Il Mondo di William Morris: Dal Bosco alla Fonte, e oltre – Di Pat Antonini

Si potrebbe iniziare dicendo semplicemente che:… non è diffile immaginarsela.

Proseguendo però nel dire anche; non è difficile immaginarsela sotto una rosa dei venti ben decorata che, all’angolo o a lato, pavoneggia la sua forma stellata.

Ma se volessimo essere ancor più precisi, potremmo in realtà dire: non è difficile immaginare quella costa più ondulata – guarda caso – dei riccioli di Jane Burdendove le città, ad esempio, di Cleveland By the Sea o Langton sull’Holm si affacciano su un mare che esala nebule di vapori sognanti e misteriosi, non meno di quello che Pitea percorreva per restituire al mondo un nome che forse vi dirà qualcosa: Thule.

Ma in ultimo, se proprio – come è necessario –  volessimo dare l’ampiezza assoluta e definitiva alla “matrioska al rovescio” a cui – perdonerete – questa introduzione ha voluto somigliare, dovremmo specificare: Non è difficile immaginarsela, finemente disegnata, una grande mappa ampia, si intende, che Kelmscott Press , già allora, consegnava spesso ai suoi lettori, non meno delle edizioni degli odierni editori, come ora. Purtroppo, in questo caso dovremmo solo immaginarcela dato che, probabilmente, la prima mappa che comparirà in un romanzo Fantasy anticipando Il Meraviglioso Mago di Oz (Baum, 1900) di tre anni , oltre che iniziare una tradizione infinita, quella delle mappe, apparirà solo in The Sundering Flood (1897). In compenso, l’ormai “mitologica” Kelmscott di Hammersmith, mappa o non mappa, dimostrava che in quanto ad elementi visivi e grafermi non era intenzionata ad andarci leggera.

Dopo i “Proto-Fantasy” House of the Wolflings (1888) e Roots of The Mountains (1889), già da conto loro pregni di elevato valore letterario secondo una generica prospettiva di classici di fine ‘800 e romanzi epici; ma degni anche tuttavia di considerazioni organiche al genere Fantasy vero e proprio, Morris crea delle vicende, quelle di Walter Golden e di Ralph, che fanno girare le lancette della storia generando uno di quei rari momenti fondamentali nella letteratura fantastica; come quello, ad esempio, avuto grazie a Lord Dunsany nello scrivere opere come quelle del Ciclo di Welleran. E cosi altre fasi di rara importanza, dove la storia di questo genere viene mutata, ai quali potremmo ascrivere la pubblicazione d’un romanzo come il Serpente di Ouroboros (1922) di Eddison, o tra i tanti;  Ombre Rosse,  The Shadow Kingdom, La Fenice sulla Lama, La Torre dell’Elefante e Oltre il Fiume Nero di Robert Erwin Howard, a seguire le grandi opere di Tolkien, Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, sino alle complessità di quello che potremmo considerare l’ultimo dei grandi innovatori: Michael Moorcock.

Immagino, cari lettori, che starete certamente pensando che chiamare in causa l’elemento – così “secondario” – della mappa, in queste fasi iniziali, potrebbe apparire come un tentativo di iniziare un testo, basato principalmente su due opere come Il Bosco Oltre il Mondo (1894) e La Fonte ai confini del Mondo (1896), in una qualche maniera qualsiasi che sia gradevole e “frizzantina”, da rivolgere a dei lettori specialistici e “incontentabili” – in accezione positiva – di una rivista specifica , certamente diversi da quelli più generalisti. Ma non è affatto così dato che, la mappa e il “Mondo”;  parola che compare nel titolo, noterete, sarà il concetto da cui scaturirà la prima importante considerazione di natura storica poco sopra introdotta, corrispondente infatti ad uno degli elementi che rende la narrativa Fantasy “propriamente detta”  conclamata alla sua piena espressione: Il Mondo Secondario.

Potremmo avere qualche dubbio sul fatto che Cleveland by the sea, situata nel mondo della “Pianura Seducente“, possa essere una qualche visione rubata con un elegante guanto ucronico ad un sogno che ritraeva un’ Inghilterra diversa da quella che Morris vedeva nella triste realtà di quei giorni, attanagliata da un espansione industriale e darwinista a contrasto con forze più armoniose e conservatrici. Lo stesso dubbio potrebbe persistere nelle pur inventate “Wonderous Isles” che, come si accennava sopra, potrebbero somigliare ad un qualche squarcio nel tempo su perdute realtà come quelle atlantidee o di Thule, o più probabile sui viaggi islandesi della Saga di Njàll verso le Orcadi.

Ma ben pochi dubbi, invece, vi sono su Langton on Holm e sul regno di Upmeads, i due luoghi focali d’ambientazione dei due romanzi Fantasy di cui si sta parlando, che sviluppano le loro ampiezze in scenari vasti e costruiti di pensiero in piensiero, di simbolo in simbolo, ove vicende eroiche si manifestano raccolte in una sintesi bilanciata e fatta essenzialmente a quattro impulsi: mitologico, epico -cavalleresco, classico-avventuroso e, sebbene per mezzo d’un “prurito” minore, anche allegorico.

Da notare che tuttavia, se proprio si vuol esser precisi, nei due romanzi del “Mondo”(Secondario?), ove per tutta ironia la suddetta parola compare in entrambi i titoli, vengono usate espressioni come “Figli di adamo” per indicare gli umani, o “fedele di Maometto” a sinonimo di “bizzarro/strambo/straniero”, rimandando, pur non volendo esser troppo pignoli, una piccola parte della portata storica definitiva a The Sundering Flood, romanzo dove invece il mondo appare indiscutibilmente “secondario” e, come detto, non a caso, viene corredata alla narrazione l’elemento  della mappa del mondo d’ambientazione, come sarà in futuro per molti altri a partire dal Meraviglioso Mago di Oz , e come diverrà tratto iconico con Tolkien.

Seppur sempre contraddistinte da un uso tecnico, erudito e ricco di dettaglio, le costruzioni narrative in La Fonte ai confini del Mondo e in Bosco oltre il Mondo rinunciano sia ai virtuosismi e al senso poemico di stampo norreno e quindi alle ibridazioni di prosa, poema e poesia che abbiamo trovato in House of the Wolflings e Roots of the Mountain, sia ai dialoghi lirici a respiro dilatato che invece hanno caratterizzato Storia della Pianura Seducente. La prosa delle due storie si esprime infatti con concretezza puramente romanzesca, non sprovvista di tratti più rapidi e semplificati, risultando nel complesso, nonostante la generosità summenzionata, densamente armoniosa e ricca di quella maestria che è nel genoma di questo straordinario scrittore.

Sia in House of the Wolflings che in Roots of the Mountain, Il narratore del Waltham Forest, per mezzo di sfumature lievemente diverse, rappresenta sui Goti pagani fortemente “scandinavizzati”¹  e ammantati d’un tocco leggendario ogni prezioso attributo atavico e identitario della società; patria, religione e famiglia, opposti al degrado generato dalla famelica civiltà romana, la cui onda di conquista non è  dissimile – nell’aderire alla metafora del Morris – dalla divoratrice forza della rivoluzione industriale, in grado di spazzare via ogni ragione di benessere spirituale. I valori alla base dell’ antimodernismo, quale sostanza seminale dell’opera letteraria e del pensiero del Morris, si declinano diversamente nei romanzi successivi alle due “cronache degli Wolflings”, esprimendosi alla forma più cavalleresca e cristiana, con un’estetica legata alle accurate bellezze dell’arte preraffaelita e un complesso di stilemi – come già detto – legato a quattro impulsi tra i quali i più riconoscibili sono certamente quello avventuroso e quello epico-cavalleresco.

Il Bosco Oltre il Mondo rappresenta fuor di dubbio un grado di complessità minore rispetto a La Fonte ai confini del mondo. Nel primo, Walter Golden, è spinto all’avventura dalle asperità d’ una iniqua vita coniugale contraddistinta dall’assenza di amore e complicità con la consorte. Fatto che riflette biograficamente sia le insoddisfazioni del matrimonio con Jane Burden che, pur benedetto con due figlie, vide il morris traditore e tradito, sia – parlando stavolta addentro alla trama del romanzo – la complessità aspra del rapporto tra la House of Golding e la House of Redding. Due casati, quelli di Walter e della moglie, la cui rivalità mai fu riparata dal matrimonio unificatore. Non sarà infatti casuale il divampare della tragedia, quasi già annunziata, ovvero quella dell’assassinio del padre del giovane in un incontro sanguinoso alla sede della gilda. Walter Golden non potrà tornare a casa, nè ricongiungersi quindi con la House of Golding e lavarne l’onta. Il naufragio lo porterà ad un percorso individuale sull’anfrattuosa via dell’avventura e dell’amore che sarà coronato dall’ascesa al trono nella straniera terra di Stark-Wall; per una monarchia che, per essere quella d’uno straniero, sarà più fortunata rispetto a quelle di Conan in Aquilonia e quello di Kull di Valusia, avvelenate quest’ultime dalle cospirazioni, un fiele che Walter ha assaporato tuttavia prima.

In Bosco oltre il mondo vediamo i risultati fruttuosi e concreti di un romanzo fantastico e avventuroso traducibile all’espressione di Heroic Fantasy, con un impatto innegabile su Dunsany, Eddison e Tolkien, e quello più indiretto sullo straordinario racconto Quest’Ascia è il mio scettro, sottovalutato, bisogna dire, anche dallo stesso Howard, nel riconoscere tuttavia che da “quell’errore di valutazione”, tenendo certamente conto anche di Ombre Rosse del ciclo di Solomon Kane, e di The Shadow Kingdom del Ciclo di Kull, egli inventò, o quantomeno costrui alla perfezione,  lo stile Sword and Sorcery rispondendo direttamente proprio all’Heroic Fantasy britannica. Tanto per voler ribadire che Howard, alla fine ha avuto ragione anche l’unica volta in cui poteva avere torto, con l’altrettanto superlativo La Fenice sulla Lama.

Sebbene più esile rispetto a La Fonte ai Confini del Mondo, lo svolgersi della storia in Il Bosco Oltre il Mondo lascia emergere tratti significativi come quello già specificato del romanzo Fantasy Eroico, espresso senza dubbio da combattimenti e tonalità avventurose, tuttavia diluite da tensioni drammatiche e sentimentali, in sottaciuta parte velate d’impalpabile pathos erotico, schermate, a rimbalzo dalla tormentata storia d’amore con La Fanciulla alle presenze rapaci del Nano e del Figlio del Re. Talvolta Walter Golden è passivo punto di confluenza delle cospirazioni orchestrate dai personaggi attorno a lui.  La Tribù degli Orsi richiama in maniera lampante alla stirpe anch’essa ursina mutapelle di Beorn e Grimbeorn, altrettanto forte è la somiglianza tra Walter Golden e Leothric ne La fortezza inespugnabile, se non da Sacnoth, di Lord Dunsany, entrambi giovani eroi avventati e appassionati.

La Signora e La Fanciulla sono  i personaggi più sensibili della vicenda in quanto motore per la caratterizzazione di Walter Golden, nonchè maggiori veicoli dei tropi epico-cavallereschi, della sublimazione della figura della donna e del concetto dell’amor cortese. L’avventura che porta Walter Golden di Langton a far spregio dei consigli del contadino, e quindi valicare le montagne e giungere alla rocca della strega (chiamata il Palazzo d’Oro), condurrà il protagonista al cospetto d’una donna autoriaria e dominante, di aspetto meraviglioso, ma dalla bile più nera delle acque di palude, manipolatrice e tessitrice di inganni profondi e arcane magie. Essa è incarnante a colpo unico sia un’incantatrice dalle antiche nebbie dei tempi pagani, sia una maga paragonabile a Saruman e a Gaznak² ,in grado da sola di assoggettare e addirittura creare un’intera tribù. Innegabile che questo personaggio femminile, in aggiunta a quanto detto richiami tuttavia al tempo stesso anche le austere e importanti donne dei romanzi cortesi, dei quali aumenteranno i riferimenti anche in Fonte ai confini del Mondo; ma anche le potenti badesse medievali, che senza dubbio si ritagliarono non poco potere in un’epoca dove di certo la parità dei generi non era la priorità. La signora ha infatti una valenza anche religiosa nell’essere riconosciuta come Dea per la Tribù dell’Orso e così anche dal Nano e dal Figlio del Re. Lo stato evemerizzato in vita che caratterizza la potente strega non viene posto solo per i suoi poteri magici, o perchè si sospetta che lei stessa possa aver creato “gli Orsi” ma anche per il suo aspetto angelico, che condivide tuttavia con La Fanciulla, ovvero quello d’una pelle chiara, fulvi e bellissimi capelli e un portamento grazioso, come è nei canoni del romanzo cortese. Avviene qualcosa di simile nel racconto di Robert E. Howard, l’Ombra che scivola, dove Thalis, sottolinea la propria bellezza in virtù della sua pelle bianca pur essendo lei una stigiana dai capelli neri. Non senza acredine è costretta a riconoscere a Natala la stessa grazia, prima di punirla – chissà perchè… – a suon di frustate sul fondo schiena. Thalis non è riconosciuta come dea, ma si propone altresì come sacerdotessa, cosa che dimostrerà alla maniera che anni dopo sarà la preferita di un altro “Robert” (A. Salvatore), nel frustare la povera Natala con la stessa fermezza di una Yathrin degli Elfi Scuri ³. La Signora non ha messo mano alla frusta su La Fanciulla, sul Nano, sul Figlio del Re o su Walter, ma di certo non li ha trattati bene. In Slithering Shadows , oltre ad una certa tensione sessuale appare anche anche un lovecraftiano mostro arcano non meno temibile di Tharagavverug nel racconto sopracitato di Dunsany. La presenza del mostro di nome Thog rende la storia di Howard quasi come insospettabile via di mezzo tra Walter Golden e il Bosco oltre il mondo di Morris e La Fortezza Inespugnabile, se non da Sacnoth di Dunsany. Niente male, verrebbe da dire, per essere – come sostenne Fritz Leiber – il “peggior racconto”. Vorremo a questo punto leggere altri “peggiori” e farci del male e ben poco c’entrano le punizioni sadomaso della bella Thalis.

Si ha una declinazione degli stessi canoni cortesi di bellezza, eleganza e austerità, ma con resa sostanzialmente benigna – anche se piuttosto ambigua – nel personaggio La Signora dell’Abbondanza in Fonte ai Confini del mondo, da cui però è rimossa la componente religiosa, magica e stregonesca se non quella accennata riguardante una strega che la allevò da bambina. I personaggi femminili che Morris ha lavorato con estrema abilità rientrano certamente nel quadro della venatura cavalleresca e cortese che caratterizzano la tonalità delle storie scritte successivamente ai due romanzi epici “degli Wolflings” e che si potrebbero riassumere – non senza una svilente sintesi totalizzante, ben inteso – nello splendore assoluto delle varie raffigurazioni di Eleonora d’Aquitania.


Sebbene non venga direttamente chiamata in causa Emmeline Pankhurst, non è stata esclusa, negli anni, da alcuni studi accamemici statunitensi e britannici la visione del Morris inerente al quadro di eventi a cui si lega il movimento femminista che, nelle fasi tardo vittoriane, all’interno della sinistra inglese, sull’onda dei movimenti operai accresceva i suoi consensi. Il motore di questa istanza è certamente riconducibile alla sopracitata attivista Pankhurst e i sui sforzi di entrare nel Partito Laburista per mezzo dell’ intima amicizia con James Keir Hardie. Gli studiosi letterari accademici hanno spesso sostenuto pareri differenziati o divisi. Talvolta viene espressa la considerazione che il Morris si sia appacificato solo in pochi casi con il movimento femminista suscitando “questioni insidiose da un punto di vista femminista”. La conclusione prende a riferimento la tradizione dei personaggi femminili di William Morris, a tratti composta da donne malvage come La Signora o La Strega che ha allevato Birdalone nel romanzo Water of Wondrous Isles. Quando non malvage, “imputate” d’esser subalterne agli eroi maschili come , in ordine cronologico; La misteriosa fanciulla di cui Florin della House of Lily si innamora in Hollow Land, I personaggi femminili della House of WolflingsHostage, La Fanciulla (Il Bosco oltre il mondo), Ursula (La Fonte ai confini del Mondo), arrivando ad Efhild di The Sundering Flood. Quando, invece, nè malvage, nè subalterne,  passibili – sempre secondo i menzionati studiosi – di un’altra imputazione, ossia d’ esser troppo ambigue o funzionali solo al ruolo materno, come la Signora dell’Abbondanza o Habundia. Viene riconosciuta, in definitiva, come “pacificante con le sensibilità femministe” quindi soltanto Birdalone, di Water of Wondrous Isles. Basandoci su questi aspetti è assolutamente necessaria una riflessione aggiuntiva non funzionale, vi assicuro, a prevaricare l’analisi con un personalismo d’opinione, ma solo a fornire una completezza ampia e maggiore degli argomenti divulgativi.

Pur composta da personaggi “subalterni”, come vengono definiti, in quanto spesso “fanciulle in pericolo” o donne non combattenti, la linea dei personaggi femminili del Morris mostra dei profili di innegabile pregio e carisma. La Fanciulla e Ursula, vantano una notevole psicologia avanzata che fa impallidire perfino molte protagoniste dei romanzi odierni, mostrandosi sovente addirittura più razionali e scaltre degli stessi Ralph e Walter Golden. Efhild, oltre ad essere piuttosto simile in bellezza, sapienza e mistero alle tolkeniane Arwen e  Luthien  supera Osberne Wulfgrimsson nelle arti e nella cultura. E che dire delle magnifiche e venerabili “lanterne”; la Hall-Sun e la Wood-Sun, che, saranno pur donne sotto l’ala maschile di Thiodolf ma sono personaggi che brillano d’un così vivido incanto che ben poco è parente del concetto stesso di “Subalternità”. Nel caso specifico di Ralph in Fonte ai Confini del Mondo, potremmo addirittura dire che saranno La Signora dell’Abbondanza, Katherine e Ursula il reale argento vivo della crescita del personaggio nel suo arco narrativo e psicologico.

Riflettiamo con attenzione invece su Birdalone in The Water of the Wondrous Isles. Una donna fuor di dubbio che rappresenta la più affrancata dai ruoli maschili, questo è vero. Indipendente, autonoma e forte, ma inserita altresì in un contesto d’un romanzo in cui le avventure e le esperienze significative recedono in favore di vicende amorose, popolate da cavalieri che, al contrario dei due cavallereschi Ralph e Walter Golden, e dei più scatenati Osberne Wulgrimsson e Thiodolf, sono nè più nè meno che “trotterellanti valletti”, le cui imprese  – raccontate al passato e non mostrate al presente – ballonzolano nell’alea d’una insignificante nebbiola di sottofondo ai vari andirivieni amorosi. Sebbene Birdalone da “un punto di vista femminista”, come vien detto, rappresenti quindi il tratto “pacificante” sarà lei a lasciare un’altra donna a piangere da sola nella cornice splendida, ma anche splendidamente triste, delle Isole Meravigliose, rubando a quest’ultima di fatto il fidanzato e comportandone quindi l’infelicità e la nota amara del finale. Tra i vari studi pre-raffaeliti accamemici britannici, americani e canadesi, riconosciamo che quello della Iowa University , pur allineato a questa visione su Birdalone e pur assumendo dei toni troppo inspiegabilmente giustificativi ha il merito di riconoscere , se non altro, che definire i personaggi del Morris “subalterni in un contesto patriarcale” appare piuttosto riduttivo. Sarebbe dispersivo allungarci ulteriormente a considerare quanto sia fumoso e inconsistente l’uso della parola “Patriarcale”, dacchè andrebbe definitivamente chiarito, ora e  una volta per tutte, se un “romanzo non patriarcale” consista in un romanzo senza padri maschi, o in assoluta assenza di maschi o, con maschi che necessariamente, per esigenze di stile, debbano apparire più insignificanti delle femmine. Nell’attesa di questo chiarimento che, presumiamo, non arriverà prima di concludere questa analisi, non ci dilungheremo a riguardo. Anche la visione piuttosto diffusa all’interno delle interpretazioni de Il Bosco Oltre il Mondo, volte a vedere tra i vari significati de La Signora, quello dei problemi coniugali del Morris con Jane Burden e quindi ne La Fanciulla, per diretta conseguenza, una gratificazione extra-coniugale che porta felicità, incontrano non pochi dubbi. Si ha come il sospetto, talvolta, che sia La Signora, che La Fanciulla, tra le altre cose, rappresentino due differenti versioni della stessa Jane Burden, madre delle due figlie di William, Jenny e May, nonchè una delle modelle prerafaellite più in voga insieme ad Alexa Wilding e altre.

Questi aspetti suscitano immancabilmente due riflessioni. La prima è che in The Water of the Wondrous Isles, William Morris attua lo stesso tipo di meccanismo critico di Notizie da Nessun Luogo, dove il taglio di dissenso verso l’azione marxista in inghilterra si esprime proprio per mezzo d’una raffigurazione che ritrae il comunismo germogliato alla sua parte più bella e utopica, agreste e pittorica. La seconda considerazione è invece quella che sottolinea la tendenza di Morris di esercitare la disciplina della dissidenza intellettuale non sottomettendo la propria arte a romanzi “sponsorizzanti” o di contrasto polare per un movimento, corrente o per un’ideologia, ma per mezzo della raffigurazione estetizzante e dilatata di tropi, stereotipi ed elementi focali archetipici. Piuttosto curioso è scoprire che è molto più facile dare un reale senso concreto ad uno degli aforismi più citati del Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo” capendo William Morris e le riflessioni critiche indotte dalle sue raffigurazioni estetizzanti, piuttosto che capirlo ad intuito.

Questo – si potrebbe concludere – rende il Morris un anticonformista autentico, che, pur coinvolto ardentemente nel socialismo patriottico è stato in grado di suscitare una riflessione indipendente, non foriera di partigianismi bipolari e poco infettabile da quella forma di propaganda che abbiamo visto in molti romanzi di corrente e di stile che, quand’anche più nobili, spesso si sono prestati alla spinta o ad esser sorgente di cambiamenti sociali fungendo da focolai per la diffusione endemica di vari zeitgeist. Basti pensare, andando per esempi banali, a cosa hanno significato i romanzi di E. Zola per il Naturalismo, o quelli di Flaubert per il positivismo, e così altri innumerevoli esempi, inerenti addirittura a scrittori che furono positivisti agli inizi partecipando poi alla reazione anti-positivista anni dopo, come Maupassant e Huysman.

Si riconosce nella primissima Heroic Fantasy lo stesso anticonformismo indipendente, basato su immanenze iniziate dal Morris come quelle antimoderniste insiste alla Fantasy, in soggetti come Howard, Tolkien e Lord Dunsany ,sebbene quest’ultimo abbia altrettanti motivi di distacco dal Morris, forse anche superiori a quelli che lo vedono rassomigliante. In Robert E. Howard si potrebbe riconoscere un anticonformismo personale, nelle viscere e nell’anima, accostabile a quello del Morris, pur nella siderale diversità dei due personaggi. In Dunsany, nel quale riconosciamo uno splendore unico e indiscutibile, si scorge un antimodernismo caratterizzato da quell’antipositivismo che si trova certamente nel Morris, tuttavia diversamente scaturito – in termini banalizzanti e sbrigativi – da un post-dandismo arricchito e rielaborato a “scoppio ritardato”, ma rappresentante di un anticonformismo che, sebbene meno ideologico, parrebbe più estetico, – quindi originato da straordinarie esperienze di vita – che estetizzante, dovuto ad esperienze di vita invece significative ma non necessariamente straordinarie, come nel caso di William Morris, e sotto certi aspetti anche di Howard.

Va tuttavia riconosciuto a Lord Dunsany il merito di aver creato un Secondary World più visionario e smerigliato rispetto a quello dell’antecedente Morris, più focalizzato a ritratto dell’onirismo individuale, meno significativo da un punto di vista sociale e anche meno solido e capillare da un punto di vista geografico rispetto a quello successivo di Tolkien, ma infinitamente più tempestato di evanescenze inquiete rispetto ad entrambi. Ne deriva quindi che il “Mondo secondario” del Dunsany è tutt’altro che inferiore rispetto a quello degli altri due. Tra i tre scrittori, inoltre, è sicuramente Dunsany quello in grado di trucidare – più velocemente – qualsiasi editor, sceneggiatore, soggettista, a “fil di penna”, compresi quelli amati nell’odierno post modernismo o da scrittori come Raymond Carver.

Si è parlato precedentemente degli Impulsi classico-avventurosi e epico-cavallereschi che vivono nelle due storie  Il Bosco Oltre il Mondo e La Fonte ai Confini del Mondo. In quest’ultimo si trova una maggiore rappresentazione di questi aspetti, ulteriormente irrobustita da una mole di narrazione ben più voluminosa rispetto al romanzo del 1895. La Fonte ai Confini del Mondo opera infatti una dilatazione dei dettagli maggiore rispetto all’altro. Molto più generosamente concede una capillare ampiezza geografica, nonchè maggiori sono segmenti avventurosi e soluzioni alla spada. Risulta più lampante la sua collocazione come romanzo che declina alla maniera della fantasy il Romanzo Storico-Cavalleresco di Walter Scott, i Romanzi Epici Cortesi di Chretièn de Troyes, Malory, Ariosto e Boiardo e i Romanzi d’Avventura Pura di Alexandre Dumas.

A cominciare dalle ragioni di principio, Ralph e i suoi numerosi fratelli desiderano l’avventura rispetto a Walter Golden che invece si muove sulla via dell’escapismo da una difficile situazione coniugale e da rapporti tesi tra i casati. Nel romanzo viene meno quasi del tutto la componente dei dissidi o delle complessità relazionali tra casati e famiglie che, anche quando più accennati, si possono considerare tutto sommato una costante a partire fin dalla House of Lily ; dalla cui guerra coi rivali scaturirà tutta l’avventura di Florian nell’esordio di Hollow Land (1856). Si passa a quelle gotiche, intese come inerenti ai Goti, dove tuttavia le relazioni sono ben meno burrascose tra, per nominarne alcune, la House of Wolflings, House of Hartlings, House of Bearings e le molte altre menzionate, essendo queste alle prese con nemici – Romani prima e Unni poi – fin troppo temibili per perder tempo in questioni da “Thing & Learing”. Segue la House of Crow di Storia della Pianura seducente (1891) sino a giungere alla House of Golding e la House of Redding in Il Bosco oltre il Mondo. Sempre nel prendere a riferimento Il Mondo Cavo, ritorna anche l’elemento del Parsifal, rappresentato nel romanzo d’esordio dalla lunga “quest” per la ricerca dell’ Accesso al Mondo Cavo successiva al suo risveglio, paragonabile alla ricerca del Sacro Graal. Reminiscente anche se più avventurosa e meno drammatica è la ricerca di Ralph per bere dalla “Fonte ai confini del mondo”. Lo stesso Ralph si addosserà un secondo richiamo del “Perceval” nel confronto con il poderoso cavaliere a cui lui è inferiore ma sul quale riuscirà ad avere la meglio con mezzi fortuiti (usando la freccia come pugnale) scaturiti tuttavia da oneste e passionali motivazioni. Piuttosto interessante notare come Morris approfondisca in maniera assolutamente notevole e capillare la geografia del suo mondo secondario suscitando effettivamente la mancanza di quella mappa che avremo solo con The Sundering Flood. Sono moltissimi gli scenari che Ralph attraversa; radure, campagne, boschi, colli, montagne, borghi e villaggi, molto spesso disegnati con i toni estetizzanti e vitali unici nello stile del Morris, ma non meno spesso dipinti con i pennelli preraffaeliti di John Ruskin, Dante Gabriel Rossetti, Edward Bourne-Jones, ma anche i meno citati come William Holman Hunt. Tali colori, mischiati all’inchiostro di William Morris, sono riusciti a pitturare una poetica e pregiata edulcorazione dell’immaginario collettivo medievale che non interessa certo soltanto la Fantasy in senso stretto, ma anche correnti pseudo-storiche (non necessariamente in accezione deteriore) declinate in ogni maniera; dai vecchi fumetti di Hal Clement del Principe Valiant sino ad una sterminata serie di romanzi, pellicole e rappresentazioni rientranti nel quadro ben noto di quel “medioevo inventato” che tanto si accosta a John Ruskin e ai preraffaeliti, ma anche ad un patriottismo romantico, cavalleresco e genuinamente religioso.

Interessante è vedere come Burgdale, villaggio nel secondo romanzo degli Wolflings (Roots of the Mountain), sia non solo precursore della città umana di Dale ne Lo Hobbit, ma anche piuttosto somigliante alla Contea degli Hobbit, alla Londra verdeggiante e utopica di Notizie da Nessun Luogo e al Borgo dei Quattro Bracci (oltre che del Regno di Upmeads in generale) in Fonte ai confini del Mondo. Al contrario, il Borgo dell’Albero Secco, ben più cupo e famigerato, ricorda senza dubbio gli scenari rurali e mal frequentati delle Bree Hills e di Staddle, vicine alla nota cittadina di Brea, ma anche i boschi e le movimentate campagne limitrofe a Sherwood e a Nottingham in Robin Hood, sempre perlustrate da bighelloni e ribaldi in arme; e non meno a quelle campagne turbolente e sanguinose della rivolta contadina del 1300 di Wat Tyler e John Ball, raffigurata nel romanzo che Morris pubblicò quasi contemporaneamente a House of the Wolflings;  A Dream of John Ball, definito il primo “Fantastorico” con viaggio nel tempo a ritroso, antecedente, pur forse solo di un anno, a Un Americano alla corte di Re Artù di Mark Twain.

Oltre tutto ciò che si è detto, La Fonte ai Confini del Mondo ha una risoluzione che amplia lo stilema Heroic Fantasy classico su cui si poggia invece la struttura de Il Bosco oltre il Mondo, basata sul percorso dell’eroe singolo (o in ristretta compagnia). Quando Ralph arriva Whitwall, certamente qualcuno potrebbe pensare ad una svolta simile a Walter Golden, che diverrà – come detto – sovrano insieme a La Fanciulla in terra straniera a Stark-Wall. In realtà Whitwall sarà solo il punto d’inizio dei ricchi sviluppi finali. Ralph, dopo aver conosciuto e incontrato due volte il Saggio di Swevenham, che non poco ci ricorda Gandalf il Grigio, e andare quindi alla Fonte ai Confini del Mondo, affronterà un viaggio anche a ritroso, che lo vedrà ripercorrere luoghi già veduti di cui solo pochi ne elencheremo; Goldburg, Cheaping Knowe, la foresta di Wood Perilous, Bourton Abbas, Whitness e così altri, adunandovi lungo la via un esercito di più di mille uomini per scontrarsi contro l’armata della nemica terra di Utterbol a cui il viscido traditore Morfinn il menestrello, detto anche “l’effeminato”, lo aveva anzitempo consegnato.

La risoluzione finale di una guerra tra due regni, combattuta alla testa d’un esercito radunato lungo il ritorno dei luoghi che Ralph aveva superato è di certo molto più High Fantasy che semplicemente Heroic Fantasy britannica e sarà la transizione ideale per The Sundering Flood, l’ultimo romanzo che è infatti maggiormente basato sulla guerra più che sull’avventura pura. The Sundering Flood, oltre alla mappa del mondo secondario più volte menzionata, lascia scorgere anche un parco gilde, clan e corporazioni che non poco ci ricordano i classici High Fantasy di stampo cavalleresco e falso-medievale (non necessariamente in senso spregiativo), amalgamati con caratteristiche spesso ricorrette e semplificate da TolkienDungeons & Dragons.  Un’onda allagante che ha imperversato fino al primo decennio degli anni del 2000, anche in Italia (e non meno in Germania) e non solo nella letteratura, ma soprattutto nei giochi di ruolo e perfino nei gruppi Power Metal sinfonici, spesso snobbata e considerata – non sempre a torto – fin troppo pedissequa, ma oggi compianta, essendo stata sostituita da una palude di Urban Fantasy, Neogotici e Grimdark e da una certa insana tendenza d’exploitation post-modernista con cui si è ingegnerizzata la letteratura Fantasy.

Non essendo noi dei “Partigiani” non neghiamo affatto che quell’onda High Fantasy, svoltasi al suo apogeo negli anni ’90 e del primo decennio 2000, abbia dato vita a fenomeni piuttosto ripetitivi; moltissimi libri fotocopia, giochi di ruolo spesso basati sull’incontro, troppe volte distonico, delle tradizioni elfiche tolkeniane, di Dungeons and Dragons , del “medioevo inventato” allo stile di Ruskin e Morris con una concezione medievale di stampo ducale e longobardo spesso basata su una mescidazione mal bilanciata. Era tuttavia una forma di banalità onesta, candida e artigianale e  che offriva comunque buoni livelli di immersione. Altra cosa sono i fenomeni attuali dei vari fantasy odierni; Urban Fantasy, pseudo-distopici, pseudo-heinleiniani, pseudo-dickiani, post-orwelliani, neo-romantico/erotici e Grimdark, la cui banalità è invece serializzata e industriale, diretta ad un pubblico di non-lettori e ottenendo quindi de facto la “non leggibilità” per i lettori.  Spesso spogliata delle retoriche allegoriche tipiche della Fantasy scartate a favore di disegni a ricalco diretto sulla maccheronica storia, anche in questo caso, volti ai “non-conoscitori” di storia, con ricorsi archetipici già ridotti a ritriti stereotipi nonostante la giovinezza del fenomeno, ma non meno anche con elementi distonici importati dal cinema d’azione hollywoodiano o dal pulp. Non quel Pulp Fiction di stampo howardiano, bensì di matrice exploitation in stile Tarantino. Pur non volendo ripeterci, si forgia così una “cultura” per “non-cultori”, essendo la neo-exploitation di Tarantino il fenomeno – nel bene e nel male – “paraculturale” per eccellenza, ove l’informazione attinge dall’aforistica delle citazioni e non dalla ricerca delle fonti. Dei generi, quelli elencati, dalla natura pesantemente ingegnerizzata da un doping editoriale macroscopico e da fenomeni come quello della “scrittura creativa” di matrice post-modernista, ambigua, come lo sono talvolta le contraddittorie condotte che troviamo, ad esempio, nella Grimdark dove, si saccheggia a piè mani dalla Sword and Sorcery e dalla Fantasy da un lato, dall’altro però, se ne condannano gli archetipi spesso bollati come “morti” o “antiquati”.

Fin troppo facile, vien da dire, venire a bere la birra quando si ha sete per poi dire, una volta dissetati, che se fosse mischiata col vino sofisticato di Simon & Shuster sembrerebbe “invecchiata bene”. Questa è una riflessione che solo in piccola percentuale spiega il perchè, se oggi ci fosse ancora Lord Dunsany, gli editor incaricati dall’industria (non gli editor in generale, nobilissimi professionisti) non sarebbero mai con lui divenuti delle star contrariamente a come avvenne con Raymond Carver o come avverrebbe ora con i vari sceneggiatori che iniziano in tv, si gettano poi nella giungla del best seller e alla letteratura post-moderna, ritornando poi in TV con “prodotti” raramente decenti, più spesso pretenziosi e vacui, esempi come Tom Perotta (Leftovers) e Gyllian Flynn potrebbero riassumere bene il fenomeno.

Tralasciando tuttavia gli impatti indiretti e recenti del secondary world di Morris sulla tramontata, e ormai rimpiazzata high fantasy medievalista degli anni ’90, e tornando quindi a La Fonte ai confini del Mondo, appare piuttosto chiaro come Gandolf di Utterbol, il nemico principale del romanzo, nel sostituire Walter il Nero al trono di Utterbol richiami, e non certo solo per l’assonanza fonetica, Gandalf Alfgeirsson, interessante vichingo norvegese divenuto re di Vingulmark, a danno, anche se in maniera del tutto diversa, di Halfdan il Nero. Un personaggio negativo isipirato a Gandalf Alfgeirsson, ovvero Gandolf di Brimsbane era tuttavia già stato usato dal Morris nel suo racconto fantasy Child Cristopher and Goldiling the Fair, storia ambientata in un “mondo secondario” e, nello specifico, in una regione forestale chiamata Oakenrealm.  La vicenda Fantasy di Cristopher e Goldiling è fortemente basata sul poema medievale di Havelok il Danese⁶ .Innegabile il fatto che essa rappresenti una lettura in lingua originale d’un grado di complessità che forse non restituisce un adeguato livello di intrattenimento, pur essendo breve e con svarianti punti d’interesse.

Come Walter Golden, non si può negare che Ralph di Upmeads abbia una progressione psicologica “imboccata” dai personaggi femminili; Katherine, La Signora dell’Abbondanza e Ursula, che rappresentano delle fasi della sua crescita che partendo da un giovane avventuriero, figlio di un “Reuccio” simile ai piccoli re sassoni, culmina poi allo status di condottiero che adunerà una forza di oltre mille uomini per andare alla battaglia con Gandolf di Utterbol. Si tratta, tutto considerato, d’un personaggio straordinario, che incarna il senso della cavalleria e d’una grande dignità, dotato di una umanità poche volte vista, men che meno nei romanzi odierni. Un personaggio diverso certamente da quel tipo di soggetti “letali e che non perdonano”, ma meno avventato e “sprovveduto” tuttavia di Walter Golden, offrendo una crescita palpabile e concreta. Molti potrebbero ritenere insoddisfacente la sua lama “così poco assetata” e la sua bontà di fondo, ma è del tutto consona a ciò che rappresenta la sua caratterizzazione. Ralph si esprime, tra le altre cose, nei “ritorni”, parimenti a come lo fa il romanzo di cui è protagonista. Sebbene la storia esprima alle maniere tipiche “il Viaggio dell’Eroe” nulla in Fonte ai confini del Mondo è fuggente e effimero, tutto, al contrario è stabile e duraturo. Ralph torna a trovare i personaggi che conosce, si ferma a mangiare e conversare con loro, li bacia e li saluta prolissamente, ritorna nei luoghi in cui era stato pagine indietro uno ad uno ed è come se la storia, pur nello scorrere fuggente dei luoghi e dei volti come è natura nel viaggio avventuroso, voglia esprimere una quotidianità duratura che continui poi oltre alla fine del romanzo. Non è solo la risoluzione  battagliera da “romanzo storico di guerra” ma è anche questa impartizione dei ritmi di vita che l’opera instaura  ad incarnare l’evoluzione stessa del romanzo di Heroic Fantasy avventurosa ad High Fantasy, ed è parte dell’essenza stessa del concetto di “Mondo Secondario”. Tra quei lettori e divulgatori che conoscono bene William Morris è frequente la domanda del perchè sia rimasto essenzialmente poco conosciuto anche all’interno degli appassionati del genere. Molte sarebbero le risposte – tra quelle ponderabili – che spiegherebbero il fatto ma bisogna anche considerare che tutto sommato, Oscar Wilde sulla Gazzetta di Pall Mall, più d’una volta nelle sue recensioni lo elogiò entusiasticamente. Anche Gilbert Keith Chesterton ne decantò il suo “unicum”. Lin Carter, J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis lo consideravano una specie di divinità e Lyon Sprague De Camp lo ha più volte definito come indiscusso inventore della Fantasy. Perfino la sua “antitesi assoluta”, Herbert G. Wells, in una recensione sul Saturday Review del 1896, espresse un giudizio molto positivo. Insomma; non proprio una serie di ultimi arrivati.

Bisogna tuttavia anche onestamente considerare un fatto la cui omissione sarebbe iniqua. Tra le tante lodi fattibili all’opera del Morris, e sono davvero tante, è impossibile non ravvisare una caratteristica: una certa avarizia di fondo verso le scene di combattimento e battaglia. Sia chiaro che nessuno si augurava di trovare venature truculente alla Martin o alla Abercrombie, ci mancherebbe, troppe volte abbiamo preso l’acqua per non portare quest’ombrello. Nè questa osservazione nutre il sottotesto d’una ingenerosa sentenza simile a “forse è invecchiato ormai”. Al contrario, i romanzi del Morris appaiono ora più che mai verdi e freschi, molto più di una larga quantità di romanzi odierni, quelli si invecchiati, e dopo pochi anni di longevità, come ad esempio nella Grimdark. Si apprezza quindi lo stile graduale e procedurale della poetica del Morris, di cui nulla si rimpiange e di cui nulla si convertirebbe ai toni moderni, ma sarebbe irrazionale trascurare questo dato, e aggiungere quindi che una maggior quantità di situazioni e circostanze di combattimento avrebbero arricchito queste opere di alto livello.

Come appassionati di Fantasy italiani, di cui larga percentuale anche amanti dell’epica e dell’avventura storica, non si può negare che certamente la nostra penisola abbia proposto, anche se non verso l’innovazione fantastica come quella del Morris, una considerevole risposta ai romanzi cavallereschi di Walter Scott come Ivanohe. Nel ricordarla, non si tiene conto nè delle varianti manzoniane, nè degli storico-avventurosi alla Dumas. Basti pensare alla novella Il Castello di Binasco (1827) di D.S. Roero, Il Castello di Trezzo (1827), La Battaglia di Benevento (1827) e L’Assedio di Firenze (1863) Di Francesco Domenico Guerrazzi, Mario Visconti (1834) Di Tommaso Grossi, e il più noto tra questi, Ettore Fieramosca ovvero la Disfida di Barletta (1833) di Massimo D’Azeglio. La prima vostra, e sicuramente giusta, osservazione, a cui sarà soggetta questa lista è certamente quella diretta a riconoscere puntualmente che non si tratta di romanzi Heroic Fantasy ma anzi, di romanzi storici piuttosto “asettici”, dal palese sottotesto patriottico-risorgimentale e pre-risorgimentale, dove le caratterizzazioni dei personaggi sono addirittura più spoglie rispetto a quelle dei “reali protagonisti”, ovvero gli eventi storici di sfondo o addirittura le locazioni e i castelli a teatro degli eventi delle storie. Tuttavia, prendendo a riferimento Massimo D’Azeglio non è tacitabile la riflessione che questi, se non fosse stato “pugnalato alle spalle”  da Cavour, avrebbe senza dubbio proposto un Federalismo che, sebbene basato sull’unionismo decentralizzato, non è certamente troppo diverso dalla struttura politica del secondary world di William Morris, basato su piccole monarchie sovrane e fortemente religiose, senza dubbio amiche tra loro ma capillarmente divise da tradizioni proprie. Perfino le regioni di Uttermost e Utterbol, dopo la sconfitta di Gandolf , vedranno l’ascesa al loro trono del buon Toro Testadura. Il colloquio e la cronaca finale  lascia capire che la loro amicizia sarà forte anche per la scelta di condurre vie separate delle proprie sovranità , che mai saranno direttrici divisive per amicizie e alleanze future. Toro Testadura infatti andrà a trovare Ralph, cenando spesso da lui e servendosi della sua ospitalità. A questo proposito non appare un caso che molte delle acredini repulsive che William Morris aveva per il Partito Liberale derivavano da Benjamin Disraeli e da Lord Palmerson⁸ , ovvero i due che – guarda un po’ il caso – pontificarono da Londra condannando il Federalismo della Destra Storica del D’Azeglio elogiando – per naturale risposta – l’unionismo egemonizzato dai Piemontesi.

In conseguenza di queste riflessioni non si può reprimere una considerazione basata sul fatto che, si ha come il sospetto che il fallimento esiziale della Art and Crafts e in generale del Socialismo di stampo Patriottico sia stato causato anche e, ovviamente non solo, da una certa tendenza del Morris di contornarsi – forse perchè era impossibile far di meglio – di personaggi ambigui, molto spesso indiscutibilmente meritevoli di lode, ma sempre piuttosto duali. Basti pensare ad un soggetto come Robert Blatchford, che condivise posizioni sia patriottiche che contrarie all’eugenetica incontrando anche i lusinghieri apprezzamenti di Gilbert Keith Chesterton. Tuttavia lo stesso Blatchford ebbe opinioni differenti in base al periodo sia sull’eugenetica che sul femminismo,  non mancando di appoggiare in futuro le politiche coloniali inglesi sulla base del patriottismo. Fu una grande lusinga al Morris quella di dire:

“Il dottor Crozier si sbaglia se pensa ch’io abbia preso il mio socialismo da Marx, o che dipenda dalla teoria marxiana del valore, ma piuttosto da Hyndman o quello medievale di John Ball […] sono pronto a sacrificare il socialismo per l’inghilterra ma non l’inghilterra per il socialismo[…] Robin Hood è il Re Artù dei Poveri, Littlejohn, Will Scarlett e Allan a-Dale i suoi Lancillotto, Gawain e Tristan”

Nella citazione seguente invece, consideriamo certo che nei termini riportati le dichiarazioni, oltre ad avere un immenso peso giornalistico appaiono anche piuttosto ragionevoli. Ma valutando sulla base dei vari cambi di linea di Blatchford è impossibile non considerarne le ambiguità e i sottotesti:

“… I Nemici dell’inghilterra sono i miei nemici, sono un inglese, è questo il punto, Non sono un jingo, sono contrario alla guerra. Non approvo questa guerra attuale. Ma non posso andare con quei socialisti le cui simpatie sono con il nemico. Tutto il mio cuore è con le truppe britanniche… sono per la pace e la fratellanza internazionale. Ma quando l’Inghilterra è in guerra io sono inglese

Bisogna dire che Blatchford non fu l’unico personaggio pesantemente influenzato da William Morris con ambivalenti valori e cambi d’opinione. Come non citare Ernest Belfort Bax, noto, per la cronaca (anche se non molto a dire il vero) per aver provocato un vespaio esplosivo con la sua pubblicazione anti-femminista; La Frode del Femminismo (1913). Bax collaborò molto con Morris, ma non riuscì mai ad abbracciare del tutto l’indipendenza a sè stante della Art and Crafts, finendo per saltare da un lato verso il marxismo e dall’altro verso il Partito Liberale, con il risultato – non certo casuale – che il Partito Laburista Indipendente a cui lui in seguito aderì, finì sistematicamente per appoggiare candidati liberali in tutti i collegi inglesi. Bax aderì anche alla Fabian Society, un Think Tank che certamente fu molto caro a quello che abbiamo sopra definito l’antitesi assoluta di William Morris, Herbert G. Wells, che con il suo romanzo distopico Shape of Things to come non nascose le sue posizioni per un governo unico mondiale rigorosamente ateo;… qualcosa di diverso dalle micro-monarchie religiose dei secondary worlds di Morris che poco sopra chiamavano in causa perfino Massimo D’Azeglio.

Questo rapido stralcio di una costellazione di eventi ben più vasta basti a far capire le cause che videro William Morris così amareggiato dalla militanza politica da ritirarsi a vita privata. Tale ritiro tuttavia fu proprio nel periodo dove lui inventò e levigò il suo secondary world, nei suoi romanzi finali di Fantasy pura. Quindi, potremmo dire, pur in ritirata dalla sua intensa vita sociale, riuscì egualmente a fare la storia.

Avrete certamente capito che il “Mondo Secondario” è stata la componente di fondo su cui ogni singola riflessione di questa analisi si è poggiata ed è opportuno giungere a conclusione proprio continuando a riferirci ad esso, citando una frase che erroneamente fu attribuita a Morris, anche se l’errore, a volerla dire con una metafora calcistica, fu un tiro a “fin di palo”, essendo probabilmente di un personaggio che per un periodo gli fu vicino in alcune convinzioni, Thomas Carlyle:

“Vedo il tempo, la vita e il mondo, un po’ come un lampo che passa in mezzo ad eternità inconciliabili”

La creazione del mondo secondario e , estensivamente, dei mondi inventati, a cui abbiamo dato oggi merito storico a William Morris non è in realtà poi così diversa dalla costruzione di “eternità inconciliabili” delle quali Thomas Carlyle parlava per descrivere come vedeva la vita umana e il tempo. Un concetto che, nella Fantasy, è stato e continua ad essere, non senza interruzioni, un continuativo dogma riproposto a forme differenti; sia che si tratti di pianeti e di sistemi planetari simili al nostro, o di mondi protostorici come in frequente uso nella Sword & Sorcery, di mondi ucronici, di mondi magici, in nessun pianeta, semplicemente esistenti in una “realtà altra”; o magari dietro il portale segreto nel tronco cavo d’una quercia fatata. Del sogno di un tranquillo gatto che dorme,  dell’allucinazione di uno scarafaggio o del pensiero fugace di un dio che sembra eterno ad un mortale. O infine di concetti “vari et imprecisati” come quelli alla Fritz Leiber e alla Lyon S. De Camp:

“Newhon non è altro che un magico globo che fluttua negli oceani dell’eternità” (Fritz Leiber)

“Col termine Heroic Fantasy si indica quel genere di storie non ambientate nel mondo che era, che è o che sarà, ma nel mondo inventato nella miglior maniera possibile per ambientarvi un buon racconto…William Morris ha inventato questo tipo di storie, Dunsany e Eddison hanno proseguito il discorso ” (L. S. De Camp)

Se quello dei mondi “altri e inconciliabili” è stato quindi un dogma iniziato dal genio “classico” e ottocentesco di Morris, si può dire che per essere tale, è stato certamente rotto fin troppe volte. Forse prima di tutti da coloro che anticonformisti e innovatori di razza lo erano al pari di lui;  Robert E. Howard, tanto per cambiare, nel far comparire Kull di Valusia ai fuochi dell’evocazione dello stregone pitto, nel racconto Sovrani della Notte appartenente al Ciclo celtico. Ma sulla scia di Howard, anche un altro innovatore nel sangue, Michael Moorcock, ruppe quel dogma, rendendo “conciliate” le “eternità inconciliabili” ipotizzate da Thomas Carlyle, ideando le complessità multiversali degli Eternal Champions.

A prescindere tuttavia da qualsiasi collocazione stilistica e filosofica a riguardo dei “mondi inventati” della letteratura Fantasy, si ha la sensazione, quando si affronta un romanzo con questa caratteristica, e non solo con i grandi romanzieri famosi, ma anche e soprattutto con talenti sconosciuti o in erba, di essere invitati nella casa o nel rifugio segreto d’un amico che si fida di noi.

Dapprima si prova, non so voi, un lieve e piacevole imbarazzo per la curiosità che si ha nello sbirciare in quel cassetto privato rimasto appena aperto, che forse è proprio quello del proverbiale “sogno”, o per quel salone che si intravede appena dietro il drappeggio d’una tenda, o magari per un quadro che raffigura un personaggio di cui vorremmo saperne di più. Ma quell’imbarazzo diventa poi entusiasmo una volta capito che è proprio quella curiosità “impicciona” che lo scrittore si augura di suscitare. E che cos’è in fondo il “Mondo Inventato”, se non quei sogni dell’infanzia, alimentati sin da quel bambino che poggia la guancia sul cuscino ed educati dopo affinchè diventino in maturità qualcosa di più grande; che accompagni una vita intera in un mondo che invece , è quello reale; raccontato dagli storici, spiegato dai giornalisti e scandito dai politici, ma che non vanta a ben vedere certo molta più verità di quelle boscose terre immaginarie e secondarie, che mettono in legame le nostre radici ataviche nel mito con quelle interiori della persona, del pensatore, del lettore e dello scrittore. Qualcuno certamente potrebbe chiedersi se sia davvero necessario scomodare tali sentimentalismi all’interno di una analisi a riguardo di romanzi fantasy, e non biasimerò certo questa perplessità. Ma quando si ha mai l’occasione di farlo, se non nel parlare di quei romanzi che per la prima volta hanno fatto uso del “Secondary World”?. Potremmo tuttavia rendere questo discorso definitivamente inutile nel dire che, in fin dei conti, questa considerazione vale anche per chi non fa uso del “mondo secondario” nelle proprie storie.

Note Varie:

William Morris: Romantic to Revolutionary, di Edward P. Thompson, Merlin Press Ltd, 1981

Vita nel Medioevo, di Eileen Power , Piccola Biblioteca Einaudi, Einaudi, 1999

Gender Division and Politically Allegory in the Last Romances of William Morris, di F. Boos , Journal of Pre-Raphaelite studies, University of Iowa press, 1992

Victorian Literature Culture, di F. Boos, J. Maynard, A.A. Munich, Vol. 25 , AMS Press, 1995

Heroes and Villains of the British Empire, di Stephen Basdeo, Barnsley, Pen and Sword, 2020

Kull di Valusia, di Robert E. Howard e Lin Carter , cura di R. Valla, Fantacollana Nord  9, Editrice Nord, 1975

Conan di Cimmeria, di Robert E. Howard, Cura di L.S. De Camp, Fantacollana Nord  24, Editrice Nord, 1978

Solomon Kane, di Robert E. Howard, Cura di G. Pilo e S. Fusco, Newton Compton, 1995

¹ Non esistono certamente delle ragioni di supporre che i Goti, guidati  (secondo “Giordane”) dalla Scandza (Svezia meridionale) alla Gothicscandza (Polonia nei pressi del bacino della Vistola) siano stati troppo diversi dai Vichinghi. Tuttavia si ha talvolta la sensazione, nel leggere “House of the Wolfings” di trovarsi in Scandinavia più che in Germania, dove è ambientato il romanzo.

² Personaggio negativo principale del citato racconto di Lord Dunsany

³ Yathrin è il termine nella lingua della razza Drow (Elfi Scuri) dei Regni Dimenticati appartenenti a Dungeon and Dragons, per indicare le potenti Sacerdotesse di Lolth, che spesso punivano perfino i nobili quando trasgredivano alle leggi della Dea Ragno, superiori in giurisdizione a quelle politiche.

⁴  Non si abbia il timore che ci sia stata una lite con il traduttore del libro o con Google Translate, vi rassicuriamo che il personaggio femminile di Story on a Glittering Plain si chiama proprio “Hostage” come nome proprio di persona.

⁵ Doveroso ricordare a tal proposito che Notizie da Nessun Luogo, fu scritto in risposta a Looking Backward 2000-1887 di Edward Bellamy, vera e propria bibbia per i marxisti che fondarono anche il Bellamy Club.

⁶ Havelok The Dane, poema che risale , secondo le fonti ufficiali, ad un’epoca compresa tra il 1280 e 1310

 Va precisato che  la novella “Il Castello di Binasco” appartiene in realtà anche alla variante manzoniana del romanzo storico, che anzi viene addirittura anticipata essendo stato pubblicato nel 1819, quindi antecedente ai Promessi Sposi (1827)

⁷ Occorre aggiungere per correttezza, di contraltare all’affermazione, che anche James Branch Cabell come scrittore americano potrebbe essere incluso, oltre ad Howard ,in “quell’olimpo” della narrativa Fantasy .

Da tenere assolutamente presente che il Partito Liberale, fondato dallo stesso Lord Palmerson nel 1858  era per larga maggioranza composto dalla sinistra elitaria e aristocratica degli Whig, e solo in minima parte da un gruppo di destra proveniente dai Tories

La guerra di cui parla Robert Blatchford è quella Anglo-Boera

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