Moby Dick, il Leviatano

Eccoci a parlare, in questa landa dedicata allo SwordandSorcery, di Moby Dick. Un classico, intramontabile, inavvicinabile, tanto da incutere soggezione, proprio come il colossale mostro che infine appare nel libro.

Ma cosa c’entrano Melville e il Capodoglio con noi? Ci avvieremo in questi oscure maree un passo alla volta.

Cominciamo da una considerazione sulla vita e sul fantastico di Robert Luis Stevenson. La vita è troppo meravigliosa per essere interpretata pienamente da assunti “oltre il reale”, è un argomento troppo complesso, il mistero dei misteri. Essi ne sono solo una parte, gradevole e stimolante, ma non possono dire tutto.

Quindi, proseguendo su questa linea di pensiero, assumiamo che l’esistenza contenga in sé anche elementi, chissà dove e in quali forme, fantastici. Forse, azzardiamo un’ipotesi, un tale punto di vista ci consentirebbe di osservare, o forse intravedere, alcuni aspetti solitamente nascosti, profondi, archetipici… ma non privi di significato. Forse.

Ora torniamo momentaneamente con i piedi per terra, o meglio sulla coperta del Pequod, la baleniera che dà la caccia a Moby Dick, e riportiamo un inquadramento letterario sull’opera, per il quale ringraziamo il cultore di letteratura americana Filippo Mancini.

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Herman Melville nacque a New York nel 1819. Grazie alle condizioni relativamente benestanti della sua famiglia, egli poté permettersi un’educazione. Tuttavia, attorno al 1830, in seguito ad alcuni problemi finanziari e alla morte del padre, lo scrittore fu costretto a interrompere gli studi e a cimentarsi in svariati mestieri, tra cui quello di mozzo. Fu così che, nel 1839, egli si imbarcò per la prima volta su una nave diretta a Liverpool, in quello che sarebbe stato solamente il primo dei suoi tanti viaggi per mare. Nel 1841 Melville salpò verso l’Oceano Pacifico a bordo di una baleniera. Fu proprio durante questa ennesima esperienza come marinaio che egli trasse la maggior parte dell’ispirazione per la trama di Moby Dick, il romanzo per cui è maggiormente conosciuto.

Pubblicato nel 1851, Moby Dick è considerato oggi uno dei più avvincenti romanzi mai scritti. Occupa un posto di rilievo nella produzione romanzesca d’oltreoceano e figura tra i testi principali dell’American Renaissance. Nonostante ciò, l’opera fu tutt’altro che apprezzata negli anni seguenti alla sua pubblicazione. Il pubblico, infatti, se ne disinteressò a tal punto che la fama di Melville (il quale, fino a quel momento, aveva riscosso un discreto successo, anche commerciale) iniziò a declinare. Fu solamente nella prima metà del Novecento che la critica attuò una rilettura dell’intera produzione di Melville e collocò Moby Dick agli apici della letteratura statunitense e mondiale.

La trama di Moby Dick si dispiega a partire dal racconto di Ishmael, protagonista e voce narrante. Salpato dall’isola di Nantucket a bordo della baleniera Pequod, al cui comando troviamo il capitano Achab, egli si troverà al centro di varie avventure e vicissitudini. A viaggio già iniziato, infatti, Achab rivelerà di volersi vendicare di Moby Dick, l’enorme balena bianca da cui è stato orribilmente mutilato, e trascinerà l’intero equipaggio in una caccia ossessiva e spietata al gigantesco capodoglio albino. A fare da sfondo a tutto questo troviamo i porti, le taverne e i pittoreschi compagni di viaggio di Ishmael. Troviamo l’oceano, roboante e silenzioso, che si profila nei suoi due stati opposti, tempesta e bonaccia.

Moby Dick è la storia di un viaggio reale e tangibile, ma anche introspettivo e immaginario, come da tradizione romantica. Nell’ambito di quest’ultima si inscrive anche il sentimento del sublime, che spesso emerge nel corso della narrazione. Basti pensare al capitolo quarantaduesimo, The Whitheness of the Whale, in cui Ishmael, intento a osservare Moby Dick e a descriverne il candore, percepisce un orrore puro, mistico e ineffabile, mostrando di essere spaventato e allo stesso tempo attratto dal mammifero. Oppure si prenda il penultimo capitolo, The Chase – Third day, leggendo il quale è inevitabile pensare a un quadro di Turner, a un dipinto di Friedrich, o a luoghi del sublime quali il Maelström di Poe. Vale la pena, infine, di spendere qualche parola circa la lingua, lo stile e le opere da cui Melville trasse ispirazione per la stesura di Moby Dick. Gli antroponimi utilizzati nel corso della narrazione rimandano ai testi sacri, in particolare al Vecchio Testamento. Sono forti, inoltre, le influenze provenienti dalle tragedie di Shakespeare e dal miltoniano Paradise Lost. Il lessico, complesso e ricco di termini marinareschi, si innesta in una narrazione a tratti realistica, quasi scientifica. Si veda il trentaduesimo capitolo, Cetology, in cui l’autore, con dovizia di particolari, descrive cetacei, pesci e mammiferi marini, arrivando a citare persino Linneo. Tuttavia, allo stesso tempo, la prosa è intrisa di poesia, come si può notare nell’evocativa descrizione della bonaccia a mezzogiorno all’interno del settantesimo capitolo, The Sphinx.

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Tornando alla nostra “caccia del fantastico”, compiamo il passo di immedesimarci con i protagonisti, i marinai.

Siamo su un mezzo di trasporto che si muove grazie più all’ingegno e alla fatica umana che alla tecnologia. Il capitano Achab in cabina elabora le rotte da seguire, che conducono in luoghi remoti, alieni, rispetto alla vita civile e alle comodità.

Non ci sono mezzi di comunicazione a riportarci in una dimensione sicura. La cerca conduce in mezzo all’Oceano Pacifico, l’imbarco ha una durata prevista di almeno tre anni.

Il fine è la cattura del Capodoglio, l’essere più grande delle terra, che sarà condotta ammainando delle lancie e brandendo dei ramponi.

I rischi sono tetri compagni di viaggio. Quante anime il mare ha preso tra i flutti? E quante le difficoltà della navigazione hanno voluto come tributo?

Considerando tali aspetti, la baleniera diviene una nave spazio-temporale, che ci conduce verso l’ignoto, il pericolo, il mostro.

E non tralasciamo l’amicizia, forgiata dalla dura scuola di simili condizioni, in una lega fatta dalle guardie condivise assieme al compagno nelle ore buie, o da una mano salvatrice tesa nel momento estremo, quando i pericoli sembrano trascinarci nell’oblio.

L’avventura, il leviathano, il viaggio. Una realtà selvaggia, diretta espressione di logiche primordiali. Sopravvivenza, socialità tribale, il sole e l’acqua percepiti puri sulla pelle e nell’anima. Un senso del meraviglioso che erutta da ogni poro lasciato scoperto! Eccole finalmente. Laggiù soffia! Laggiù soffia! Ma non è la balena bianca, quelle sono le vele del fantastico, ed erano sempre state lì, ci sono sempre state appresso. Bastava guardare alla realtà con una diversa prospettiva, tale da cogliere le correnti segrete che scorrono nel senso profondo delle cose.

Un piede in ciò che ci sembra reale, e l’altro in un pozzo fondo fino al centro della terra. Ci siamo immersi. La linfa segreta sgorga, dalle profondità, attraverso di noi. Ne facciamo parte. Da dove provengono le nostre passioni? Di quali fondali non scandagliabili sono il frutto? Cosa siamo noi, se non ombre perdute nella notte (cit.)?

Un autore capostipite del nostro genere preferito disse che, speculando su simili argomenti, si arriva a sbattere contro il limite delle attuali cognizioni scientifiche. Allora non ci rimane altro che l’intuizione poetica.

Buona lettura, o rilettura di Moby Dick.

 

Nota.

Per un’edizione di Moby Dick in lingua originale:

Melville, H. (2018). Moby Dick. Edited by Parker, H., New York: W.W. Norton & Company,

Per una traduzione in lingua italiana:

Melville, H. (1994). Moby Dick o la balena. Trad. di Pavese, C. Milano: Adelphi

Per altre letture inerenti:

Bercaw, M. K. (1987). Melville's Sources. Evanston, Illinois: Northwestern University Press

Bianchi, R. (1997). Invito alla lettura di Melville. Milano: Mursia, 1997.

Robertson-Laurant, L. (1996). Melville: A Biography. New York: Clarkson/Potter Publishers

Whitburn, M. D. (1979). Moby-Dick and the Sublime. The Comparatist, vol. 3, pp. 32–9.

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