i racconti di satrampa zeiros – “ammazzavampiri” di caterina franciosi

Londra, 18**

 

La lama scivolò sul legno, duro e liscio. Un ricciolo scuro cadde sul pavimento, ammucchiandosi insieme a tutti gli altri vicino alla punta dei miei stivali. I miei movimenti erano rapidi, sicuri. Precisi. La mia mano era ferma dopo anni di esperienza e l’andamento regolare del coltello sul paletto cullava la mia mente, la rilassava prima della caccia. Ben presto, mi persi in un limbo lontano.

Mentre il sole veniva inghiottito dai tetti aguzzi di Londra, mi soffermai a riflettere sull’immortalità. A quell’effimera e ingannevole promessa rappresentata dalla vita eterna. Solo gli stolti o i disperati potevano lasciarsi abbindolare da tali menzogne. Non riuscivano a valutare il reale prezzo della loro debolezza. Non è nell’ordine delle cose vivere per sempre, nossignore. Si nasce, si vive – o, come nel mio caso, si sopravvive – e si muore. E molto spesso in maniera ingiusta, ma cosa volete farci? È così che va il mondo. E poi, seriamente: siete davvero così certi di voler vivere per sempre? Vi rendete conto di cosa significhi realmente? Veder avvizzire e morire ogni persona cara attorno a voi? Senza affetti di sorta, completamente soli al mondo, potreste ancora definirla vita?

Un altro truciolo cadde sul pavimento. La punta del paletto splendeva fra le mie mani, terribile e letale. Mi immaginai di conficcarla nel cuore di quelle bestie.

Mostri.

Pullulavano per le vie più malfamate della città, infestandole con la loro presenza, ammorbandole più di quanto non fossero già. Prostitute, ubriaconi, oppiomani, gentiluomini… nulla faceva differenza per loro. Ognuno di noi era una possibile preda. Un bersaglio in movimento, da attirare nell’oscurità e con cui banchettare senza pietà.

Vampiri.

Incredibile, vero? Londra infestata dai vampiri, come nelle migliori storie dell’orrore. Come nel più squallido penny dreadful. Eppure non vi sto prendendo in giro, lo giuro sul mio onore. Beh, per quello che può valere quello di una reietta della società, che si veste da uomo ed esce al crepuscolo armata fino ai denti. Una reietta che frequenta le peggiori taverne, i vicoli più malfamati, in cui uomini e donne si trasformano in fiere selvagge, accoppiandosi negli anfratti fetidi con la mente ottenebrata dall’alcool e dalle droghe. Ma non sempre sono uomini e donne. Se guardate bene, se sapete cosa cercare, ecco che vi accorgerete di qualcosa di strano.

Lì, fra le ombre, si annidano creature immonde, creature che dovrebbero essere confinate negli abissi infernali e che invece camminano su questa terra.

Lì, fra le ombre, il vampiro cerca la sua preda.

Ed è allora che la mia arma cala, spietata e implacabile.

Un ultimo, morbido movimento del coltello e il paletto fu pronto. Alzai gli occhi sul cielo ormai scuro. Sulla linea dell’orizzonte riverberavano gli ultimi raggi di sole. Un altro giorno si era concluso, un’altra notte era pronta ad accogliere anche me fra le sue braccia. E, come sempre, non avevo intenzione di farla attendere.

 

I miei passi risuonavano attutiti sul selciato di Whitechapel. Gli stivali mi inguainavano le gambe fino al polpaccio, i pantaloni – di tessuto più spesso e resistente di quello dei normali vestiti – mi fasciavano e mi proteggevano allo stesso tempo. Nei cosciali, due paletti per gamba, coperti dal lungo cappotto nero. Alla cintura, un pugnale dalla lama in argento così affilato da far impallidire anche il soldato più navigato.

Non si è mai troppo armati, era la prima regola che mi avevano insegnato i Fratelli della Confraternita.

Gli afrori del vicolo mi ricordavano i sotterranei in cui io e i miei Fratelli ci riunivamo. Non consanguinei, ma compagni per scelta. Uniti in nome di un’unica e antica missione: debellare quanti più vampiri potessimo durante le nostre brevi vite mortali. A quindici anni, avevo votato anima e corpo alla Confraternita. Da quindici anni, combattevo come Cacciatrice ogni notte per costruire un mondo migliore.

Che utopia, vero? Pensare di poter cancellare il Maligno da questa terra. Lo so, sono una sciocca ottimista, nel fondo del mio cuore nero. Me lo hanno sempre ripetuto. Ma non lo faccio solo per me o perché mi sento davvero viva e completa quando taglio le teste di quei bastardi o quando pianto i paletti nei loro petti immondi. Lo faccio per tutti gli innocenti là fuori che non possono difendere loro stessi o i propri cari dai mostri che vagano nell’oscurità.

Ed era proprio quello il motivo per cui mi trovavo a camminare sul ciottolato lurido e viscido di pioggia e liquami, tra muri di mattoni anneriti.

Avevo una pista. Il messaggio mi era giunto sotto forma di un ragazzino vestito di stracci che due giorni prima, all’alba, mentre rientravo a casa, mi aveva lasciato cadere in mano un bigliettino in codice. Opera del Centauro, senza dubbio. Il Gran Maestro della Confraternita aveva ricevuto una soffiata, un potenziale vampiro a Whitechapel. Discreto, ma non abbastanza per i nostri sensi da cacciatori. Prostitute scomparse, strane amnesie da parte degli avventori dei locali, anomali giri di contanti sottobanco. Uno sconosciuto apparso dal nulla in una notte come tante. C’erano tutti i presupposti per una bella battuta di caccia.

Mi abbassai il cappello sugli occhi e alzai i baveri del cappotto. Faceva freddo, ma non troppo per quelli come me. Il nostro addestramento prevedeva un duro condizionamento mentale e fisico, anche con metodi non sempre…leciti. Chi non era adatto, non sopravviveva. Dopotutto, la scelta di entrare nella Confraternita era libera. Chiunque decidesse di farne parte per diventare un Cacciatore conosceva fin dall’inizio i rischi a cui sarebbe andato incontro. Non era uno scherzo aver a che fare con creature soprannaturali.

Svoltai l’angolo e raggiunsi un incrocio male illuminato. Eccolo, il mio obiettivo: il Queen Victoria’s Pub. Dritto davanti a me. Il Centauro aveva detto che l’informatore mi avrebbe aspettata lì. Attraversai la strada, sentendomi trapassare dalle occhiate curiose e avide di quelle poche, macilente figure che si aggiravano come spettri lungo i marciapiedi. Raggiunsi in fretta l’entrata del pub ed entrai. Subito una zaffata atroce di profumo della più infima qualità mista a fumo e puzza di sudore mi fece bruciare il naso e la gola. Mi feci largo tra la nebbia che appestava il locale e i pochi avventori già impegnati a contrattare con alcune signorine in abiti succinti. Quasi tutte cercavano di trattenere gli insistenti colpi di tosse che non davano loro tregua. Invano. Il sangue sui fazzoletti era inequivocabile. I loro occhi spenti e cerchiati di nero mi squadrarono da capo a piedi mentre mi dirigevo verso il tavolino nell’angolo più lontano dalla porta d’ingresso. Là, seminascosto dalla cortina di fumo, mi attendeva il mio informatore. Annusai l’aria intorno a me, con discrezione. Non sentii puzza di ferro o di morte. Il mio uomo non era un vampiro. Mi avvicinai, tenendo nascosta la mia presenza fino a quando non fui ad un palmo di distanza da lui.

Oh!” sobbalzò l’uomo.

Era basso, con una calvizie incipiente e le mani nervose e piene di calli e tagli. Non aveva quasi più denti. Cercò di alzarsi non appena mi vide, ma gli feci cenno di rimanere seduto dove stava. Presi posto davanti a lui e alzai finalmente il viso per guardarlo dritto negli occhi. La sua mascella scivolò di colpo verso il basso.

“Ma voi siete…”

“Una donna, esatto.”

“Miss…?”

“Ha importanza?”

L’uomo tacque, vagamente intimorito dal mio tono gelido. Appoggiai i gomiti al tavolo e mi sporsi appena verso di lui.

“Avete delle informazioni per noi, mi è stato detto.”

“S-sì,” balbettò l’ometto, tormentandosi le maniche lise della giacca. “Vi abbiamo contattato perché ci sono stati strani movimenti attorno a Shepherd Street, qualche notte fa… un cadavere, orribilmente mutilato, con due buchi sulla gola e-e….”

L’uomo si passò una mano sul viso.

“Immagino non ci fosse più il cuore,” conclusi per lui.

L’ometto annuì.

“E dunque avete pensato di chiamarci?”

“Sì, noi… io e Arthur…”

Lo scrutai da sotto la tesa del cappello. Il suo tono era sempre più impastato, i suoi occhi sempre più vitrei. Qualcosa non andava. Non avrei potuto affermarlo con certezza finché non avessi visto il suo collo, ma quell’uomo pareva portare tutti i segni dell’incantesimo di un vampiro.

“Io e Arthur siamo stati i primi ad accorrere sul posto, in piena notte. Stavamo tornando a casa, quella sera, quando abbiamo notato il cadavere di un barbone buttato nel vicolo come un mucchio di stracci. Ci siamo avvicinati e Arthur è corso subito a dare l’allarme. Era solo un poveraccio, ma ridurlo in quello stato… Buon Dio. Quando Arthur è tornato e mi ha spiegato cosa fosse successo secondo lui, l’ho preso per pazzo, sapete…”

Annuii. Sapevo.

“E poi Arthur mi ha detto di conoscere un tizio che conosceva un altro tizio che poteva mettersi in contatto con la vostra Confraternita. Non riesco ancora a crederci, ma non posso mentire sulla realtà dei fatti, non credete?” Si leccò le labbra, nervoso. Troppo nervoso. “Se c’è un vampiro a Whitechapel non possiamo lasciare che scorrazzi a piede libero.”

Un vampiro a Whitechapel non avrebbe di certo lasciato tracce così evidenti. Che si trattasse di un neonato? Difficile… Al cadavere mancava il cuore, chiaro segno di un buongustaio. Dicono che i cuori freschissimi siano una prelibatezza per i vampiri. Il mio informatore doveva essere stato incantato durante l’assenza del suo amico e la sua memoria ovviamente modificata. Sentivo puzza di trappola fin da lì. Con ogni probabilità, il suo nuovo signore vampiro ci stava ascoltando fin dall’inizio della nostra conversazione.

Molto bene. Che ascoltasse pure. Avrebbe trovato pane per i suoi denti, in tutti i sensi.

“Shepherd Street dunque,” ripetei, più a beneficio del mostro che dell’ometto.

“Sì, Miss,” si affrettò ad annuire il mio informatore.

Molto bene. Allungai una moneta sul tavolo e l’uomo sgranò gli occhi.

“Per il vostro aiuto e la vostra discrezione.”

Mi alzai prima che potesse profondersi in ringraziamenti. Non erano soldi miei. La Confraternita garantiva a ciascuno dei suoi membri una rendita mensile tale da coprire ogni spesa di sorta. E pagare un buon informatore rientrava in quelle spese.

 

La luna venne inghiottita dalle nuvole non appena raggiunsi Shepherd Street. Non c’era anima viva a quell’ora della notte. Il silenzio mi faceva ronzare le orecchie, abituate a cogliere anche il minimo sospiro del vento. Ma tutto era immobile in maniera innaturale intorno a me, persino l’aria. Strano. Molto strano. Continuai a camminare, ombra tra le ombre, sbirciando dietro ogni angolo prima di muovermi.Il buio non mi causava alcun problema, il peso della lama d’argento, nascosta tra le pieghe del cappotto, era confortevole nelle mie mani. Mi spostavo rapida e silenziosa come un felino. Il mio corpo era condizionato dai lunghi anni di addestramento e dai tonici che ancora ogni tanto, a scadenze fisse, noi Cacciatori eravamo costretti ad assumere per far sì che non ci indebolissimo troppo. I vampiri potevano contare su poteri quasi illimitati cristallizzati nel tempo per l’eternità. Noi poveri umani, seppur più forti della media, avevamo a disposizione solo pallide imitazioni ad opera dei Maestri delle Arti Occulte della Confraternita. Quegli intrugli disgustosi rallentavano il nostro invecchiamento e ci garantivano sia una maggiore potenza muscolare sia un più rapido fattore rigenerante in caso di attacco. Ferite potenzialmente mortali per qualsiasi altro essere umano per noi sarebbero risultate solo lesioni di entità minima.

Sì, lo so, so già cosa state pensando. Anche io certe notti mi ritrovavo a pensare a chi fosse davvero il mostro.

Un grido squarciò l’immobilità della notte e si innalzò tra i palazzi. Persino il cielo fremette. Cominciai a correre in direzione di quel disperato richiamo d’aiuto, senza più preoccuparmi di celare la lama. Udii un gran trambusto provenire da un vicolo sulla sinistra poco più avanti. Lo imboccai senza pensarci due volte. In fondo, in uno dei tanti anfratti fetidi sotto le finestre più basse dei locali disabitati, due figure erano avvinghiate l’una all’altra. Quella più alta – un uomo, senza ombra di dubbio – teneva intrappolato un ammasso urlante di gonne e merletti contro la parete.

“Tu laggiù!” gridai nel tentativo di distrarlo. “Dico a te, bestia schifosa!”

L’uomo voltò la testa verso di me. I suoi occhi dardeggiarono nell’oscurità, il suo viso cereo galleggiò nelle tenebre. Rivoli di sangue gli macchiavano le labbra e il mento. Le sue labbra si schiusero in un sorriso mentre lasciava cadere la donna ai suoi piedi. Era svenuta. Un afrore di ferro e morte mi bruciò le narici. Tutti i miei sensi si tesero, i miei muscoli si prepararono a colpire. Il vampiro mi caricò, con una rapidità impossibile da percepire per un occhio non allenato come il mio. Alzai la lama, pronta a colpire. Rimasi immobile al centro del vicolo fino all’ultimo, le braccia tese fino allo spasimo, il respiro rapido ma regolare. Sentivo il cuore pulsarmi nelle orecchie, nei polsi. Le mie mani rimasero immobili esattamente come il resto del mio corpo fino a quando il vampiro non mi fu praticamente addosso. Solo allora scartai di lato e calai la lama sul suo fianco. Lo ferii, non in profondità ma abbastanza da sporcare di cremisi l’argento. Il mostro soffiò, inviperito. Si arrampicò sul muro come una grossa lucertola e mi guardò a testa in giù dall’alto della parete.

“Ammazzavampiri,” ringhiò, snudando i canini.

“In persona,” replicai a tono, mentre cercavo un modo per raggiungerlo senza farmi notare troppo.

Con scarso successo.

“Dove pensi di andare, bella signorina?” Il mostro ghignò, intercettando il mio sguardo “Non scomodarti a salire, scendo io da te.”

Il vampiro planò di nuovo in strada. Mi cadde addosso prima che potessi evitarlo, freddo e pesante come un blocco di marmo. Sentii il suo alito gelido sul collo, mi ghiacciò la pelle sotto i baveri del cappotto. Con un colpo di reni ben assestato me lo levai di dosso, poi gli sferrai una ginocchiata ai genitali. Ottenni solo uno sbuffo di protesta in risposta, ma tanto bastava: ero riuscita a guadagnare abbastanza spazio per rialzarmi. Gli piantai la lama nel fianco destro, spingendola fino a quando la punta non stridette contro il selciato. Allora il mostro ululò di dolore e i miei sensi esultarono. Rigirai la lama più e più volte nella ferita, allargandola sempre di più. Mi preparai ad estrarla e a colpire la nuca del mostro per il colpo finale: dovevo calcolare bene i tempi ed essere rapida e precisa. Il più piccolo errore sarebbe stato la mia condanna a morte. Trattenni il respiro mentre mi apprestavo a sferrare il colpo letale. Avevo già lo stivale premuto sulla schiena del mostro, quando un’ombra calò alle mie spalle e tutto divenne buio.

Era davvero una trappola come avevo sospettato, fu il mio ultimo pensiero prima di perdere i sensi.

Sciocca.

 

Mi risvegliai legata ad una sedia, con la testa dolorante. Al buio. Ero sottoterra? No, più un edificio abbandonato, a giudicare dalle finestrine coperte di sporco vicine al soffitto. Che confusione… e che strano calore che mi avvolgeva il collo e le spalle.

Sobbalzai, ritrovando la piena lucidità. Tentai di sollevare una mano, ma era saldamente legata all’altra con una catena. Tirai più forte. Più forte di un comune mortale.

Nulla.

Chiunque mi avesse imprigionata sapeva cosa stava facendo.

“Ben svegliata, Miss.”

Un risolino divertito. Alzai gli occhi. Davanti a me, in piedi contro una colonna, c’era un vampiro. Con il suo inconfondibile odore. Capelli neri ricci, sfavillanti occhi blu. Lineamenti candidi e perfetti. Era splendido, come tutti i membri della sua specie dannata. Ogni in cosa in loro era necessaria ad attirare la preda.

“Rossa, eh? Ho sempre avuto un debole per le rosse.”

Scossi la testa. Solo ora mi rendevo conto di cosa mi provocasse quel disagio. I miei capelli – lunghi, pel di carota e indomabili – non erano più legati nella stretta treccia che nascondevo sotto al cappello ogni volta che uscivo ma ondeggiavano liberi sulla mia schiena.

“Dove sono?” domandai al mio carceriere.

Il vampiro sollevò le mani.

“Calma, calma. Non ci siamo neppure presentati.”

“Non serve.”

“Io sono Charles. E voi, Miss?”

“Lascia che venga lì e ti pianti un paletto nel cuore.”

“Mi dicono che il vostro sia piuttosto particolare. Estelle, dico bene?”

Mi abbandonai contro lo schienale di legno. Non volevo neppure sapere come conoscesse il mio nome. Dov’erano le mie armi?

“Cercate queste?”

Charles il vampiro mi indicò un mucchietto ai piedi della colonna. Il mio pugnale e i miei paletti. Sospirai, rassegnata, e mi risolsi a guardarlo. Dritto negli occhi. Grazie alle pozioni della Confraternita, noi Cacciatori eravamo immuni al loro sguardo potenzialmente ipnotico, ma non mi piaceva tirare troppo la corda.

“Dove sono finiti i tuoi compari?”

“Oh, li ho mandati via. Ho assicurato loro che mi sarei occupato io di voi, in maniera egregia. Erano così presi dalla foga della caccia che vi hanno lasciata qui con me senza fare altre domande. Non potendo uccidervi subito avete perso ogni interesse per loro.”

Un vero peccato.

“Qual è il tuo prezzo, allora?” domandai senza mezzi termini. “Cosa vuoi da me?”

Il vampiro scoppiò a ridere. Mi venne vicino e mi sfiorò la guancia con la punta delle dita. Continuai a fissarlo negli occhi, senza un brivido.

“Le somigliate tantissimo, sapete?” mormorò con uno sguardo che mi diede i brividi. “Scusate per i modi bruschi, ma avevo bisogno di parlarvi. In privato.”

Mi ritrassi in maniera istintiva, tendendo il collo all’indietro.

“Non voglio farvi del male.” Il vampiro Charles si chinò su di me, sul mio orecchio. “Ho una proposta per voi, Estelle. Perdonate se vi ho teso questa trappola, ma dovevo essere credibile agli occhi degli altri. Vi osservo da un po’ e…”

Ci mancava solo un vampiro a pedinarmi.

“Sei stato tu ad aggredirmi?”

Il vampiro Charles sospirò e fece un mezzo passo indietro.

“L’uomo che avete sorpreso nel vicolo…”

“Il mostro…”

“…era Simon. Io e Timothy vi abbiamo colta alle spalle. Me ne scuso, ma non potevo agire altrimenti.”

“Cosa stai dicendo?”

La mia pazienza iniziava a scarseggiare.

“Dovevo parlare con voi, ad ogni costo. Con voi e nessun altro,” insistette il vampiro. “Nessun altro avrebbe potuto capirmi.”

Rimasi in silenzio.

“Non siete stata l’unica a perdere qualcuno di caro per mano di un vampiro, Estelle.”

Il vampiro Charles mi guardò, i suoi occhi brillarono come pietre preziose nell’oscurità di quello stanzone fatiscente. Sentii la mandibola irrigidirsi.

“Non sai nulla.” Sputai fuori le parole a forza.

“So molto più di quanto crediate, invece.” fu la mesta risposta del vampiro. “A quindici anni uno di noi, un segugio con ogni probabilità, ha braccato senza pietà i vostri genitori e vostra sorella e li ha uccisi brutalmente nella vostra casa di Londra. Voi vi siete salvata solo perché eravate in visita da una zia nel Derbyshire. Da quel giorno la vostra vita è cambiata. I membri della Confraternita vi hanno avvicinata per capire il motivo di quella strage e voi avete subito deciso di entrare a farne parte per trovare la pace nella vendetta. Dico bene?”

Il mare di ricordi che mi ostinavo a tenere sotto chiave in un angolo del mio cuore mi travolse. Zia Audrey che mi faceva sedere nel suo salottino, con una tazza di tè sul tavolino davanti al caminetto… Tutti morti, non c’era più nessuno, ero sola al mondo… E poi, una notte, quel piccione alla finestra con il messaggio legato alla zampa. Ancora mi sembrava incredibile. Non so ancora cosa mi spinse a rispondere a quella missiva firmata con un nome in codice oltremodo singolare. Il Ciclope. Volevano informazioni da me, ma allo stesso tempo avrebbero potuto darmi delle risposte. Risposte che zia Audrey, sebbene nutrisse un affetto viscerale nei miei confronti, non avrebbe mai potuto darmi. Penso che fu proprio quello il motivo che mi spinse tra le braccia della Confraternita.

“Chi sei? Come sai tutte queste cose?” sibilai.

“Le voci girano veloci nel nostro mondo.” fu la sibillina risposta.

“Cosa vuoi da me?”

Il vampiro Charles socchiuse le palpebre.

“Anche io ho perso una persona cara. Mia moglie… mia sposa eterna, nella vita precedente e in questa. Vi somigliava tantissimo. Gli stessi capelli ramati, le stesse efelidi. Gli stessi occhi verdi. Eravamo felici, almeno fino all’arrivo di un clan irlandese di neonati. Nella loro foga omicida, superarono i confini del nostro territorio e uccisero Agatha e parecchi altri di noi. Io ero lontano, non feci in tempo ad arrivare. Quando la trovai, era troppo tardi. L’avevano già fatta a pezzi.” Il vampiro Charles contrasse i pugni e strinse gli occhi, cercando di trattenere un moto di rabbia. “Il clan di Londra a cui appartenevamo non fece nulla per difendermi. Nulla. Sciocchi ragazzini, li giustificarono. In realtà il loro mandante apparteneva alla schiatta degli Antichi più potenti e accusarlo sarebbe equivalso a firmare una condanna a morte.”

Rimasi in silenzio dinanzi alla sua furia silenziosa, con le mani che iniziavano a formicolarmi.

“Visto che quelli della mia specie non avevano mosso un dito per difendermi decisi di rivolgermi a qualcun altro… Avevo sentito parlare della Confraternita, ma me ne ero sempre tenuto alla larga. Ammazzavampiri, vi fate chiamare?”

“Per gli amici.” risposi a denti stretti.

Il vampiro Charles snudò le zanne in un sorriso ferino.

“Voglio vendetta. Voglio vendicarmi di coloro che hanno tradito e poi voglio morire anche io. La mia vita senza di lei, senza la mia Agatha…” Il vampiro trattenne un singhiozzo, mentre lacrime rossastre gli sporcavano il viso pallido. “Non so che farmene della vita eterna se lei non è qui a condividerla con me.”

Tacqui, esterrefatta.

“Mi aiuterete?” Il vampiro Charles tornò verso di me con un movimento fulmineo che mi fece irrigidire. “Vi aiuterò a trovarli, vi darò nomi, vi mostrerò piste sconosciute… Tutto, pur di vendicare mia moglie.”

Lo fissai negli occhi azzurrissimi e vi lessi qualcosa che mi lasciò senza fiato. Qualcosa che non avrei mai creduto possibile: umanità. Un uomo distrutto dalla perdita dell’amore della sua vita e costretto a sopportare il dolore per l’eternità. La nausea mi travolse.

Annuii e abbandonai la testa sul petto. C’era un motivo per cui avevo sepolto il passato dentro di me, per cui non lasciavo che le memorie tornassero a galla. Dopo tanti anni, il mio animo sanguinava ancora. Le ferite non si erano mai sanate, né lo avrebbero mai fatto del tutto. Ogni notte, cercavo nella morte un sollievo al male che mi divorava.

Il vampiro Charles mi toccò la spalla e io rialzai la testa. Ci guardammo, increduli entrambi. Scendere a patti col nemico. Incredibile, ma vero. Gli altri Cacciatori si sarebbero fatti grasse risate alle mie spalle non appena avessero saputo. Io, una tra gli ammazzavampiri più letali della Confraternita, che prendevo accordi coi mostri che tanto aborrivo.

Già, ma… in una manciata di minuti tutte le mie certezze avevano vacillato. All’improvviso, bianco e nero si erano confusi in una macchia indefinita di grigio. Giusto e sbagliato, bene e male avevano perso i loro contorni, così netti e definiti, e si erano aggrovigliati in una matassa indistinta. E tutto per colpa delle parole di un vampiro.

Incredibile, vero? Ve l’avevo detto che avreste faticato a credere alla mia storia.

 

Quando mi ripresi, ritrovai la compostezza e la freddezza che mi erano abituali mentre lavoravo. Il vampiro Charles mi consegnò i suoi compagni fuori, in un vicolo poco distante da quello in cui ci eravamo incontrati. Non mi aiutò a farli a pezzi. Non ce ne fu bisogno. La mia lama si muoveva da sola, come pervasa di volontà propria. Alla fine, quando il sangue imbrattò persino le finestre più alte dei palazzi e i miei abiti furono zuppi dei fluidi più fetidi, daga e paletti intonarono il loro canto di morte. Le teste dei mostri vennero recise senza pietà, i loro cuori trafitti dal legno appuntito. Quando appiccai il fuoco sui loro corpi era ormai l’alba. Vidi il vampiro Charles agitarsi. Il suo istinto di sopravvivenza si faceva sentire. Doveva rintanarsi in vista del giorno imminente. Lasciai divampare le fiamme fino a quando i corpi dei mostri furono ridotti ad un cumulo di cenere annerita. Solo allora mi accertai che il fuoco fosse completamente spento e raggiunsi il vampiro Charles sul tetto della casa che faceva angolo con Shepherd Street.

“Devo andare,” mi disse, guardando fisso a est. “Siamo d’accordo allora?”

Mi rivolse uno sguardo appassionato, pieno d’ardore, come non ne avevo mai visti. I suoi occhi brillavano come zaffiri, incastonati in un delicato opale.

“Siamo d’accordo,” gli tesi la mano insanguinata. “Nomi in cambio di uccisioni. Informerò i Gran Maestri, ma non penso avranno obiezioni. Alla fine, è il risultato quello che conta.”

“Una volta che il mio compito sarà terminato anche io me ne andrò. Per sempre. Ricordatelo ai vostri Maestri.”

Annuii.

“Grazie, Estelle. Siete una brava ragazza. Vi auguro di trovare la pace che il vostro cuore merita.”

Detto ciò, il vampiro Charles allargò le braccia e indietreggiò verso il bordo del tetto. Senza mai smettere di sorridermi, si lasciò cadere all’indietro, ma prima che potessi anche solo sporgermi verso il basso vidi la sua sagoma scura allontanarsi verso ovest, sfuggendo ai primi raggi di sole che nascevano oltre i tetti aguzzi della città di Londra.

 

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