Recensioni: “Elric – La saga” di Michael Moorcock

Dettagli

Titolo: Elric. La saga

Autore: Michael Moorcock

Editore: Mondadori

Collana: Oscar draghi

Genere: Sword & Sorcery, Fantasy eroico

Pagine: 864

Prezzo: 28 euro cartaceo

 

Sinossi e commento

Negli ultimi anni l’attenzione per il genere “sword & sorcery” e per il fantasy eroico sembra essere aumentata esponenzialmente, tanto da rendere nuovamente i maestri del genere oggetto di una dovuta ripubblicazione e riedizione delle raccolte delle loro opere. Era già accaduto tra gli anni ’80 e i primi anni 2000 con la casa editrice Nord, tant’è che quest’ultima, almeno per me, è sempre stata sinonimo di garanzia, al punto da comprare a scatola chiusa quasi qualsiasi cosa uscisse.

La Mondadori ha raggruppato i cicli di C. A. Smith, tranne i racconti del ciclo di Iperborea, con la raccolta “Atlantide e i Mondi Perduti” sulla quale hanno svolto una recensione e commento Andrea Guido Silvi recentemente https://hyperborea.live/2020/12/12/recensioni-atlantide-e-i-mondi-perduti-di-clark-ashton-smith-2/ e Francesco La Manno qualche anno fa https://hyperborea.live/2017/12/02/recensioni-atlantide-e-i-mondi-perduti-di-clark-ashton-smith/. È uscita di recente anche una nuova edizione della raccolta di racconti di Fritz Lieber che la Mondadori ha intitolato “Sword and Sorcery. L’epopea di Fafhrd e del Gray Mouser”, sempre per la medesima collana Oscar draghi, della quale ha parlato sempre Francesco La Manno in un articolo. https://hyperborea.live/2020/12/06/lepopea-di-fafhrd-e-del-gray-mouser-di-fritz-leiber/

L’atmosfera di Elric di Melnibonè è pregna di emozioni mostruose. È piena altresì di sortilegi, di tradimenti, e d’ideali onorevoli, di amore amaro e di dolce odio. Elric è un personaggio decisamente atipico nel fantasy eroico, semplicemente perchè non è un eroe. Non è l’eroe dell’epica, non è Achille e nemmeno Ettore, né tantomeno un astuto e scaltro Odisseo o un giovane e coraggioso Enea. Elric è un maledetto. È un antieroe Romantico. L’equilibrio tra la Legge e il Caos dipendono da lui. Oltre ad essere un concetto ripreso nel famoso gioco di ruolo Dungeons & Dragons, la Legge e il Caos è interessantissimo, perchè va oltre l’idea di bene e male. È ordine contro disordine, ma non è detto che ogni tanto non prenda il sopravvento il Caos delle emozioni, sopra la staticità saggia della Legge. Mi spingo ad un paragone forse azzardato, ma calzante: Legge e Caos ricordano molto Apollineo e Dionisiaco del pensiero di F. W. Nietzsche ne “La Nascita della Tragedia”.

Questa è una storia di emozioni mostruose e di ambizioni sfrenate. È una storia di sortilegi, di tradimenti e d’ideali onorevoli, di sofferenze e piaceri spaventosi, di amore amaro e di dolce odio. Questa è la storia di Elric di Melniboné.

Dopo la morte di suo padre, Elric diviene il 428° re stregone dell’Isola del Drago, chiamato anche regno di Melnibonè. Un reame in decadenza, ombra del suo antico splendore.

Elric è l’opposto della figura di Conan il barbaro. È un albino cagionevole, che ha continuo bisogno di pozioni e intrugli magici per tenersi in salute e per sopravvivere, elemento ripreso recentemente dalla saga di Geralt di Rivia, più comunemente conosciuta come “The Witcher”, di A. Sapkowski. Geralt ed Elric hanno infatti numerosi punti in comune, oltre l’aspetto. L’originalità è il punto cardine, a mio parere, sul quale sono stati costruiti i personaggi sia di Moorcock sia di Sapkowski. Elric non vuole governare come i precedenti regnanti, dediti alla schiavitù, alla tortura, alla brama di potere, vuole riportare l’equità e l’equilibrio. Geralt di Rivia vuole, possibile, mediare il rapporto tra umani e creature sovrannaturali, mostruose, essendo egli stesso uno Strigo, visto dalla società come un essere senza sentimenti, dedito solo all’uso di pozioni magiche per potenziare ed espandere le proprie facoltà, e al denaro. Nel corso dei romanzi sia Geralt che Elric dimostrano di essere molto di più, nel bene e nel male, di ciò che gli altri vedono in loro.

Si tratta comunque di un esempio che si rifà ad un’idea archetipica dell’eroe molto distante dal “kalòs kai agathòs”, bello e valoroso, della Grecia antica. Bello significa in greco anche proporzionato, attento, pulito, in ordine e in totale armonia con i valori prestabiliti dalla tradizione. Elric sembra a volte più legato al Caos, che alla Legge.

La sua spada, Tempestosa, Stormbringer, è costantemente assetata di anime e di violenza. Ad affiancarla troviamo Mournblade, Luttuosa.

Al momento dell’inizio della saga sono passati 500 anni dalla nascita dei Regni Giovani, che hanno minato il potere incontrastato dell’Impero Fulgido, governato da Melnibonè e dalla dinastia di cui il protagonista della saga è l’ultimo discendente. I Regni Giovani attraverso i secoli hanno ridotto il dominio territoriale dell’Impero unicamente alla sua capitale, l’Isola del Drago.

La degenerazione dei melniboneani (da sempre cinici e crudeli ma divenuti sempre più indolenti) minaccia, costantemente, di causare un’invasione dei popoli giovani e barbari, tenuti a bada unicamente dalla paura della leggendaria crudeltà dei melniboneani, dalla potenza della loro flotta e dal fatto che gli abitanti dell’impero sono gli unici a poter utilizzare in battaglia i draghi. I lettori di George R. R. Martin troveranno qui un chiaro riferimento, o meglio, ispirazione, da parte dell’autore statunitense nel creare la casata dei Targaryen, putacaso con capelli argentei e con la facoltà di cavalcare draghi, e anche loro in decadenza, nella saga “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”.

Uno dei Signori del Caos, divinità adorate dal popolo dei melniboneani, Arioch, è appunto il nume tutelare del personaggio di Elric e di tutta la dinastia. Arioch definisce Elric il più docile tra i suoi servitori, perchè tra i re stregoni melniboneani è quello con più dubbi di natura mortale, e di natura morale anche aggiungerei.

Egli si distingue dai suoi compatrioti per la capacità di provare sentimenti, del tutto o quasi estranei agli altri abitanti dell’Isola del Drago. Questo è un tratto importante, dal punto di vista letterario, perchè fornisce uno spunto di riflessione esistenziale. Il lettore può riconoscersi in Elric, pensando a quante volte il lato sensibile e romantico l’abbia fatto apparire insolito agli occhi di un mondo e di un macropopolo, quello occidentale, che sta divenendo sempre più arido spiritualmente. Eppure, è proprio la capacità di provare sentimenti del personaggio principale che spinge l’autore a descrivere scene e a scrivere dialoghi caratterizzati da una sensibilità fuori dal comune, e che difficilmente si trova nella letteratura fantastica di genere spada e stregoneria, oppure cappa e spada e i vari sottogeneri, dove per lo più la situazione si risolve con una sana e serena visione, quasi ironica, dell’esistenza. Elric invece è tormentato, si pone delle domande. È molto umano sotto questo punto di vista, si chiede chi è, da dove provenga davvero e quale sia il suo compito qui sulla terra, quale sia il lascito, quale sia la battaglia.

L’intero scenario del mondo di Elric è dominato dallo scontro cosmico fra le forze del Caos (legate alla magia, al cambiamento ed alla soggettività), che hanno come massimi esponenti i “Signori del Caos” (detti anche “Sovrani Scuri”), e le forze della Legge (legate alla logica, alla stasi ed all’oggettività), che hanno come massimi esponenti i “Signori della Legge”, detti anche i “Sovrani Bianchi”. Dionisiaco e Apollineo, in termini filosofici niciani.

Nietzsche inizia la sua carriera di pensatore e filosofo nella Germania della seconda metà dell’Ottocento con la pubblicazione “La Nascita della tragedia”, e come studioso di filologia antica, anche se i moderni filologi sostengono di non annoverare Nietzsche tra i filologi. Il pensatore tedesco fa infatti un lavoro da filosofo, e non da filologo unicamente, nell’opera citata. Individua come punti fondamentali su cui si regge la struttura del teatro greco due forze ataviche, quasi mistiche che, per estensione, governano un po’ tutti gli uomini e anche tutta la realtà stessa. Dioniso è il simbolo di tutto ciò che è onirico, selvaggio, irrazionale, a tratti anche spaventoso, sebbene l’estasi dionisiaca sia qualcosa che si rifà a culti di natura sciamanica e misterica tipica delle popolazioni della Tracia o del vicino Medio Oriente, con cui gli antichi Greci avevano contatti e scambi commerciali, ma soprattutto culturali.

Apollo è invece il simbolo della grande tradizione scultorea e architettonica greca e romana, l’ordine, la proporzionalità, la ragione vista come razionalità matematica. Un’opera teatrale, e un’opera d’arte in genere, afferma Nietzsche commentando la Carmen, composizione lirica, ha in sé una mistura di entrambi gli elementi, e per funzionare, deve avere una buona dose di Apollo, ma anche altrettanto Dioniso a controbilanciare, formando così un equilibrio.

Nella saga di Elric invece Legge e Caos sono in perenne contrasto, la lotta non finirà mai, non c’è conciliazione tra i due elementi primordiali. Ne “Il Fato del Lupo Bianco” viene addirittura rivelato al protagonista da uno dei Signori del Caos “Noi viviamo per alimentare la lotta cosmica, non per vincere”.

Nella visione dell’universo di Michael Moorcock yin e yang quindi non si toccano mai? No, coincidono nella figura del protagonista delle sue storie. In questo caso si parla dell’albino Elric, ma anche in altre opere dell’autore torna spesso e volentieri il concetto di Legge contro Caos. Si potrebbe quasi affermare senza troppe riserve che si tratta proprio di uno dei cardini su cui si regge tutto la sua produzione letteraria e tutto il suo multiverso.

Vi è anche chi è neutrale in questa eterna lotta: gli spiriti protettori dei regni animali e della natura, che sono definiti come “Sovrani Grigi”.

La simbologia di Moorcock è molto chiara e incisiva ma, nella sua semplicità, è complessa come in tutte le grandi opere, che rimangono nei cuori di chi le legge proprio per la loro universalità, che spesso si rivela anche semplice e antica come mitopoiesi. La dicotomia bene / male di certo è ben nota alla collettività, anche prima che J. R. R. Tolkien la sacralizzasse nell’opera magna “Il Signore degli Anelli”. Eppure è un romanzo che continua ancora oggi ad avere un successo e una condivisione strepitosa da parte del pubblico, una personificazione, una comprensione e un’empatia da parte dei lettori che raramente si è vista nella storia della letteratura moderna. Questo perchè Tolkien usa una simbologia archetipica, per tirare in mezzo ancora una volta Carl Gustav Jung. Sollecitando gli archetipi presenti già nella mente del lettore, usandoli come leva, si crea un’opera letteraria di importanza, o che per lo meno arriva al lettore, la sente sua, o se ne sente coinvolto, anche solo per un po’. Il messaggio gli perviene, e questa è l’importanza di uno scrittore e di un’artista in generale. Un’artista può capire e trasmettere ad altri questi concetti solo se dotato di una sensibilità e di un’attenzione ai dettagli del mondo e dell’universo che ci circonda veramente fuori dal comune. Michael Moorcock rientra, secondo me, nella definizione di artista a pieno titolo, oltre che di scrittore. Creatore di mondi infiniti, scrittore di testi per rock band degli anni ’60-’70 come gli Hawkwind.

Tornando a Elric di Melnibonè, egli è a sua insaputa il Campione Eterno, ossia colui che è destinato a scatenare lo scontro finale tra Legge e Caos sul suo mondo. La battaglia finale influenzerà le sorti della nascita del mondo successivo, che sarà più Legale o più Caotico, a seconda di quale delle due fazioni avrà la vittoria. Non è tuttavia una vittoria definitiva, perchè Moorcock si rifà sempre a una prospettiva infinita, sia della storia, sia degli universi, sia del Campione Eterno, per l’autore niente ha una fine. Riecheggia della cultura cinematografica e letteraria di fine anni ’60 e inizio ’70, ritorna alla mente il film “La Montagna Sacra” di Alejandro Jodorowski, in cui lo stesso regista, che interpreta la figura archetipica dell’Alchimista, nell’ultima scena dice chiaramente “Nulla ha una fine”, neanche la ricerca della verità.

Elric, non capito e odiato dal suo stesso popolo, arriverà ad uccidere Cymoril, la donna che ama, spinto dalla sete di sangue di Stormbringer, spada legata al Caos, e a tradire il suo stesso retaggio e la sua stessa gente. Sono struggenti e magnifici i passaggi in cui il protagonista s’interroga sulla natura delle sue scelte, sui suoi sensi di colpa, tanto che ci si dimentica di stare leggendo qualcosa di, per così dire, moderno, ma sembra quasi di leggere le antiche saghe arturiane o l’epica antica. Se Elric non incarna la figura dell’eroe tradizionale, invincibile e senza mai esitazione, impersona qualcosa di più astratto, ma di molto concreto in realtà: la natura stessa dell’epica e della poesia antica.

Erano mezzi comunicativi secondo i quali si trasmetteva una visione del mondo, e non tutti sanno che persino Achille, il più valoroso tra i guerrieri, maledice la guerra quando l’anziano re Priamo s’inginocchia e gli cinge le caviglie in segno di sottomissione assoluta, pregandolo di restituirgli le spoglie martoriate del figlio Ettore. I greci, per lo meno la nobiltà, erano molto legati alla guerra e alla conquista, erano combattenti, oltre che filosofi, legislatori, scultori e architetti, la gran parte della nobiltà combatteva in prima persona, nelle ere più antiche. Era una scelta di vita, o almeno era ciò che si tramandavano, quella di combattere emulando le gesta degli antichi eroi omerici. Eppure proprio nell’Iliade, che è l’apoteosi della glorificazione, anche talvolta spinta nei dettagli e truculenta, del guerreggiare e dell’arte delle armi e delle strategie militari, vi è un’invettiva contro la guerra, pronunciata da Andromaca, moglie di Ettore, e da Achille.

Elric sa, come l’epica antica sapeva, quanto la gloria degli imperi e dei regni non sia imperitura, e l’importanza dell’esistenza dev’essere focalizzata sulla mortalità e sulla caducità dell’uomo, solo così, solo comprendendone la tragedia di non vivere per sempre, si può capire che invece si tratta di una caratteristica che rafforza lo spirito sia dell’eroe sia dell’uomo comune, è ciò che spinge a vivere intensamente, a vivere davvero.

Le avventure di Elric e le sue peregrinazioni sotto forma di “quest” iniziano quando, nella trama generale dei romanzi, si allontana dal regno di Melnibonè, non compreso e odiato dai suoi compatrioti. La sua colpa è di essere in fin dei conti più umano rispetto agli spietati melniboneani che, dopo millenni di tirannia e di sete di potere e di Caos, appaiono agli occhi dell’antieroe albino come svuotati, decadenti, ombre di un passato che non esiste più.

“Ha il colore di un teschio sbiancato, la sua pelle; e la lunga chioma che gli fluisce giù per le spalle è candida come il latte. Nel bel volto affusolato brillano due occhi obliqui, cremisi e cupi, e dalle ampie maniche della veste gialla spuntano due mani sottili, anche queste del colore delle ossa, posate sui braccioli di un seggio che è stato ricavato e scolpito da un unico enorme rubino.”

Così l’autore descrive l’imperatore dell’Isola del Drago.

Un elemento importantissimo nell’opera di Moorcock è la spada Tempestosa. Conferisce a Elric un potere fisico non indifferente, per cui quest’ultimo non avrà più bisogno di usufruire delle sue pozioni magiche per restare in forze, ma richiede un suo pagamento, essendo la lama nera legata al Caos ed il risultato di un patto stretto con Arioch, il duca di spade, o duca delle sette tenebre, detto anche “signore”, dipende dalle traduzioni. Elric infatti sarà portato a compiere gesta terribili a causa di quella spada e del suo inevitabile rapporto col Caos, che gli da forza, ma lo costringe a uccidere Cymoril, la sua amata, la sua ragione di vita. Il fratello di Cymoril, cugina di Elric, è Yyrkoon, che è l’antitesi del misericordioso albino. Convinto di essere abbastanza forte per riportare il regno di Melnibonè ai suoi albori e splendori, verrà poi sconfitto dal protagonista, che sceglie di non ucciderlo, ma piuttosto di esiliarsi e di iniziare le sue avventure e viaggi nei Regni Giovani. La parte migliore della saga di Elric, a mio parere, si svolge proprio dopo l’allontanamento dell’imperatore dal suo regno.  

Michael Moorcock si rivela geniale fino in fondo nel collegare le sue opere tramite il concetto del Campione Eterno. All’inizio di “Sailing on the Seas of Fate”, “Veleggiando sui Mari del Fato” o semplicemente “Sui Mari del Fato”, Elric si trova in riva al mare, perso tra i Regni Giovani. Giunge all’orizzonte una nave misteriosa. Il capitano accoglie Elric a bordo, presentandolo ad altri eroi, anch’essi protagonisti delle saghe di Moorcock. Sono tutte incarnazioni della figura del Campione Eterno, sono tutti Campioni Eterni, e quella nave sta viaggiando tra il tempo e le varie realtà. Da qui il multiverso, che Moorcock ritiene perfetto come escamotage per scrivere romanzi di qualsiasi genere, anche molto differenti tra di loro, aventi come tema principale, alla fin fine, la lotta tra Legge e Caos. Questo consente di scrivere fantasy, ma anche fantascienza, genere del quale l’autore di Elric di Melnibonè è fervente appassionato e scrittore.

Le avventure di Elric sono ancora, dopo ormai una quarantina d’anni, quasi mezzo secolo, fresche e attuali e si rifanno a “La Canzone di Orlando” o “La Saga dei Nibelunghi”, giusto per citare qualche riferimento epico medievale pertinente all’atmosfera dei romanzi, con l’aggiunta di elementi fantasy che hanno stabilito le basi del genere “sword & sorcery” moderno e hanno rinnovato il fantastico anche in senso più ampio.

Vi sono infatti numerosi personaggi che sono divinità elementali. I cosiddetti “Sovrani Grigi” non sono nient’altro che una rappresentazione e un’interpretazione panteistica del reale. Il mondo di Elric è infatti un mondo feroce, brutale, fatto di spada, ma anche di molta stregoneria. Re Straasha, signore degli elementali dell’acqua, oppure Re Grome, signore degli elementali della terra, i Giganti del Vento, o Signori del Vento, Mishna e Graoll, Kakatal, il Signore Fiammeggiante, fanno tutti parte di un mondo fortemente influenzato dalle culture animiste (lo scintoismo giapponese, per esempio, è caratterizzato da moltissime divinità legate alla natura e ai suoi elementi) e dal paganesimo. Le figure strettamente collegate alla Legge e al Caos, invece, riecheggiano dell’atmosfera dell’epica medievale cristiana.

E’ davvero un’esperienza che  porta al di fuori del tempo e dello spazio leggere la saga di Elric di Michael Moorcock. Lo stile dell’autore è elegante, ma incisivo, mai ridondante,  perfettamente descrittivo, e nel medesimo tempo evocativo.

“E il clangore del metallo contro il metallo si trasformò in un selvaggio canto intonato dalle spade. Un canto gioioso, come se le due armi fossero felici di tornare finalmente a combattere, sebbene lottassero l’una contro l’altra.”

“Trovarono una grande caverna asciutta che raccoglieva i suoni del mare e rispondeva in un’eco mormorante. Si tolsero le seriche vesti e fecero all’amore, teneramente, immersi nelle ombre della grotta. Poi giacquero l’uno nelle braccia dell’altra mentre il giorno si riscaldava e il vento cadeva. Infine andarono a bagnarsi nelle onde, colmando il cielo vuoto delle loro risa.”

La prima citazione riguarda il duello tra Elric e Yyrkoon, la seconda il protagonista e la sua amata Cymoril.

Il passo che preferisco sempre citare è però questo, che descrive perfettamente l’essenza del personaggio protagonista e di tutta l’opera.

Elric guardò tristemente il mondo, con la testa china sotto il peso della stanchezza e della nera disperazione. “Ormai” disse “vivrò la mia esistenza senza sapere perchè la vivo, se ha uno scopo o no. Forse il libro me l’avrebbe detto. Eppure, anche in tal caso, l’avrei creduto? Io sono l’eterno scettico…non sono mai sicuro che le mie azioni siano veramente mie, non sono mai certo che a guidarmi non sia un’entità suprema.
Invidio coloro che sanno. Ormai non posso fare altro che continuare la mia ricerca e sperare contro ad ogni speranza che prima della fine della mia vita mi venga rivelata la Verità

Eppure, anche in tal caso, avrei creduto al libro? Anche se mi venisse svelata la Verità, io sarei in grado di crederci e di comprenderla fino in fondo? Invidio coloro che credono di sapere, parafraserei, perchè colui che sa veramente, come c’insegna da millenni Socrate, è colui che sa di non sapere, e allora continua la sua ricerca, anche contro ogni speranza, contro ogni previsione, contro tutto e tutti. Contro il suo stesso popolo, contro il suo stesso rimorso per aver ucciso la sua amata Cymoril, addirittura contro se stesso, ma la “quest” continua, continua sempre, all’infinito. Per Michael Moorcock tutto si trasforma, ma niente ha davvero un inizio, né una fine, ma è un Uroboro che si mangia la coda in eterno. Anche la concezione ciclica del tempo è un concetto molto antico, così come la reincarnazione e l’idea di ordine e caos che sono contrapposti sia nell’animo umano che nel mondo inteso in senso filosofico ed esistenziale. Dietro alla saga di Elric vi è molto di più di quanto appaia, così come Amleto di Shakespeare ad un certo punto esclama: “Sotto questi neri abiti da corvo, vi è molto di più di ciò che appare ai vostri occhi” riferendosi a se stesso.

Consiglio a tutti i lettori, anche per chi l’ha già letto più volte, anche per i più appassionati della saga, di rileggerlo con attenzione, e d’immedesimarsi nel personaggio di Elric, perchè ha qualcosa, di molto umano, ma anche di saggio e di divino nella sua straordinaria sensibilità. Nel suo tormentarsi sembra a volte al di sopra dello scontro eterno tra Legge e Caos, giudice estemporaneo delle vicende che egli stesso vive. L’autore parla al lettore attraverso Elric, è questo che mi piace molto di Michael Moorcock, che infatti ha ammesso più volte d’aver caratterizzato il personaggio in modo un leggermente autobiografico.

Un eroe tragico, un Amleto, appunto, non compreso dalla sua stessa gente, destinato a grandi gesta. Chi non ha mai avuto il piacere di leggere la saga di Elric di Melnibonè, al di là dei riferimenti filosofici, antropologici, esistenziali, che si possono trovare approfondendo, posso preannunciare che si troverà ad avere a che fare con un testo scritto in modo elegante, scorrevole, e pieno di avventure che un appassionato di fantasy potrà sicuramente apprezzare. È una pietra miliare della letteratura fantastica, soprattutto del genere “sword & sorcery”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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