Rhapsody – Legendary Tales

“And darkness covers all the land the silent river flows

the jesters dance around the flame playing an ancient song.

A song of mighty warriors

of epic bloody fights

while moonlight meets the manor’s wall and i must close my eyes.”

 

(Legendary Tales)

 

“E l’oscurità copre tutta la terra

il fiume silente scorre

i giullari danzano attorno alla fiamma

suonando un’antica canzone.

Una canzone di guerrieri possenti

di epici combattimenti sanguinosi

mentre la luce della luna si incontra con le mura del maniero e io devo chiudere i miei occhi.”

 

Anno Domini 1997.

Fino a quel momento gli anni novanta avevano registrato un progressivo indurimento delle sonorità della musica metal, che era coinciso con l’allontanamento dagli sfarzi mediatici e di popolarità di cui il genere (almeno in alcune delle sue sfaccettature) aveva goduto nel decennio precedente. A partire dalla seconda metà dell’ultima decade del millennio, tuttavia, il sottogenere power metal, dall’attitudine generalmente più brillante e leggera, era esploso in una vera e propria seconda ondata che avrebbe regalato alcune delle sue perle migliori, provenienti praticamente da ogni angolo del globo. Basti pensare ai lavori dei tedeschi Blind Guardian, dei connazionali Helloween (tornati a nuova vita dopo un periodo piuttosto buio) e Gamma Ray, dei finlandesi Nightwish e Stratovarius, dei brasiliani Angra, degli americani Kamelot (in un secondo tempo) e di tanti altri. Anche l’Italia avrebbe partorito le sue glorie, tra cui i Labirynth, in grado di non sfigurare quanto a qualità con i grandi nomi a livello internazionale.

Nulla di tutto questo sapevo io, allora quindicenne, appassionato di fantasy e di Cavalieri dello Zodiaco, allorché entrai in un negozio Ricordi in centro a Bologna e i miei occhi furono rapiti dalla copertina di un album di una band chiamata Rhapsody.Il logo del gruppo era bellissimo, scolpito nella pietra con caratteri evocativi ed eroici; altrettanto bello era il disegno che ritraeva un guerriero barbaro, biondo crinito, impegnato a ingaggiare battaglia con un drago in sella al suo fido destriero bianco. Il nome dell’album era Legendary Tales. Dopo aver passato quasi mezzo minuto a fissare le tinte ambrate della copertina la mia unica domanda fu: “Che razza di musica può esserci in un disco con una copertina così?” Chiesi al commesso di poter ascoltare il cd in uno degli stereo messi a disposizione dei clienti (sembra di parlare di un’epoca lontana…) e non appena misi le cuffie fui aggredito da un organo classicheggiante sparato nelle orecchie a mille decibel.

Era l’intro Ira Tenax, con i suoi cori che tanto ricordavano i Carmina Burana sentiti nel film Excalibur.

Le premesse erano ottime, tuttavia fu solo con la successiva Warrior of Ice che scoccò il colpo di fulmine. La splendida voce tonante di Fabio Lione – ebbene sì il gruppo era italiano! – accompagnata dalla cavalcata di chitarre e batteria mi rapì trasportandomi in quella dimensione che avevo sempre sognato: un universo fantasy epico, intenso, luminoso e senza confini. Un portale che avrebbe infiammato me e il mio migliore amico durante innumerevoli pomeriggi e che ci avrebbe introdotti nell’ampio mondo della musica metal.

Legendary Tales era un pezzetto di storia della musica italiana che stavo inaspettatamente vivendo in diretta. Fu infatti l’album di debutto dei triestini Rhapsody (originariamente chiamati Thundercross), nati dalle menti del chitarrista Luca Turilli e del tastierista Alex Staropoli. Un progetto ambizioso che coniugava la pomposità delle colonne sonore di film come il Conan il Barbaro con la musica classica dei grandi compositori italiani (Vivaldi su tutti), qualche tocco progressive vicino a quanto aveva espresso Claudio Simonetti con i suoi Goblin, la velocità e la potenza esecutiva delle band power metal e, ovviamente, la letteratura epico-fantastica. Questo connubio, o “mischione” per usare parole meno lusinghiere, avrebbe ricevuto dai suoi stessi creatori l’altisonante etichetta di “Hollywood Metal”. E quale scelta migliore, per avvicinarsi alla cinematografia americana, di creare non un semplice concept album, cioè un’unica storia sviluppata per tutta la durata del disco, ma addirittura imbastire una vera e propria saga?

Non paghi infatti di attingere a un vasto bacino di letteratura fantastica, i Rhapsody si imbarcarono in una lunghissima saga originale che sarebbe durata la bellezza di otto album più due EP. Un’iniziativa senza precedenti da parte di una band che, seppur derivativa nelle sue fonti di ispirazione, avrebbe a sua volta generato epigoni sia dal punto di vista musicale sia per quanto riguarda i testi, usati come veri e propri capitoli di un lunghissimo libro.

La storia, scritta interamente da Turilli, è divisa in due parti: The Emerald Sword Saga, per i primi quattro album e il primo Ep, e The Dark Secret Saga, per gli altri quattro album e il secondo Ep. Si tratta di un Heroic Fantasy, con tonnellate di battaglie, mostri, creature magiche, incantesimi e chi più ne ha più ne metta.

Il disco Legendary Tales ci introduce nel mondo delle Lande Incantate attraverso le Cronache di Algalord, narrate dal saggio Aresius. Il protagonista dei primi quattro album è il Guerriero di Ghiaccio dell’omonima canzone; egli è alla ricerca delle Tre Chiavi della Saggezza per poter raggiungere i Cancelli di Avorio e recuperare un’arma mitica e prodigiosa: la Spada di Smeraldo. Solo con quest’arma sarà infatti possibile sconfiggere Akron, il Re Nero, che minaccia con il suo esercito la sacra cittadella di Algalord. Una tipica Cerca nel pieno della tradizione, o dei cliché direbbero i più smaliziati, che non mancherà di regalare momenti tragici, incantevoli, orrorifici e soprattutto adrenalinici. In questo primo episodio si passa dalla ricchezza sinfonica di Rage of the Winter, alla ballata medievaleggiante Forest of Unicorns alla solenne drammaticità di Echoes of Tragedy, senza rinunciare a qualche sana scheggia di metallo melodico come l’irresistibile Land of Immortals, uno dei cavalli di battaglia dei Rhapsody e una delle loro primissime composizioni.

 

 

Con il progredire degli album si noterà un’evoluzione sia sotto il profilo strumentale, con una complessità crescente delle partiture e un utilizzo sempre più massiccio di strumenti provenienti dal mondo della musica classica e folk (su tutti i flauti di Manuel Staropoli, fratello del tasterista ed elemento fondamentale nella riconoscibilità stilistica del gruppo), sia dal punto di vista dei testi, con il coraggioso utilizzo della lingua italiana per intere canzoni. Proprio quest’ultima scelta si rivelerà una carta vicente, a dispetto della abituale esterofilia di buona parte degli appassionati, che regalerà ai fan dei Rhapsody alcuni dei brani migliori della loro discografia, come ad esempio Lamento Eroico. Anche se in questa prima uscita la band affida la narrazione unicamente alle descrizioni in inglese del libretto, senza utilizzare intermezzi recitati durante le canzoni (come invece accadrà a partire dal successivo Symphony of Enchanted Lands), l’indole da cantastorie spicca nel brano che dà il titolo all’album, Legendary Tales per l’appunto, in cui il gruppo si siede letteralmente attorno a un fuoco per trasportare gli ascoltatori in un mondo fatto di draghi e magie, alternando delicate strofe folk eseguite con clavicembalo e flauto a ritornelli roboanti con cori e chitarre elettriche.

Ancora lontani da alcune delle soluzioni che avrebbero adottato in seguito, nel disco Legendary Tales i Rhapsody si “accontentano” di gettare le fondamenta per quello che sarà un emozionante e lungo viaggio, raccogliendo quanto di meglio fatto dai loro artisti di riferimento e riproponendolo in una versione personale e convincente.

Non è tutto oro quello che luccica però, e al successo di critica e pubblico che seguì l’uscita di questo album non corrispose un adeguato successo in sede di concerti dal vivo; semplicemente perché non ce ne furono. Per i primi anni della loro carriera i Rhapsody non si esibirono mai in pubblico, citando una insormontabile difficoltà nel replicare dal vivo la complessità delle orchestrazioni. Ciò generò in alcuni più di un dubbio sull’effettiva identità dei musicisti che era possibile ascoltare su cd, in particolare per quanto riguarda la sezione ritmica; molti ritengono infatti che le parti di batteria ascritte a Daniele Carbonera siano in realtà campionate. C’è da dire, in effetti, che quando finalmente i Rhapsody ottennero il loro battesimo del fuoco sulle assi del palco, con il nuovo batterista Alex Holzwarth, i consensi furono in un primo momento abbastanza tiepidi. Ma da allora di acqua sotto i ponti ne è passata davvero tanta, tra cambi di personale, tour mondiali e persino modifiche al nome del gruppo.

Come per i vari episodi della Emerald Sword Saga, anche le vicende del gruppo si sarebbero sviluppate in capitoli successivi, che avrebbero aperto e chiuso delle piccole epoche all’interno del lungo racconto.

Articolo di Alessandro Zurla

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