Il Ciclo di Corum – Intervista a Massimo Scorsone

Non ho mai perdonato Corum.

E non l’ho fatto perché il torto che mi ha inflitto – perpetrato quando l’età non mi aveva ancora preparato alle asprezze del multiverso – è stato quello di costringermi a un’eterna sequela paragonabile solo a quella che intrapresi poco dopo sui sentieri dell’altro maledetto Principe, l’albino che porta la Spada Nera. Una spada, due spade. Che dico: tre. Anzi molte.

Non sapevo, quando ho conosciuto Corum, che quelle lame – la sua e quella degli infiniti guerrieri di cui è la versione forse più pura, quasi misticamente segnata da stimmate di dolorosa consapevolezza – mi avrebbero perseguitato negli anni a venire, quando mi sarei inabissato nei reami dove Caos e Legge si contendono il predominio universale.

La sua maschera, al pari di quella di Elric, era diventata per me una delle polarità di un confronto senza fine, e in quanto tale ineludibile persino quando leggevo storie dove Corum non c’era, ma avrebbe potuto esserci. Essendo dannato – in quella incredibile maniera moorcockiana in cui i tormenti del destino sono preludio a un’ascesi malinconica – non era impossibile per lui essere fuori dal tempo, e rientrarvi a piacere. Mutilato, in cerca di vendetta, questo Corum l’ho ritrovato adesso nella nuova edizione Oscar Draghi, e non è cambiato.

Michael Moorcock

Il mantello scarlatto copre ancora la sua solitudine senza poterla nascondere. E’ rimasto – non avevo dubbi – l’ultimo della sua razza, sterminata ancora e ancora dagli uomini, nuovi burattini del dramma cosmico. Per questo, il suo ritorno è foriero di inevitabile divisione fra le schiere dei lettori. Per chi è abituato alla finta complessità e alla didascalica problematicità di personaggi presunti “moderni” – con tutto quello di non detto che questo aggettivo si porta dietro – Corum è nè più nè meno un geroglifico, un segno impossibile da decifrare. Troppo semplice, la sua ricerca di giustizia, troppo netta, per chi ha fatto della sfumatura un valore a priori anche quando non si tratta che della ruffianaggine blasè di personaggi che vorrebbero TANTO essere “nostri amici”. Nostro amico, Corum non lo sarà mai, perchè il senso della sua tragedia sono troppo pochi a intenderlo, e ancor meno coloro che potrebbero (o vorrebbero) identificarsi con lui…altro processo che oggi sembra un battesimo necessario e continuamente riproducibile per ogni romanzo.

In ogni caso, scientemente e felicemente, ho riletto di nuovo il ciclo di Corum. E una volta voltata l’ultima pagina, ho voluto interpellare su di esso, sul suo autore e su altro, nientemeno che Massimo Scorsone, colui che della nuova edizione Mondadori è il curatore, e che – se non siete vissuti su Marte fino ad ora – avrete certo imparato a conoscere nelle multiformi (termine non casualmente moorcockiano!) vesti di traduttore e mente di numerosissimi progetti. Una sua precedente intervista, curata da Cristiano Saccoccia a proposito di Elric di Melnibonè, potete trovarla qui.

Ma adesso, Corum!

Caro Massimo, nella tua prefazione, Elric e Corum sono giustamente indicati come avatara non solo diversi, ma fondamentalmente opposti dell’unico Campione Eterno. All’interno dell’ottica mistica e lisergica sottesa a questa strana antinomia, che poi si allarga inevitabilmente a tutte le varie incarnazioni di Erekosë, qual è a tuo parere la vera specificità di un eroe drammatico come Corum?

Credo nel merito di poter ribadire l’opinione molto sinteticamente espressa nella sede da te menzionata. Per quel che mi riguarda, cioè, vedrei Corum come una versione “alternativa” di Elric: un Elric mutato di segno – la freccia unidirezionale della Legge anziché l’impresa centrifuga delle otto frecce del Caos – più che una generica maschera dello Eternal Champion, che combatte per preservare, o meglio per ristabilire l’equilibrio cosmico, quali che siano le forze in gioco (ossia anche in contesti più complessi e sfumati, o basati su presupposti almeno all’apparenza non così allegorici quanto il paesaggio morale che fa generalmente da sfondo a molto fantasy, non necessariamente commodified né soltanto moorcockiano). In realtà, il personaggio del Principe dalla Veste Scarlatta, vassallo della Legge per stirpe e fedeltà ereditaria, mi sembra riflettere un modello di approccio narrativo sostanzialmente differente da quello che può essere dedotto dalla molto composita saga di Elric di Melniboné. Quest’ultima è infatti – per dirla con A. E. van Vogt – un fix up, una vicenda in perenne sviluppo che si costruisce – che va costruendosi quasi a dispetto dell’autore, rapsodo di se stesso – mediante l’assemblaggio di novelle, romanzi, brani e frammenti scritti in tempi diversi e originariamente irrelati, ma che trovano tuttavia armonia momentanea all’interno di una compagine in fieri (e basterebbe dare uno sguardo alla cronologia delle avventure elriciane per averne conferma). Se dunque anche sotto il profilo strettamente formale e compositivo, potremmo dire, Elric nasce dal Caos di una ispirazione potente ma desultoria, Corum è fin dall’origine una creatura dell’Ordine: la sua gesta evidenzia uno sviluppo regolare, anzi quasi geometricamente progredente – dalla conquista di tutti i Piani del suo angolo di multiverso fino all’annichilamento che prelude alla rivelazione di un panorama storico più prossimo a quello che conosciamo – lungo un asse temporale univoco che fa tendenzialmente a meno di prequel, parentesi o episodi marginali. L’eroe Vadhagh, insomma, mi sembra riverberi per simmetria l’antieroe melniboneano, di cui replica il dramma attraverso riprese e accentuazioni deliberate di elementi simbolici (l’ambiguo rapporto con l’arma magica, l’esilio, il tradimento involontario, la perdita, eccetera). Ma si tratta della riproduzione di un modello attuata attraverso un progetto ben ordinato e architettato, non sull’onda di meri spunti occasionali e idee in caotica, o anarchica libertà. Quantunque la ricerca razionale di un’alternativa ai poco problematici eroi dello Heroic Fantasy d’impronta howardiana paia essere all’origine anche della creazione di Elric, e le un po’ arbitrarie vicende narrate nell’ultima trilogia di Corum sembrino in parte confondere, se non contraddire le premesse della sua biografia originaria; d’altra parte, i maestri del Tao insegnano che pure nella più fitta tenebra Yin deve essere presente un barlume di luce Yang, e viceversa… Nel complesso, comunque, ho l’impressione che spicchi l’analogia tra forme paraletterarie affini: se rifletto sulla Sword & Sorcery di Moorcock, non posso fare a meno di pensare alle ultime Graphic Novels superomistiche ideate e disegnate da Jack Kirby per DC Comics, nel cui universo manicheo e necessariamente semplicistico si fronteggiano i New Gods e i loro mondi reciprocamente ostili, Apokolips e New Genesis, delineati sulla falsariga di una cosmologia giudeocristiana trivializzata. Corum sta a Elric un po’ come lo “Orion” kirbyano sta al character opposto e complementare di “Scott Free”, a realizzare ancora una volta una condizione di equilibrio tra le fazioni in conflitto che si risolve senza residui nel superamento di entrambe, ossia appunto nella eroizzazione super partes dei due campioni.

Nonostante la carriera lunghissima, Moorcock risulta ancora per molti aspetti lontano anni luce dagli indirizzi sia stilistici che di contenuto di molti autori, specie nostrani. Il suo approccio non lineare alla scrittura, per certi versi assimilabile al lavoro di P.K. Dick, appare quasi un corpo estraneo mai davvero inglobato dal corpo nella narrativa fantastica. Un maestro senza eredi. Sei d’accordo o in molti ci siamo persi qualcosa?

Sono essenzialmente d’accordo, anche per motivi che forse poco hanno a che vedere con l’individuazione di genealogie (reali o fittizie) tra scrittori, soprattutto se vivi e vegeti… long live Mike!, com’è ovvio; ma quel che voglio dire è che trovo personalmente sempre un po’ arduo cercare di stabilire rapporti di parentela o affinità più o meno stretta fra autori tuttora attivi, verso i quali cioè non sia di necessità  ancora possibile porsi serbando il distacco che è giocoforza mantenere nei confronti di chi abbia ormai occupato un posto stabile all’interno di un determinato segmento di storia letteraria (di genere e sui generis). Con questo, ovviamente, non voglio dire che non esistano affatto rapporti di intertestualità, oltretutto premeditati, tra la produzione di Moorcock e quella di altri fantasists, bensì l’esatto contrario: basti pensare alla condivisione (peraltro abbastanza consuetudinaria, almeno nell’ambito ristretto delle letterature di genere) di aspetti e personaggi specifici del moorcockverse fra autori quali Brian Aldiss, Norman Spinrad, Karl Edward Wagner, Alan Moore, Keith Roberts, James Sallis, Steve Aylett e così via. A questo riguardo, la critica paludata parlerebbe forse di “isotopie strutturate al medesimo livello di senso”. Al di là di tutto, comunque, e lasciando da parte l’uso di un gergo che non ci appartiene, io una cert’aria di famiglia tra Moorcock, Gaiman, Chabon (per tacere di Bryan Talbot, John Crowley, China Mieville) la vedrei … cito nomi un po’ alla rinfusa, e me ne scuso. Però potrei menzionare anche i nostri Sergio Altieri e Valerio Evangelisti. Non so se a torto o a ragione, per quel che li riguarda. Può darsi sia soltanto una impressione soggettiva, dovuta al riconoscimento di un milieu, un clima storico e mentale che credo in gran parte comune.

In Moorcock appare spesso sottotraccia un afflato tipico della letteratura cavalleresca, una predisposizione quasi innata dei suoi personaggi alla Quest, rivisitata su palcoscenici cosmici. Quali sono secondo te i legami tra il fantastico moorcockiano e quello di ispirazione cortese? E con il meraviglioso classico?

La brillante idea di Moorcock mi pare sia consistita appunto nell’eleggere a proprio modello diegetico di riferimento non l’epopea “omerizzante” degli epigoni di Howard, fatta di memorabili atti di valore conclusi in se stessi, ma il mondo del romanzo cortese; da cui gli deriva anche l’inerte replica di vezzi che possono parere a prima vista un po’ grotteschi (quali il dotare di blasone tutti i suoi personaggi, protagonisti e deuteragonisti), ma che immagino debbano essere interpretati alla stregua di semplici tratti connotativi. E da ciò, se non erriamo, discende anche la temperie malinconica in cui sono immerse le sue vicende (c’è molta malinconia anche nel Conan di Howard, naturalmente, o nei personaggi di Jack London, se è per questo; ma si tratta, in questi casi, di alcunché di più tragico e vissuto, ed è il presentimento della morte, prematura e attivamente ricercata al contempo). E dall’universo cavalleresco discende naturalmente anche la topica della queste: si faccia caso a come gli eroi moorcockiani vadano sempre alla ricerca di qualcosa che viene loro preannunciato, che si tratti dell’Uomo di Giada o del Castello di Arioch. L’ignoto, l’imprevisto sono ridotti al minimo, o a meri episodi di contorno. Ma l’eroe sa di che cosa va in cerca.

Quello su Corum è il secondo volume che Oscar Draghi dedica ai lavori di Michael Moorcock, e che insieme ad altri – penso a quelli che raccolgono i racconti di Lord Dunsany, Fritz Leiber e C. A. Smith così come la silloge howardiana incentrata su Conan – ripropongono opere legate al Fantastico più classico, pur con tutte le sfumature del caso. Si può dire che la fantasia eroica con i suoi capisaldi sia ancora – o di nuovo – commercialmente appetibile per un grande editore? E non lo chiedo nella speranza di vedere in futuro titoli dedicati a Dorian Hawkmoon o John Daker… Non solo almeno!

Credo di sì. E non penso sia un caso. Si avverte in questi anni una certa atmosfera di riflusso e di rinnovato interesse per la produzione di genere della seconda metà dello scorso secolo. E, contestualmente, si sente il bisogno di stabilire alcuni ‘punti fermi’ nella valutazione del portato di un’epoca ormai ben definita del fantastico, anche declinato nelle forme della cosiddetta Trivialliteratur (il giallo, la fantascienza, il fantasy, quest’ultimo anche considerato come antesignano del più smaccato e aristocratico postmodernismo, oltre che all’origine di tipici cliché da letteratura di consumo). Il tutto, naturalmente, milita senza dubbio a favore dei repêchages menzionati, che anch’io auspico vivamente e di cui, secondo le facoltà, ci stiamo facendo promotori… non soltanto io, intendo dire, visto che il lavoro agli Oscar Mondadori Draghi è un’attività eminentemente collegiale.

Un’ultima domanda: da lettore, oltre che da curatore e traduttore, dove ti sembra si sia spostata oggi la frontiera del Fantastico? Quali sono non solo i temi, ma anche le componenti stilistiche e autoriali che vedi promettenti sulla lunga distanza?

Ah, bisognerebbe avere lo speculum del Virgilio Mago di cui parla il Comparetti (o era Avram Davidson?) per poter rispondere a questa domanda… al momento, credo che l’inevitabile mescidazione dei generi tradizionali risulti essere il fenomeno più rilevante dei nostri giorni. E ho la sensazione che sarà foriero di novità interessanti. Ma si badi: parlo al di fuori del mio arengo consueto: preferisco occuparmi del passato, più che del futuro…

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