Gli Intrusi a Palazzo (Rogues in the House, 1934) di Robert E. Howard – Commento di Pat Antonini

Esiste una componente non proprio immediata da riconoscere in un’opera letteraria ciclica. Molto spesso, questa, non è che una coltre pulviscolare e astratta, lievemente diffusa come un banco di nebbia adagiato sui regni, sui pensieri, sui dialoghi e sulle vecchie storie; altre volte invece più marcata e concreta.  Ciò di cui si sta parlando sostanzia spesso le storie, soprattutto quelle a lungo respiro, della narrativa Fantasy Eroica e della narrativa fantastica in generale nutrendone in maniera indiretta il fascino e,  quand’anche sottaciuta, influenzandone la profondità e i colori dell’atmosfera. Il dizionario Cambridge definisce questo elemento in termini concreti, abbracciandone ovviamente la sua accezione più radicatamente sacramentale e antica:

“Conoscenze tradizionali, storie e pettegolezzi su un determinato soggetto o luogo”

Nel gergo della letteratura fantastica, ma anche  in quello dei Giochi di Ruolo a tema Fantasy la definizione di questo imprecisato componente infuso si esprime con un concetto che di sicuro è parente con quello ufficiale sopracitato fra virgolette, ma più caratterizzante e ampio nel suo permeare nell’ambientazione di genere fantastico. Potremmo svelarlo dicendo che interessa tutto quel volume di storie, trame secondarie, leggende, superstizioni e tradizioni, fatti capillari e circoscritti, finanche addirittura localizzati. Un volume di contenuti “secondari” che raccontano una ambientazione o un corpus letterario secondo fisionomie marginali, ma che nell’insieme risultano caratterizzanti. Questa “preziosa sostanza” ha un nome: “Lore”.

Non è stato troppo raro in questi anni, soprattutto tra gli appassionati anglosassoni, imbattermi in giudizi insoddisfatti verso un racconto come “Rogues in the House” quale – secondo alcuni – “novella un po’ deboluccia” , per sintetizzare in summa i vari giudizi che si oppongono a quelli invece più clementi, tra i quali quello autorevole di Howard Jones che compare in questa stessa rivista. Il motivo di questa voce risiede probabilmente nel fatto che la storia di Howard in questione, di quella “Lore”  che il sottoscritto, spero perdonerete,  vi ha così verbosamente introdotto  poco sopra,  ne è del tutto priva. O almeno è così nell’apparente tratto diffuso della narrazione.

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Nell’analisi che ho espresso a riguardo de La Fenice sulla Lama mi ero prefissato l’obiettivo di escludere ogni altro racconto del ciclo di Conan dal panorama delle citazioni e delle comparazioni critiche per includere quindi soltanto classici, come Dumas, Sabatini, Hale, o romanzi strettamente funzionali alla ragione di fondo: ovvero che “Phoenix” possiede la consistenza del classico e dell’effettiva risposta americana alla Fantasy antimodernista britannica. Sarebbe impossibile utilizzare una metrica simile su “Gli Intrusi a Palazzo“, la cui analisi invece abbisogna del confronto interno al ciclo di Conan e più estensivamente al genere Fantasy. Non riconosceremmo l’ Howard di Phoenix on the sword nello stesso scrittore de “Gli Intrusi a Palazzo” se seguissimo soltanto le sue filologie; o se non si rendesse rintracciabile quando questi, proprio come Kull faceva della sua ascia il suo scettro, fa della sua penna un pennello che affresca con la sottile opulenza d’una descrizione che, stanza dopo stanza, nel palazzo del sacerdote e mago rosso, s’accende spesso d’un dettaglio colorito, poetico e trasudante di sanguigno calore, in grado di mitigare lo stilema schematico della trama in una tattica descrittiva che, seppur imparentata con la logorroica, iper-aggettivata e spietatamente analitica prosa di Howard Philips Lovecraft riesce a differenziarsi rendendosi unicamente “Howardiana”. Potremmo dire che la differenza tra Howard e Lovecraft risiede nel fatto che il primo, sugli schemi rigorosi di Arthur Conan Doyle ha saputo mischiare le poetiche classiche e sognanti di Alexandre Dumas e Thomas Bulfinch, mentre il secondo, a quella stessa base del Doyle ha aggiunto la puntigliosità misterica di Edgar Allan Poe.

Basandoci sulla cronologia divulgata da Lyon S. De Camp poche sono le storie che precedono “Intrusi a Palazzo” e nello scrivere quest’ultima, Howard, ad un paio d’esse; Il Dio dell’Urna (trattato qui su Hyperborea da Andrea Gualchierotti) e la Torre dell’Elefante (Anch’essa analizzata in queste pagine sia dal Gualchierotti che dal Jones) ha sovrascritto quasi a ricalco la fisionomia del racconto.  Ne Il Dio dell’Urna , per mezzo di un taglio “thrilling” e investigativo, Conan diventa bussola per gli orientamenti del lettore a cui vengono presentate le antichità dal richiamo ellenico e latino che il mondo hyboriano  – oltre a quelle esotiche e norrene –  include nella sua geografia “sognata d’antico”, nel volerla definire allo stile di Lord Dunsany. Anche ne La Torre dell’Elefante viene suggerita una profondità ambientativa in molti elementi e tra questi vi è uno lampante nel tratto finale, sia all’interno della gemma, dove si anima l’epilogo dal sottile stile “Bangsian” , sia nel chiarire le curiosità addensate di nebbia profonda sulle origini di Yag-Kosha che solo parzialmente si svelano dacchè; se la trama, in un romanzo, è bisognosa di precisione sinottica nel suo svolgersi, la Lore, al contrario, assume valore iconico quando rimane parzialmente occulta. Alle due storie usate come metro di paragone è a mio avviso necessario aggiungere come corrispettivo “letterariamente appropriato” un racconto come “Xuthal of the Dusk“¹ , la novella più odiata da Fritz Leiber² , che presenta la stessa attitudine “Hack and Slash” de Gli Intrusi a Palazzo ma che si tinge di ambiguità lovecraftiane che , non solo aprono un’ennesima finestra sulla vastità hyboriana, ma che nutriranno la risorsa creativa di Henry Kuttner e del suo Elak di Atlantide (1938). In “Intrusi a Palazzo” troviamo traccia di un respiro ambientativo profondo solo nella figura di Thak, la cui bestiale ferocia di mostruosa Scimmia antropomorfa stimolerà reminiscenze forse con il discendente del dio Gullah che Conan incontrerà nella tenda di un villaggio Pitto, a guardia del macabro altare di Zogar-Sag, in quello che – sperando di non esser troppo incauti – potremmo definire come autentico masterpiece oltre che capolavoro: Beyond the Black River ³.

Beyond-the-Black-River-by-Robert-Ervin-Howard

Pur avendo appurato l’ appeal  di marginale “avventura secondaria” del racconto in esame emerge un non trascurabile elemento ulteriore nell’opera che è di natura organica al genere della Fantasy Eroica. L’avventura prende reale forma nella convergenza di intenti di soggetti normalmente inconciliabili che diventano “il gruppo degli intrusi avventurieri” nell’unire le loro forze per una causa condivisa, pur ovviamente figlia quest’ultima dei rispettivi interessi dei protagonisti. Sia nelle dinamiche psicologiche, seppur approssimative, sia in quelle pro-attive nello svolgersi dell’avventura, che è principalmente basata sull’apnea della scoperta stanza dopo stanza, dungeon dopo dungeon, il trittico dei protagonisti prende la significativa forma di un concetto fondante nell’avventura Fantasy Eroica: Il Party .

Oltre a Conan, che non abbisogna certo di presentazioni,  vi è infatti il tenace, leale  e – sotto certi aspetti – ingenuo  Murilo. Il terzo elemento è del tutto inconsueto per un classico Party dell’avventura Fantasy, ovvero Nabonidus, il temibile sacerdote rosso, colui che possiede poteri magici e che era designato come il “Boss dell’ultimo Dungeon” ma che trasferisce tale eredità al più bestiale servo Thak. La dinamica dei fatti si svolge come una Quest di Dungeons and Dragons in ante-litteram supportata finanche dall’ambiente di svolgimento, assolutamente popolato di trappole e stanze che si susseguono, nell’apnea di una narrativa che tiene gli “intrusi” sempre soggetti al pericolo della criminale e sferragliante meccanica mortale del “palazzo” che nulla invidia alle vaporifere e farraginose tecnologie clockpunk. Una apnea che  avrà il suo abbandono alla violenza del combattimento solo nei furibondi tratti dell’epilogo.

Potremmo non ritenere un caso, nè una conclusione troppo congetturale il fatto che i due più noti tra gli ZulkirYthvazz Buvaar e Szass Tam (notare la fonetica vagamente Howardiana), i grandi Maghi Rossi del Thay, famigerati per molte cose tra le quali l’essere tra i tanti nemici  del “Gandalf dei Forgotten RealmsElminster Aumar , possedevano una nomina, un’estetica, ma anche un Dungeon del tutto simile al palazzo di Nabonidus. Proprio come i Maghi Rossi del Thay, Nabonidus, ha una condotta ingerente sulla politica della città-stato ed Howard non manca di chiarirlo, già dalle primissime frasi della novella. Nondimeno, il sacerdote rosso commette una intimidazione mafiosa nel recapitare l’orecchio reciso come minaccia a Murilo, come a voler suggerire che oltre alla caratterizzazione aurata di magico, in Nabonidus, vi è anche quella del “supecriminale” dal profilo di Moriarty, al punto da suggerire ad Howard Jones l’accostamento a Fu Manchu. Ad indicare invece una sinergia con l’ultimo re caldeo di Babilonia prima dell’assurgere vittorioso dei persiani è la sommaria omonimia del personaggio⁶.

DND-Expert Air Attack-Elmore
Dungeons & Dragons Expert Air Attack

Nel voler andare incontro ai detrattori de Gli intrusi a Palazzo potremmo certamente interpretare la narrazione della morte di Nabonidus, ucciso da Conan con uno sgabello scagliato, come non propriamente iconica, aggiungendo senonchè che non tutti i nemici possono essere affrontati con colpi plastici e fotografici di sgualembro ridoppio e che tale azione improvvisa è certamente ottemperante alle regole “Pulp” che rendono la Sword and Sorcery sottilmente differente dalla Heroic Fantasy britannica. Anche il confronto con Thak che, più che quello d’un leggendario duello segue il dettame di una furibonda lotta terminata a punta di pugnale e non a fil di spada, aderisce ad una logica della “spazzata pulp” più che al dramma di un combattimento epico. Non casuale probabilmente è la scelta compiuta in Conan il Distruttore⁶  nel 1984, pellicola che arraffa a destra e manca elementi sparsi di Howard, ma che trae maggior venatura proprio da Gli Intrusi a Palazzo, ovvero quella di rendere Thak invulnerabile se non al vincolo magico degli specchi.

Tali preferenze di Howard che, per questa occasione ha messo in secondo piano le risoluzioni più epiche desiderate da molti lettori è certamente in linea con il respiro corto e sidestory del racconto, ma a questa componente si contrappone il suo profondo valore archetipico. La costituzione di un Party , creato anche sulle diversità dei personaggi è fuor di dubbio uno strumento fondante nella narrativa Fantasy Eroica, ripreso nella borsa degli attrezzi anche da J.R.R. Tolkien ne “Lo Hobbit” e da Fritz Leiber in tutto il suo ciclo di Newhon, prima di essere assolutamente iconico, imprescindibile e iperbolizzato in tutto l’ambito – sia letterario che ludico – di Dungeons and Dragons. Tra le inconsuetudini della “Falciata Pulp” potremmo inserire certamente anche quella di Nabondius come componente del Party, cosa che mai avremmo potuto vedere ne “Lo Hobbit” nè in qualsiasi party di eroi nei Forgotten Realms.

Pat Antonini

 

Note:

³ Noto a noi anche come “L’Ombra che Scivola” o “Slithering Shadows”, scritto da Howard nel 1933 e compreso nel ciclo originale di Conan.

² Notorio è che Fritz Leiber non gradì “L’Ombra che scivola”, definendola infantile oltre che “La peggior cosa scritta da Howard”

³ Noto anche come “Oltre il Fiume Nero”, racconto del ciclo originale di Conan del 1935

⁴ Nel gergo degli RPG il “Party” è il gruppo di giocatori che guidano il corrispondente gruppo di eroi dell’avventura. Con l’uscita dei romanzi Forgotten Realms, la parola ha assunto nella valenza letteraria il significato di un gruppo di eroi unito per una causa comune pur avendo caratteristiche psicologiche, culturali e religiose inconciliabili.

⁵ Gli Zulkir (Sacerdoti e Maghi Rossi) che dominano la regione del Thay del continente del Faerun furono tra i tanti nemici sconfitti da Elminster.

Nabonide, sconfitto da Ciro II per la conquista persiana di Babilonia.

7Nella pellicola diretta da R. Fleischer nel 1984 (Successiva a Conan il Barbaro, sempre con Arnold Schwarznegger) si ritrova come elemento portante quello di “Intrusi a Palazzo”, ma con vari altri richiami sparsi in altri racconti di Howard, in aggiunta ad ulteriori dettagli apocrifi ideati nel soggetto di Roy Thomas e Jerry Conway.

Scritto da

Andrea Gualchierotti (Roma, 1978) vive e lavora in provincia di Roma. Dopo la laurea in Sociologia, ha conseguito il master in Marketing management, specializzandosi poi nella gestione dei Sistemi di Qualità. Ispirato dai numi tutelari del Fantastico d’oltreoceano come R.E.Howard, H.P.Lovecraft e C.A. Smith, ama miscelare nei suoi lavori il gusto per gli scenari esotici con il fascino dei misteri del mondo antico. Per le Edizioni Il Ciliegio è autore, assieme a Lorenzo Camerini, dei due volumi della saga di Atlantide (Gli Eredi di Atlantide e Le guerre delle Piramidi), e in solitaria del romanzo di fantasia eroica mediterranea La stirpe di Herakles. Ha pubblicato numerosi racconti e romanzi brevi a tema fantastico anche per altri editori: Delos Digital, Watson Edizioni, Psiche&Aurora, Ailus e Italian Sword&Sorcery Books. Recensisce novità e classici della letteratura fantasy sulla rivista Hyperborea, di cui è Direttore editoriale. Suoi racconti e articoli appaiono anche sul quadrimestrale Dimensione Cosmica, diretto da Gianfranco De Turris (Solfanelli), su Il Giornale OFF, e redige contributi di storia delle religioni e letteratura per L’Intellettuale Dissidente. E’ ospite abituale di presentazioni, fiere e convegni, tra cui Più Libri Più Liberi e il recente Fantastico Mediterraneo, presso la Biblioteca della Camera dei Deputati. Di lui hanno parlato la rubrica Achab Libri del Tg2 , il quotidiano Il Tempo, oltre a riviste e numerosi siti on line. Quando non scrive, si dedica alle sue passioni per la numismatica, i viaggi e al mai dimenticato amore per i romanzi d’avventura.

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