Revival Sword&Sorcery: Riscoprire Henry Kuttner

Quando si rovista a fondo nell’infinito scaffale dei libri dimenticati, si fanno solitamente due tipi di scoperte, per lo più opposte: i tanti volumi che, sì, è stato un bene siano finiti nella polvere – la stragrande maggioranza – e viceversa quelli ancor più sfortunati, che proprio non meritavano l’oblio che li ha ingoiati (e un buon esempio di cui parlammo qualche tempo fa è quello dei racconti di Nifft di Michael Shea: https://hyperborea.live/2020/11/26/revival-swordsorcery-la-leggenda-di-nifft/).

Se guardiamo dunque in quest’ottica allo sterminato novero delle opere di fantasia eroica, possiamo indubbiamente considerare i libri di Henry Kuttner come appartenenti alla seconda categoria. Autore vissuto nel pieno della cosidetta Età dell’Oro della narrativa fantastica, marito dell’altrettanto brava Catherine L. Moore, Kuttner è oggi misconosciuto, a dispetto della sua vena versatile e della sua scrittura di livello, che ai tempi gli rendeva possibile comparire sulle pagine di  Weird Tales accanto a firme come H. P. Lovecraft e R. E. Howard.

Henry Kuttner

Al più, ora come ora, il suo nome compare come riferimento datato in qualche articolo, citato tra gli “antenati” di un genere evolutosi e ormai distante da lui. Facile conseguenza, è  che molti suoi libri, sia di argomento fantascientifico che a tema sword&sorcery, non sono più stampati da decenni. Insomma, l’ennesimo caso di classico “abbandonato”, magari a favore di novità ridicole (non c’è bisogno di citarle, vero?…)

Eppure, tra i molti lavori di Kuttner che fecero ben mostra di sè tra gli anni 30′, 40′ e 50′, ce n’è almeno uno che gli appassionati del fantastico vintage dovrebbero proprio recuperare, non solo allo scopo di scoprire le radici del genere, ma anche per godersi un genuino ciclo avventuroso. Sto parlando di quello di Elak di Atlantide.

A suo tempo, Francesco La Manno ne riportava qui i dettagli: https://hyperborea.live/2017/11/05/saghe-di-fantasia-eroica-elak-di-atlantide-di-henry-kuttner/. Si tratta di soli cinque racconti, dalla lunghezza assai variabile, e tuttavia sufficienti a delineare uno scenario che fa dell’esotismo e del pittoresco i suoi punti di forza. Influenzato dalle tematiche lovecraftiane, Kuttner può essere considerato oggi come una via mediana tra il vitalismo spumeggiante howardiano e l’orrore alieno del Solitario di Providence. Questa affermazione però, non deve essere considerata come il riconoscimento di una impostazione già a suo tempo pianificata.

Weird_Tales_July_1938

Nel suo cimentarsi col pulp, Kuttner seguì solamente i suoi gusti, influenzati come è ovvio dallo spirito del tempo. Lo dimostra la scelta di uno scenario atlantideo, esplorato in quegli anni tanto dai maghi di C.A. Smith che dal Kull di Howard, oltre che da Elak. Dalla penna di Kuttner, le storie nascono con una personalità affine a quella dei grandi, ma priva di intenti imitativi. Persino i suoi difetti lo dimostrano. Per quanto influenzato dagli spunti inerenti i miti di Cthulhu, ad esempio, il nostro non scriverà mai le lunghe (e splendide) descrizioni d’ambiente tipiche di Lovecraft, e sarà anzi in certi casi fin troppo succinto nello spiegare e illustrare i suoi orrori soprannaturali (fra cui ricordiamo l’immondo Nyoghta “La cosa che non dovrebbe esistere” nel racconto “L’orrore di Salem“).

Idem avviene dunque per Elak, di cui molti lettori hanno evidenziato una caratterizzazione laconica, se non sommaria. Non si capisce però perché per Conan vada bene dire che il suo profilo è “quello di una statua di bronzo”, e per il barbaro di Kuttner sia riduttivo affermare che ha “il viso di un lupo”.

Weird_Tales_January_1941

In verità, tutto ciò trova la sua spiegazione nel mood prevalente degli scritti kuttneriani, dove la velocità è più importante dell’organicità, l’effetto travolgente dell’azione prevale sulla perfezione dell’intreccio, e la basi dell’irruzione del fantastico sono quelle evanescenti e incomprensibili dell’onirico. Dei e demoni giungono da un altrove extradimensionale, e anche quando Elak li affronta nei loro intermundia, come in “Al di là della fenice”, quel che scopriamo della loro natura è solamente l’essenziale al dipanarsi dell’intreccio.  Insomma, rapido, fantastico, vivido. Colmo di spunti ma privo di intenti altisonanti. Non era questa l’essenza di un genere come il pulp, il fondamento della sua popolarità e il segreto del suo successo anche oggi che molto è cambiato per autori e lettori? Attitudini che Kuttner ha portato sempre come un bagaglio anche quando si è cimentato con altri generi, o nelle collaborazioni con l’amata Catherine (si veda ad esempio “L’ultima cittadella della Terra“) e gli fruttarono l’apprezzamento e la stima di nomi come Richard Matheson ( “Io sono leggenda” è dedicato proprio a Kuttner) e William Burroughs. Con raccomandazioni di questo calibro, cosa aspettate a setacciare le librerie?

 

2 comments

    1. In effetti stavo pensando a una rubrica sugli sconsigli, ma finirebbe per prendersi anche troppo spazio…!

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