Il Re degli Stregoni di Angmar – Origini e identità

La figura malefica del Re Stregone incombe per buona parte delle pagine de “Il Signore degli Anelli”. Nero e terribile, getta sugli avvenimenti un’ombra che pare seconda solo a quella dello stesso Sauron. Ma chi è, davvero, il Capitano Nero?

 

«Eppure il più terribile di tutti i capitani al servizio del Signore di Barad-dûr è ormai padrone della cinta esterna delle tue mura. Re di Angmar in tempi che furono, Negromante, Schiavo dell’Anello, Signore dei Nazgûl, arma di terrore nelle mani di Sauron, ombra di disperazione». (Il Signore degli Anelli)

E’ con questa titolatura imponente che – rivolgendosi a un sempre più vacillante Denethor – Gandalf si riferisce all’identità di colui che era stato fino ad allora indicato quasi eufemisticamente come il Capo dei Nove. E’ questi la mano di Sauron durante la Guerra dell’Anello, tramite lui si dispiegano i suoi piani. E se il suo padrone – a onta delle semplificazioni cinematografiche – rimane fino all’ultimo una grande Ombra metafisica, imitazione del Buio che lo sedusse in principio (Morgoth), e che l’immagine dell’Occhio senza Palpebre riesce a malapena a descrivere, è proprio il terribile Signore dei Nazgul a incarnare fisicamente il Male durante la narrazione. E ciò nonostante anch’egli non sia più di carne, spettro fra gli spettri consumati dal potere del Grande Anello.

Ma chi si cela sotto il manto e l’elmo grifagno di colui che è stato scelto come guida dei Nove? Le informazioni che lo riguardano sono assieme tante e poche, sparse negli scritti tolkieniani, che lasciano per lo più celate molte questioni importanti.

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Quale sia il suo aspetto, ovvero quale immagine il Signore dei Nazgûl conservi nel mondo spirituale, lo sappiamo da ciò che Frodo vide a Colle Vento, pochi momenti prima di essere ferito dalla sua lama maledetta. E’ la figura tetra e ieratica di un anziano re, severo e con ancora indosso una corona d’argento; in tutto, un Uomo delle Ere passate. Di più, uno degli antichi Dúnedain, e quindi appartenente alla schiatta che fu irretita da Sauron tanto da essere condotta al disastro dell’inabissarsi rovinoso di Numenor.

Possiamo dunque presumere che – sebbene sia ridotto a un fantasma cui da forma solo il mantello e la corona d’acciaio che indossa durante l’Assedio di Gondor – il Signore dei Nazgûl sia vecchio almeno quanto gli esuli dell’Ovest, se non di più.

E’ noto infatti che la creazione dei nove anelli offerti con l’inganno agli uomini – i futuri Spettri dell’Anello, avvenne in Eregion durante la Seconda Era, ad opera dei fabbri guidati da Celebrimbor, e subornati da Sauron. Quali effetti essi abbiano avuti sui nove uomini mortali cui vennero consegnati con malizia, Tolkien lo descrive così nel Silmarillion: “Coloro che dei Nove Anelli, quelli destinati agli Uomini, si servirono, in vita divennero potenti; Re, Stregoni, Guerrieri come solo un tempo ve n’erano. Si conquistarono gloria e grandi ricchezze, che però si volsero a loro danno. Avevano, a quanto sembrava, vita imperitura, pure la vita divenne loro intollerabile. Potevano aggirarsi, volendolo, invisibili agli occhi di tutti in questo mondo sotto il sole, e vedere cose in mondi invisibili ai mortali; ma troppo spesso non vedevano che fantasmi e finzioni di Sauron. E uno a uno, prima o poi, caddero sotto il giogo dell’anello che possedevano e, peggio ancora, sotto il dominio assoluto dell’Unico Anello di Sauron. Divennero per sempre invisibili se non a colui che portava l’Anello di Dominio ed entrarono nel reame delle ombre. Erano essi i Nazgûl, i Fantasmi dell’Anello, i più temibili servi dell’Avversario; la tenebra li accompagnava, ed essi urlavano con la voce della Morte.” (Il Silmarillion)

Questo dunque il fato cui fu sottoposto anche il Re degli Stregoni: continuare a vivere in perpetuo, in un continuo consumarsi fisico e spirituale, fino a che della propria identità non fosse rimasta la bramosia per l’Unico Anello, e il servaggio verso chi lo portava.

In realtà però, intuiamo dai brani tolkieniani come questo sia stato il destino più degli altri Nazgûl che del loro signore. Senza nome, come lui, eseguono gli ordini ricevuti quasi come automi terribili. Il loro capo, invece, mostra ancora le vestigia dell’antica autorità regale. La sua corona, insomma, non è un mero ornamento, tanto che quando giunge al confronto con Gandalf davanti ai bastioni di Gondor, le sue parole lasciano intendere come sia conscio di una missione superiore, che egli solo può compiere, per quanto malvagia: “Il Signore dei Nazgûl entrò sul suo cavallo. Si ergeva immenso, un’enorme figura nera contro il bagliore degli incendi, una terribile minaccia di disperazione. Il Signore dei Nazgûl si fece avanti, varcando l’arco che mai nemico aveva oltrepassato, e tutti fuggirono innanzi a lui. Tutti eccetto uno. In attesa, immobile e silenzioso in mezzo allo spiazzo del cancello, sedeva Gandalf su Ombromanto […]. «Non puoi entrare qui» disse Gandalf, e l’enorme ombra si fermò. «Torna negli abissi preparati per te! Torna indietro! Affonda nel nulla che attende te e il tuo Padrone. Via!» Il Cavaliere nero fece scivolare il cappuccio e, meraviglia!, portava una corona regale; eppure sotto di essa vi era una testa invisibile, poiché fra la corona e le grandi e scure spalle ammantate brillavano rossi i fuochi. Da una bocca inesistente proruppe un riso micidiale. «Vecchio pazzo!» disse «Vecchio pazzo! Questa è la mia ora. Non riconosci la Morte quando la vedi? Muori adesso, e vane siano le tue maledizioni!» E con ciò levò alta la spada e delle fiamme percorsero la lama.” (Il Signore degli Anelli)

Parole dal sapore quasi biblico, che rispecchiano specularmente quelle del Cristo catturato dalle guardie del Tempio sul Colle degli Ulivi, citate nel Vangelo di LucaQuesta è la vostra ora, è l’impero delle tenebre” (Lc 22,53), evidenziando come l’opera del Re Stregone sia mossa da esigenze di ordine metafisico, di cui ha scelto di essere lo strumento.

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Ma non è solo qui, alle battute finali della Guerra dell’Anello, che egli si propone in questa maniera. Il suo titolo di Negromante egli lo guadagna infatti assieme a quello di Re a partire dall’anno 1300 della Terza Era, quando giunge in Angmar su ordine di Sauron per avviare la decadenza del regno nordico di Arnor.

Per più di seicento anni, servito da orchi e altri esseri maligni nella fortezza di Carn Dûm, egli scatena un conflitto continuo: nel 1409 TE assedia e brucia Amon Sûl, cioè proprio quella Colle Vento dove come già ricordato pugnalerà Frodo secoli dopo, e negli anni successivi continuerà la sua opera sino alla funesta conquista di Fornost, da cui scaccia l’ultimo Dúnedain regnante che potesse richiamarsi alla linea di Isildur, Arvedui (destinato a perire di lì a poco).

Sebbene sconfitto successivamente nella battaglia che sempre da Fornost prese il nome, il Signore dei Nazgûl ebbe dunque modo di guadagnarsi sul campo il proprio rango tra gli Spettri dell’Anello, tanto da meritare a sua volta un luogotenente, quel Khamul l’Esterling che rimane l’unico altro dei Nove di cui sia conosciuto il nome. Pur costretto a lasciare il suo dominio in Angmar, la sua missione era compiuta: “Ma narrano che quando tutto fu perduto il Re degli Stregoni apparve in persona, con un manto e una maschera neri, montato sopra un nero destriero. La paura colse tutti coloro che lo videro; ma egli scelse il Capitano di Gondor come bersaglio del suo terribile odio, e con un grido atroce cavalcò diritto contro di lui; Eärnur avrebbe sostenuto l’assalto, ma il suo cavallo non seppe attendere la carica, e voltatosi lo trascinò via prima che egli potesse domarlo. Allora il Re degli Stregoni rise, e nessuno di coloro che lo udirono dimenticò più l’orrore di quel riso. Ma in quel momento arrivò Glorfindel sul suo cavallo bianco, e il Re degli Stregoni smise di ridere: fuggì, scomparendo nelle ombre. La notte coprì il campo di battaglia, ed egli svanì. Nessuno vide dove andava. Ma Eärnur tornò al galoppo, e Glorfindel, scrutando le tenebre che s’infittivano, gli disse: «Non l’inseguire! Non tornerà nella sua terra. Lontano ancora è il suo destino, ed egli non cadrà per mano di un uomo». Molti rammentarono queste parole, ma Eärnur era furente, e desiderava soltanto vendicarsi del disonore. Terminò così il malefico regno di Angmar, ed Eärnur, Capitano di Gondor, si guadagnò l’odio del Re degli Stregoni; ma dovevano passare molti anni prima che ciò si manifestasse” (Il Signore degli Anelli, Appendice A – Annali dei Re e dei Governatori).

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Glorfindel fu buon profeta, annunciando che il terribile Capo dei Nove si sarebbe ancora mostrato.

Circa un ventennio dopo la sconfitta a Fornost, egli guidava infatti di nuovo gli eserciti di Mordor, questa volta per strappare – con successo – la roccaforte di Minas Ithil al dominio incerto di Gondor. Eärnur trovò così il suo fato, e assieme a lui si estinse l’ultima linea reale dei Dúnedain. In quella fortezza il Signore dei Nazgûl pose la sua nuova residenza, tanto da farle prendere il tetro nome di Minas Morgul, la Torre della Stregoneria; essa divenne così perenne ombra sul confine delle terre governate di lì in avanti dai Sovrintendenti, e luogo di orrori paragonabile persino alla Torre Nera di Mordor.

Ma torniamo alle parole di Glorfindel. Queste ultime infatti rivestono una particolare importanza non solo per indagare il passato, ma anche per chiarire la fine di colui che è stato il Signore dei Nazgûl. E’ noto infatti come egli fosse ritenuto immortale, o meglio impossibile da uccidere per un uomo vivente. E non a caso la sua disfatta arriva durante la Battaglia dei Campi di Pelennor, subito dopo la morte di Re Theoden, quando a sconfiggerlo è l’operato congiunto di Merry ed Eowin. Il primo lo ferisce, colpendolo con una delle antiche lame dell’Ovesturia rinvenute a suo tempo nei tesori conservati nelle Tumulilande, la seconda lo finisce, assestando un affondo lì dove l’elmo proteggeva il capo invisibile dello Spettro. La profezia sembrerebbe dunque compiersi letteralmente, perché sono una donna e un hobbit, non dunque un “uomo vivente” a sconfiggere inopinatamente il Signore dei Nazgûl. Tuttavia, non è mancato chi abbia fatto notare come solo l’azione dell’antico pugnale maneggiato da Merry possa essere stata decisiva, infrangendo l’usuale invulnerabilità del Capitano Nero. Di più: sarebbe stato in ultima analisi il remoto operato di un morto – colui che in antico aveva forgiato la lama – a decidere la sorte del Capo dei Nove. Ecco quindi che non sarebbe stato appunto, in un senso meno evidente ma ancor più preciso, un “uomo vivente”, a eliminare il servo di Sauron.

 “La spada si ruppe in mille pezzi. La corona rotolò con fragore. Éowyn cadde in avanti sul corpo del nemico abbattuto. Ma stranamente il manto e la cotta di maglia erano vuoti. Giacevano per terra informi, laceri e ammonticchiati; un urlo si levò nell’aria vibrante, spegnendosi con una nota acuta, un lacerante lamento che scomparve con il vento, una voce senza corpo che si estinse e fu inghiottita e non si udì mai più in quell’era del mondo.” (Il Signore degli Anelli)

Paradosso per cui un morto sconfigge uno spettro! E forse non poteva essere che così.

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In ogni caso, questi che sono i fatti più rilevanti delle vicende del Signore dei Nazgûl, ancora non svelano molto sulla sua identità prima che ricevesse l’infausto dono di Sauron.

Esiste però una suggestiva ipotesi, nata dalla ricomposizione di alcuni dati sparsi nell’opera tolkieniana, che potrebbe avere una certa probabilità di esattezza.

Risalendo al periodo appena antecedente la forgiatura dei Nove Anelli dati agli uomini, alcuni segnalano la presenza nella genealogia dei regnanti di Numenor, della figura di Isilmo, secondogenito di Tar-Sùrion, noto tra le altre cose per aver generato la seconda regina regnante del Reame dell’Ovest, Tar Telperien.

In quanto cadetto del suo casato, Isilmo non ebbe accesso alla linea di successione di Numenor, e si trasferì nella Terra di Mezzo creando un proprio principato; questo, come accennato, appena prima che Sauron convincesse i fabbri elfici dell’Eregion a creare assieme a lui gli Anelli. Sebbene Tolkien riferisca la data di morte di Isilmo (il 1731 della Seconda Era) alcuni suppongono che la figura di questo principe privo di trono, forse sdegnoso per via della successione negata, possa corrispondere nei tratti principali a quella di colui che divenne poi il Signore dei Nazgûl: stirpe dell’Ovest, lignaggio reale, contemporaneità alla forgiatura degli Anelli, motivi di risentimento verso il casato di Numenor. Anche il suo interesse per la negromanzia e il prolungamento della vita risalirebbe a quel tempo, stigma di decadenza che poi diventerà in qualche modo endemico fra i regnanti Dúnedain.

La sua morte dunque, sarebbe stata fittizia, o anche – più realisticamente in relazione agli effetti dell’Anello lui donato – egli sarebbe morto davvero, consumato dal potere malvagio che lo dominava, passando così in quel limbo spirituale di tenebra dove si agiterà anche il resto dei Nove.

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Una teoria che resta non provata definitivamente, e a cui è opposta l’ipotesi che gli Uomini destinati a diventare Spettri dell’Anello, siano stati invece sedotti da Sauron negli anni del suo soggiorno a Numenor, quando ormai Ar-Pharazon era sotto la sua influenza maligna, e abbisognasse di seguaci che spargessero le sue menzogne fra i Dúnedain. Per quanto anch’essa interessante, questa supposizione offre però meno appigli per identificare il Re Negromante, e soprattutto non spiega come – se persino Sauron ebbe difficoltà a sopravvivere alla catastrofe della Caduta di Numenor – possano averlo fatto coloro che sarebbero diventati i Nazgûl: potenti, certamente, ma non come il loro padrone. Si può supporre, in questo senso, che sia stata però proprio la sopravvivenza dell’Unico Anello al cataclisma a salvarne gli spiriti inquieti.

Anche fra i critici di questa teoria però, alcuni considerano valido il suo nucleo originario, e semplicemente lo spostano indietro negli anni, a quando una prima ombra inizia a calare sul meriggio di Numenor, intorno al 1800 della Seconda Era.

Sarebbero stati gli Uomini asserviti da Sauron, non ancora Spettri, a influenzare i regnanti Dunedain portandoli ad una progressiva decadenza. Oppure proprio uno di loro sarebbe – di nuovo – un candidato a identificarsi col futuro Capitano Nero, Tar-Atanamir, “Il Riluttante”, il primo signore dell’Ovest che abbia manifestato apertamente insofferenza per il divieto dei Valar, e che abbia scelto di morire sul trono, vecchio e debole, senza abdicare come in uso fino ai suoi tempi. Anche questa, di sicuro, una figura che ben potrebbe corrispondere ai requisiti già indicati per il Signore dei Nazgûl. Irretito dai seguaci di Sauron, egli sarebbe quindi stato uno dei possessori dei Nove Anelli.

 

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C’è da dire però, in relazione a tutte le ipotesi che si fanno sul periodo numenoreano di Sauron, che non risulta che egli abbia mai fatto uso dei Nazgul come servitori prima di essere sconfitto da Ar- Pharazon. Il che crea un ulteriore dubbio su cosa facessero e dove si trovassero gli Uomini che è possibile identificare come i futuri Spettri dell’Anello.

Abbiamo infatti, in realtà, due termini cronologici precisi per restringere la nascita – intesa come caduta sotto il dominio di Sauron – e il principio dell’azione di colui che divenne il primo dei Nove: l’ovvia creazione dei nove anelli, antecedente al 1600 SE, quando viene forgiato l’Unico, e il 1693 SE, anno in cui comincia la guerra dell’Oscuro Sire con gli Elfi che porterà alla devastazione dell’Eregion.

Un periodo, questo, in cui Isilmo era ancora vivo e già nella Terra di Mezzo, ma ancora ben lontano dai giorni dell’inabissamento di Numenor, che avverrà nel 3318 della Seconda Era, cosa che ci porta ad escludere l’azione in loco di eventuali possessori dei nove anelli ancora in vita seppur già schiavi nel periodo vicino al 1800 SE, come supposto in precedenza, e anche l’identificazione di Atanimir, allora solamente un fanciullo, con il primo degli Spettri dell’Anello. Di nuovo, solo il principe cadetto figlio di Tar-Sùrion sembra dunque restare come quasi certo candidato alla corona di Signore dei Nazgul.

Insomma, un enigma, quello dell’identità del Capitano Nero, destinato probabilmente a rimanere per sempre tale, dando compimento alle parole di Gandalf pronunciate al momento della sfida ai Cancelli di Gondor: “Torna negli abissi preparati per te! Torna indietro! Affonda nel nulla che attende te e il tuo Padrone. Via!”

 

Scritto da Andrea Gualchierotti

Andrea Gualchierotti (Roma, 1978) vive e lavora in provincia di Roma. Dopo la laurea in Sociologia, ha conseguito il master in Marketing management, specializzandosi poi nella gestione dei Sistemi di Qualità. Ispirato dai numi tutelari del Fantastico d’oltreoceano come R.E.Howard, H.P.Lovecraft e C.A. Smith, ama miscelare nei suoi lavori il gusto per gli scenari esotici con il fascino dei misteri del mondo antico. Per le Edizioni Il Ciliegio è autore, assieme a Lorenzo Camerini, dei due volumi della saga di Atlantide (Gli Eredi di Atlantide e Le guerre delle Piramidi), e in solitaria del romanzo di fantasia eroica mediterranea La stirpe di Herakles. Ha pubblicato numerosi racconti e romanzi brevi a tema fantastico anche per altri editori: Delos Digital, Watson Edizioni, Psiche&Aurora, Ailus e Italian Sword&Sorcery Books. Recensisce novità e classici della letteratura fantasy sulla rivista Hyperborea, di cui è vicedirettore. Suoi racconti e articoli appaiono anche sul quadrimestrale Dimensione Cosmica, diretto da Gianfranco De Turris (Solfanelli), su Il Giornale OFF, e redige contributi di storia delle religioni e letteratura per L’Intellettuale Dissidente. E’ ospite abituale di presentazioni, fiere e convegni, tra cui Più Libri Più Liberi e il recente Fantastico Mediterraneo, presso la Biblioteca della Camera dei Deputati. Di lui hanno parto la rubrica Achab Libri del Tg2 , il quotidiano Il Tempo, oltre a riviste e numerosi siti on line. Quando non scrive, si dedica alle sue passioni per la numismatica, i viaggi e al mai dimenticato amore per i romanzi d’avventura.

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