuoco, il momento di portare guerra alle tenebre.

“Miei Pretoriani, preparatevi. La parola alle lame!”

 

“Nel più profondo della notte, nel più profondo della foresta, nel più profondo dell’animo degli uomini si celano orrori senza nome. Provengono da tutto ciò che abbiamo lasciato dietro di noi, che abbiamo cacciato da dentro di noi, che abbiamo rifiutato e mondato. A volte, per la magia dei Figli delle Tenebre, queste cose tornano a minacciarci, a suggere le nostre paure e a bramare il nostro sangue. Quando ciò accade, Pretoriani Neri, arriva il nostro momento. Il vessillo del Cerbero deve essere innalzato, il ferro e il fuoco devono essere sfoderati, e quel che non dovrebbe esistere deve essere distrutto, quel che è fuggito dall’Ade vi deve essere sprofondato di nuovo. Perché noi portiamo il carro sfolgorante del Sole nel più profondo della notte, la clava di Eracle sui crani dei demoni, la spada di Marte sulla loro carne blasfema. Innalzeremo e brandiremo la lancia di Minerva e il sacro fulmine di Giove, fino a che di loro non resti che cenere al vento!”

Aurelianus, V Console Nero

 

Mandammo i tre bambini e Vassilius in tutta fretta nell’altra stanza. Prima di chiudere dentro il cacciatore coi ragazzi gli sussurrai:

“Resta coi bimbi. Tu sei l’ultima linea di difesa, Vassilius, e la strega non si aspetta di trovare qui dentro un uomo armato. Se noi dovessimo fallire fai quello che a noi non è riuscito. Il ferro può ucciderla, se riesci a colpirla, quindi non esitare.”

Intanto gli altri si nascondevano in giro per la casa. Prima appiattirmi alla parete vicino alla porta d’ingresso scardinata gettai un’ultima occhiata dalla finestra.

La strega si avvicinava in volo a gran velocità, cavalcando un enorme mortaio che guidava usando un pestello come timone. Aveva un corpo enorme e deforme, era a capo scoperto, calva davanti e con ciuffi enormi di lunghi capelli sporchi che si agitavano da tutte le parti, denti enormi e irregolari simili alle rocce che s’alzano in cima alle montagne in certe zone delle Alpi. Vestita di nero, senza cintura, le sue unghie erano simili ad artigli d’aquila. Assieme a lei viaggiava nel mortaio un grande serpente multicolore, crestato, che stava ritto sulla coda e lanciava sguardi di fuoco in ogni direzione.

C’era da non credere ai propri occhi… ma non per me: avevo già visto anche troppi orrori a cui avrei preferito non essere costretto a credere.

L’Ispanico e Maevis gesticolarono verso di me, facendomi cenno di sparire.

“Al mio segnale…” sibilai.

Fecero segno di avere inteso, poi si abbassarono e scomparvero alla vista

Estrassi la spada, acquattandomi. Avevo richiuso la porta ma speravo poco che Baba Yaga non vedesse lo squarcio che Suenus aveva fatto nella sua serratura fatata.

Il rumore del mortaio che atterrava con poca grazia davanti alla casa mi fece sussultare.

“Coraggio, sotto!” dissi fra i denti, anche un po’ per farmi coraggio. Sono pur sempre solo un uomo, per Giove! Cosa credete, anche a me fanno paura quelle cose!

La strega fece due passi verso la soglia della propria casa… e si fermò. Se n’era accorta. Ovvio. La sua voce era come lo stridere del ferro sul ferro, e mi fece gelare il sangue nelle vene.

“Ladri in casa, ladri in casa mia! Cosa vorranno, bello mio, cosa vorranno? Vorranno rubarmi i miei bambini, vorranno impedire il sacrificio, bello mio, ecco cosa vorranno. Ma non ci riusciranno, no, no, niente affatto, bello, non ci riusciranno… e saranno mangiati!”

Spinse la porta fatta di ossa con delicatezza, con le punte degli artigli.

“Hanno ammazzato la mia porta… assassini! Assassini, e pietanze, pietanze prelibate. Non hai l’acquolina in bocca, bello mio, non ce l’hai? No? Io sì! E’ arrivata la cena.”

Tacque. Intravidi, alla scarsa luce della luna che entrava dalla porta semiaperta, il suo ghigno feroce.

“Sei tu, cena? Sei lì? Mi ascolti? Mmmmmh, che bontà che devi essere! Un vero manicaretto, pieno di ossa con cui riparare la mia porta, e di sangue, e di budella. Proprio un bel pasto, dico io!”

“Dai, fatti avanti, dunque, ho dell’acciaio buono e dell’argento forgiato da darti da mangiare, megera.” pensai.

Esitava, e cominciò a ondeggiare a destra e sinistra. Il capo andava da una parte e il tronco dall’altra, come un serpente.

“Chi ci sarà lì dentro, bello mio, chi ci sarà? Ci sarà del ferro pronto per me, pronto per la povera, vecchia Yaga? Ci sarà un pasto crudele che non desidera essere mangiato, che magari vuole lui mangiarsi la buona Yaga, invece, quel brutto screanzato. Ah, ma non finirà così, finirà con questi denti tutti rossi, invece, e un bel buco nella sua pancia, e gli strapperò le guance a morsi, e mi berrò i suoi occhi, ecco come finirà, bello mio. Vai, vai, bello, vai avanti tu a vedere per me, io ti seguo e mangiamo tutti e due.”

Un sibilo, uno strisciare sul pavimento, e fu il rettile a entrare per primo. Si girò verso di me, agitando la lingua pronto a colpire. Ma io ero pronto: gli mozzai il capo con un solo fendente. Ecco fatto, bello mio!

Il mio trionfo non durò un battito di ciglia: Baba Yaga entrò come nella casa come una tromba d’aria, sbattendomi la porta addosso con una forza sovrumana. Fui gettato contro la parete e schiacciato fra quella e le ossa di cui era fatto il portone.  Spinsi, ma la vecchia era dieci volte più forte di me. Mi colpì e la porta andò in frantumi spargendo femori e tibie e costole da tutte le parti. Dei, che botta, se ci penso mi fa ancora male. La strega mi afferrò per una spalla e mi sollevò come se non avessi peso. Con l’altra mano mi prese una gamba e tirò. Mi avrebbe spezzato in due se Siro non fosse sorto dal nulla e non le avesse piantato nel corpo due frecce nel tempo di un “ave”. La vecchia ululò e mi scagliò via, contro un muro. Ricaddi in terra e per un istante persi i sensi. Buio. Riaprii gli occhi subito. Yaga pareva volare mentre saltava verso l’arciere orientale, che stava già incoccando la terza freccia. Non avrebbe fatto in tempo: gli era già addosso… se non fosse che Suenus la investì sul fianco con una spallata, gettandola di lato. Alara le fu sopra e la trafisse con la spada. La strega gliela strappò di mano, e l’africano reagì con una tempesta di pugni: diretti, ganci, pugni a martello. Credo che avrebbe abbattuto un bufalo. La testa di Yaga invece si mosse appena. Si strappò via la spada dal fianco e la lanciò contro Suenus, che scartò di lato. La spada si infisse nel muro alle sue spalle.

“Guarda guarda, quanto bei coniglietti che ha trovato per cena, la buona vecchia nonna!”

Per un attimo temetti che le nostre armi non le facessero niente, ma la smorfia di dolore della strega mi disse il contrario. Bene. Il nordico recuperò la spada e scattò all’assalto seguito da Maevis, dal Centurione e perfino da Siro che aveva abbandonato l’arco ed estratto la spada. Io ne approfittai per svignarmela e uscii all’aperto. Avevo un lavoro da fare.

C’era un gran rumore, là fuori, come quando una tempesta scuote i rami degli alberi fustigandoli con raffiche di vento. Solo che non soffiava alcun vento. Alla base delle zampe di gallina su cui la capanna poggiava, invece, qualcosa frustava la neve. Il legno scricchiolava, e apparivano dal nulla come delle lunghe ferite sulla superficie dei due grandi tronchi truccati da zampe.

“Oh, merda.” mormorai.

Era lui, era l’albero invisibile, che tentava di arrampicarsi fino in cima per portare aiuto alla sua padrona. Se riusciva a salire eravamo tutti morti, da come mulinava quelle radici e quei rami. Io ero ancora mezzo stordito per la botta ricevuta, e devo ammettere che le dita mi tremavano. Anche così riuscii a fare il mio dovere, in qualche modo. Poi mi lanciai di nuovo dentro.

Baba Yaga si girò verso di me, gelandomi sulla soglia con un’occhiata bramosa.

“Ecco un buon piatto che si unisce alla cena. Scappa, coniglietto, oppure vieni a morire! Ti divorerò le budella, caro…”

Suenus era a terra, cercava di strisciare via dalla strega che incombeva su di lui. La sua spada sbucava per un terzo dalla spalla di Yaga. Siro era stato buttato dall’altra parte e giaceva privo di sensi, dopo averle staccato una mano… che stava ricrescendo a vista d’occhio. L’Ispanico si era gettato fra la creatura mostruosa e il Geata, e la teneva a bada a fendenti disperati.

“Adesso vi mangio, vero? Sì, vi mangio tutti, coniglietti miei!”

Maevis nel frattempo era riuscita a girarle intorno. La assalì alle spalle, colpendo i legamenti dietro il ginocchio. La carne di Yaga emise un rumore simile a quello del legno colpito dalla scure. Il mostro fece per girarsi verso di lei. Occhiverdi le piantò una lama tra le costole e saltò, le afferrò il collo da dietro e rimase appesa. La strega si dibatté, scuotendosi da una parte e dall’altra. Le gambe della mia amata volavano a destra e a sinistra, mentre lei si teneva al mostro con il braccio sinistro. Maevis colpì alla gola e alla nuca con l’arma che stringeva nella destra.

Io balzai verso la strega e Occhiverdi, con il cuore in gola. Se dovevo morire lo avrei fatto combattendo insieme ai miei uomini e alla mia donna, per gli Dei! Ruggii tutta la mia rabbia e la mia paura, mi piantai sulle gambe, afferrai la spada a due mani e sferrai un mandritto a tutta forza, alla sua gamba proprio sotto il ginocchio. La spada passò oltre, amputando l’arto, e la strega si rovesciò a terra. Saltai di lato per non rimanere schiacciato sotto di lei, mentre Maevis veniva sbalzata via. Atterrò su mani e piedi, agile come un gatto, un’espressione di sfida sul volto.

“Era mia!”

“Attenta, pazza di un gladiatrice!” le gridai.

Occhiverdi schivò una manata di Yaga per un soffio. La strega si trascinava spingendosi su un braccio e sulla gamba sana.

“E una gambetta è andata. Non fa niente, coniglietti, ora ricresce. Tanto può finire in un solo modo, no? Una bella cenetta, dico io. Mica vi cuocio, è tardi, è tardi. Vi mangio così crudi come siete, rossi e polposi… al sangue!”

L’Ispanico si fece avanti e le inchiodò un braccio al pavimento. Lei ruggì. Il Centurione le sferrò un calcio in faccia.

“Crepa!”

L’altro braccio di Yaga lo prese da dietro con un colpo alle caviglie e lo fece cadere. Lei si mosse per morderlo. Io e Maevis scattammo all’unisono, menando fendenti su tutto il suo corpo. Anche Suenus si fece avanti, brandendo il pugnale. L’Ispanico ne approfittò per strisciare via.

“Dove diavolo sono Alara e Achillea?” gridai, mentre sferravo colpi all’impazzata cercando di stare alla larga dalle zanne e dagli artigli.

Suenus mi rivolse un’occhiata folle di furia.

“Alara l’ha lanciato fuori dalla finestra, non so se sia vivo. Achillea non l’ho vista.”

“Eccola, Achillea, spostatevi!” gridò l’amazzone, sbucando da una porta. Lanciò una bottiglia piena di qualcosa sopra la strega. Il vetro si infranse e il liquido la cosparse. Poi Achillea lanciò una torcia.

“Via!” urlai.

Ci gettammo lontano.

Un’esplosione, e le fiamme avvolsero Yaga. Le sue grida erano lancinanti.

“Ma cosa c’era in quella bottiglia?” chiese Maevis all’amica.

Achillea gridò per sovrastare il ruggito delle fiamme: “Vodka!”

Appena il calore scemò un poco ordinai:

“Sotto! Finiamola!”

Achillea, pur zoppicante, fu la prima a raggiungerla, e lanciò il terrificante grido di guerra delle donne guerriere di Temiskira.

Ci gettammo sulla strega, colpendo tutti insieme quegli arti anneriti, senza tregua e senza pietà.

L’Ispanico svegliò bruscamente Siro, che scosse la testa, si alzò barcollante e corse a prendere l’arco. Le sue frecce dalla punta d’argento iniziarono a colpire una dopo l’altra. Una si conficcò nel cranio enorme di Yaga spappolandole un occhio.

La faccia avvolta dalle fiamme si erse verso di me. I capelli erano lunghe torce. Spalancò la bocca.

“No!” urlò “Il sacrificio deve essere compiuto! Non dovete fermarmi! Non ci sarà più giorno, sole e notte, il mondo finirà! Pazzi!”

Scossi la testa.

“E’ solo il tuo mondo, che sta per finire, bestia. Sei cotta, coniglietta, ora ti mangiamo!” Caricai un colpo a due mani e lo calai sul suo collo. La lama entrò per più di metà e rimase conficcata lì. Dei, quanto era dura!

L’Ispanico mi diede una spallata per farsi largo, ruotò sulle gambe e colpì dall’altro lato. La sua spada entrò nel collo della strega con un ciocco sonoro, e tintinnò alla fine sull’acciaio della mia. Il cranio di Baba Yaga rotolò sul pavimento in fiamme, il suo corpo crollò. Allontanai il testone con un calcio. Pareva morta, ma non mi fidavo per niente.

“Maevis, apri a Vassilius e ai ragazzi, dobbiamo uscire, e subito! Qui brucia tutto!”

Spinsi per un braccio il Centurione, che aveva lo sguardo fisso sul corpo della strega, l’odio ancora inestinto negli occhi.

“E’ andata, Centurione, è fatta. Dobbiamo andare.”

Li trascinai via, tutti quanti. Restai per ultimo, per aiutare Occhiverdi, Vassilius e i bambini a uscire tenendo aperto per loro quel che restava del portone di ossa.

“Alara!” sentii gridare da fuori. Era la voce di Suenus.

Uscii anch’io, e mi sporsi a guardare. Alara era ai piedi delle zampe di gallina, di fianco a un falò. Qualcosa ardeva, fra schianti e crolli, ma non si vedeva nulla. Sopra di noi aleggiava la nave volante Imperiale, attirata sul posto dal razzo di segnalazione che avevo lanciato quando ero uscito dalla baracca durante lo scontro.

“Sei vivo, figlio di puttana!” gridò il gigante nordico.

“Si, brutto stronzo, sono vivo! Sono atterrato sull’albero invisibile che si arrampicava, ho lottato, ho tagliato qualche ramo e sono caduto giù. Poi è arrivata la nave e i volonauti hanno gettato su quella cosa una bella doccia di fuoco greco. Venite giù, se non volete finire arrostiti anche voi!”

Scossi la testa.

“No, meglio andare su, invece! Abbiamo i bambini, è più sicuro.”

Feci segno all’equipaggio della nave volante che ci gettassero una scala di corda e ci arrampicammo a bordo, mentre le fiamme consumavano la capanna di Baba Yaga. Issarono su anche Alara, e ci ritrovammo finalmente tutti insieme.

Andai dal capitano della nave, e gli ordinai di aprire il fuoco. Volevo essere certo che non restasse nessuna traccia di quell’orrore. Il fuoco greco avvampò, dieci volte più ardente di quello normale. Restammo a goderci lo spettacolo, finché non rimase solo cenere.

Fatti ricrescere la testa, adesso, brutta merda di una strega.

“Ma allora, tutta la storia del sacrificio? Baba Yaga ci ha detto che se non si fosse compiuto il mondo sarebbe finito.” mormorò il bimbo bruno, incerto.

“Stupidaggini.” gli sussurrò il buon Vassilius “Ora siete in salvo, non ti devi preoccupare di nulla, ti riportiamo dai tuoi genitori. A questo vecchio mondo non succederà un bel niente, puoi stare tranquillo.”

Passai un braccio attorno alla vita di Maevis, che mi sorrideva, e guardai il bambino negli occhi.

“Ha mentito, piccolo: il sacrificio era necessario solo per Baba Yaga, per tenere in vita lei. E’ solo il suo mondo che sarebbe finito, perché senza rubare la vostra energia vitale sarebbe morta. Come avrebbe dovuto avvenire molto, molto tempo fa. Ma adesso abbiamo rimediato. E’ finita.”

La nave ruotò su se stessa, lenta e maestosa, e catturò il vento fra le vele muovendosi verso il villaggio. Avevamo vinto, spazzato via l’oscurità ancora una volta, ma quella terra continuava a darmi i brividi. Al di là del Limes, a un centinaio di miglia a Oriente, non di più, c’era il regno degli Unni. Laggiù, fra le vastità infinite, in mezzo a foreste e lande fredde e buie, gli sciamani di quel popolo selvaggio complottavano ai danni dell’Impero con ogni tipo di entità maligna, si legavano a loro con riti di sangue e sacrifici umani. Gli Unni ogni giorno davano in pasto a quegli esseri disgustosi bambini come quelli che noi avevamo salvato, in cambio di potere e incantesimi. Un giorno saremmo dovuti arrivare al confronto finale con tutti loro, con la notte che aveva generato esseri come Baba Yaga. E allora sarebbe arrivata la vera resa dei conti.

 

 

Scritto da Marco Rubboli

Si dedica dai primi anni Novanta alle arti marziali storiche europee: scherma storica, pugilato greco, pancrazio, gladiatura. Istruttore al massimo livello con numerosi titoli agonistici nazionali, ha fondato la più grande realtà europea del settore, la Sala d'Arme A. Marozzo, con numerose pubblicazioni in materia. Ha pubblicato per Watson “Per la Corona d'Acciaio” e “Ombre sulla Dacia” per Delos Digital, racconti per Watson, Sensoinverso, Book Magazine, e Ignoranza Eroica.

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