Recensioni: “Le pedine di Marte” di Edgar Rice Burroughs

Dettagli

Titolo: John Carter di Marte

Autore: Edgar Rice Burroughs

Collana: Fantalibri

Editore: GM Libri

Traduttore: Gianpaolo Cossato e Sandro Sandrelli

Pagine: 366 pagine

Prezzo: Euro 18,00

 

Sinossi

Nel volume troviamo il quarto e il quinto romanzo del ciclo di Barsoom, scritti intorno agli anni venti del ‘900, che hanno per protagonisti la bella Thuvia, già incontrata da John Carter, e i figli dello stesso Signore della Guerra di Marte. Il primo protagonista del Ciclo Marziano di Edgar Rice Burroughs è ormai divenuto troppo potente e ingombrante per poter essere al centro di altre avventure, ma i suoi figli, il valente il principe Carthoris e la bellissima e audace principessa Tara, con un romanzo a testa, sono pronti a combattere per amore come lo era il padre e sono capaci di sopravvivere a svariati pericoli, affrontando nuovi misteri marziani. E alla lettura di queste nuove storie non si può non avere l’impressione d’una notevole maturazione dell’autore.

Per i primi tre romanzi, con al centro le peripezie guerresche e romantiche del famoso Capitano sudista John Carter, editi anch’essi in un unico volume dalla stessa GM Libri, rimando alla relativa recensione:

 https://hyperborea.live/2020/09/09/john-carter-di-marte/.

 

Commento

Nel volume sono contenuti i planetary romanceThuvia, la fanciulla di Marte” e “Le pedine di Marte”, che dà il titolo alla pubblicazione. Scritti rispettivamente nel 1916 e nel 1922, questi romanzi risultano in vari aspetti diversi dai tre che li hanno preceduti e che facevano perno sulla figura del Capitano sudista della Virginia John Carter.

È importante dire subito che si tratta di due storie del tutto indipendenti, che si possono leggere singolarmente senza necessariamente dover recuperare tutta la precedente trilogia. In questo, tra l’altro, aiuta anche un praticissimo glossario con terminologia, luoghi e bestiario barsoomiani, posto a chiusura del volume.

Il glossario non era strettamente necessario per i tre romanzi precedenti e questo, unito al fatto che l’autore abbandona il racconto in prima persona, rende chiara una prima differenza: Burroughs vuole coinvolgere il lettore in un modo diverso, e vi riesce con descrizioni neutre e ricorrendo a una terminologia esotica, più in linea con la tradizione del romanzo d’avventura classico. Risulta più evidente in “Thuvia, la fanciulla di Marte”, perché ne “Le pedine di Marte” lo stesso autore torna nella veste di preferito tra i nipoti di Carter e narratore, anche se la narrazione resta quasi sempre neutra. È probabile che questa scelta di “riavvicinamento al classico” sia dovuta a diversi fattori, tra cui anche il successo ormai consolidato di Burroughs, ma l’importante per il lettore è che funzioni, e funziona.

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Lasciatosi alle spalle (ma non del tutto) John Carter, l’autore è finalmente libero dal punto di vista di un eroe che su Marte è sovrumano sia per la sua forza fisica che per la sua morale. Con il genitore che resta come comparsa e torna spesso solo nelle loro teste, i principi Carthoris e Tara sono, benché marziani, in tutto umani; il loro essere fuori dal comune non li eleva al livello di quasi divinità tra i comuni mortali, come invece è stato per il padre giunto dalla Terra e su cui, tra l’altro, ne “Le pedine di Marte” Burroughs rinnova indizi d’eccezionalità anche tra i terrestri. Carthoris e Tara, come anche Thuvia e gli altri protagonisti di questo volume, sono marziani, cittadini fedeli alle tradizioni, ed evolvono nel corso delle loro storie.

Guardando alla trama senza spoiler, al ben noto e consolidato vezzo di qualsiasi fanciulla marziana di farsi rapire più e più volte anche a distanza di poche ore, si aggiungono diverse trovate interessanti e originali. Fanno la loro comparsa nuovi regni umani e nuove razze di marziani intelligenti; questi nuovi regni e razze hanno loro culture e credo e sono a un diverso livello d’evoluzione tecnologica; si scoprono nuovi poteri delle menti umane e si conoscono le regole degli scacchi barsoomiani… E c’è pure una divertente chicca su questi ultimi: una pratica appendice con le regole nel dettaglio, per chi volesse provare una partita! Ne giova quindi anche l’ambientazione marziana che, sebbene già ne avesse, acquista ancora più spessore, aiutando il lettore nell’immersione in un altro mondo.

Inoltre, anche alcuni passaggi nelle vicende sembrano meno scontati e legati al caso fortuito rispetto alla prima trilogia. Cionondimeno “Thuvia, la fanciulla di Marte” e “Le pedine di Marte” sono differenti tra loro e laddove il primo, più breve, risente ancora d’un certo “johncarterismo”, sebbene meno monolitico, e si pone come testo di passaggio, il secondo fa dell’evoluzione dei protagonisti il vero fulcro delle vicende.

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Certamente leggendo non si abbandona del tutto l’impressione di viaggio nel tempo che si ha con i romanzi precedenti (vedi recensione al link riportato nella sinossi), ma anche da questo punto di vista siamo di fronte a opere distanti dalla prima trilogia, sicuramente più moderne. Ad esempio, sia il ruolo che il punto di vista delle protagoniste femminili sono portanti, e questo è probabilmente dovuto non solo al fatto che Burroughs volesse fare qualcosa di nuovo ma anche al crescente numero di sue lettrici.

Da tutto quanto scritto sopra deriva l’impressione della maturazione di Burroughs, che forse maturo è sempre stato e magari era rimasto schiavo semplicemente della sua stessa prima creazione, intrappolato in un Barsoom che gli stava stretto. Non sono purtroppo conoscitore di Burroughs al punto da poter arrivare a una conclusione certa. Comunque il suo stile di scrittura non cambia, resta scarno e sintetico, concentrato sull’azione senza rallentamenti dati da descrizioni troppo dettagliate.

In conclusione, abbiamo una nuova generazione di protagonisti e di contenuti. Il lettore che ha amato le prime avventure di John Carter non dovrebbe farsi sfuggire quelle dei suoi figli; il lettore non del tutto soddisfatto dalla prima trilogia, un vero tuffo nel passato, in questo volume può trovare qualcosa di nuovo e stimolante. Ne consiglio la lettura, soprattutto del secondo romanzo che dà il titolo al volume: con il suo riuscito cocktail di tradizioni medievaleggianti e alieni, “Le pedine di Marte” può a mio parere ben soddisfare tutti gli amanti del fantastico.

Scritto da

Classe 1981, nato a Rieti, dove il verde non manca e si respira ancora un po’ di magia tra boschi, laghi e santuari. Ha sempre viaggiato molto, sin da ragazzo, alla ricerca dell’incanto di paesaggi diversi ed ha continuato a viaggiare per studio in tre continenti, per lavoro e per passione. Nelle descrizioni delle sue ambientazioni, fantasy e non, c’è infatti poco d’inventato, perché non c’è nulla da aggiungere, se non la giusta storia, alla bellezza del grande nord o delle creste vulcaniche d’isole quasi incontaminate. La magia che non ha potuto vivere direttamente l’ha cercata nella lettura, e ha chiari numi cui ispirarsi: H.P. Lovecraft, E.A. Poe, E. Salgari, C.A. Smith, J.R.R. Tolkien, King, Chambers e Howard.

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