Odisseo e Gilgameš – di Daniele Granero

Odisseo è un eroe molto diverso da Achille.

È saggio, prudente e furbo: pieno di risorse. Riesce a fiutare le trappole e gli inganni e a vedere molto prima degli altri i possibili pericoli. Sa tenere sotto controllo le proprie emozioni, non come Achille, ed anche se è un ottimo guerriero, dotato di forza e abilità superiori alla media, preferisce affrontare le difficoltà usando l’astuzia. Non è un semi-dio come Gilgameš, anche se con lui condivide il tema del viaggio e in un paio di occasioni si fa prendere dall’impeto come il mesopotamico, abbandonando per un momento il suo proverbiale sangue freddo. 

Odisseo è il guerriero che riesce a salvare la situazione degli Achei con iniziative sagaci e qualche colpo di genio. Non rappresenta assolutamente l’immagine di un uomo che ha viaggiato o intende viaggiare, oppure uno a cui il destino possa riservare una qualche pazzesca avventura: Odisseo è un Re di una piccola isoletta del mar Ionio che deve seguire un altro Re di cui è vassallo in una guerra dell’altro Re in una terra lontana.

Nell’Odissea, egli è trascinato in remote terre ed in pericoli più grandi di lui dal corso degli eventi: diciamo pure che le sue avventure sono frutto della casualità o delle sue decisioni (e della sua ciurma). Nei suoi viaggi ai confini del mondo e oltre, si troverà ad affrontare mostri, maledizioni, inganni ed il premio per ogni impresa riuscita o pericolo scampato, sarà solo quello di aver conservato la propria vita, che sarà messa in pericolo nella successiva nuova destinazione. Altro che conquiste, tesori, regni, gloria, potere: gli verrà offerta l’immortalità, ma Odisseo deve tornare a casa da Penelope e Telemaco. Finalmente, un Re che ha cura della propria famiglia, della propria terra e dei propri uomini. Una sorta di Ettore acheo che, a differenza del troiano, essendo cresciuto su una piccola isola senza palazzi, agi e ricchezze ha imparato a cavarsela, ad arrangiarsi. Insomma, un re di frontiera. Purtroppo, il suo peccato più grande è quello di aver ingannato uomini e dei con il suo cavallo di legno, prendendo parte al massacro dei troiani. Se ne pentirà amaramente, ma non si toglierà mai di dosso il sangue innocente versato. È per questo che il nostro Dante lo ha posto all’inferno tra i “consiglieri di frode”.

Già l’inizio dell’opera si presenta come un parallelo con Gilgameš. Nel I canto leggiamo:

 

Dell’uomo, dimmi o musa, molto versatile, che molte volte

Fu sbattuto fuori rotta, dopo che di Troia la sacra rocca distrusse,

e di molti uomini le città vide e l’intendimento conobbe

e molti patimenti, lui, sul mare ebbe a soffrire nell’animo suo,

cercando salvezza di vita e il ritorno per sè e per i compagni.

 

All’inizio dell’Epopea di Gilgameš, nella tavoletta I, leggiamo:

 

[colui che] vide le profondità, le fondamenta della terra;

[colui che] apprese [ogni cosa], rend[endosi esperto] di tutto;

[colui che] vide le profondità, le fondamenta della terra,

in ogni cosa [raggiunse] la com[pleta] saggezza.

Egli vide cose [seg]rete, [scoprì] cose nascoste

Egli [rif]erì delle leggende dei tempi prima del Diluvio.

Egli percorse vie lontane, ficnhè, stanco e abbattuto non si fermò

 

E poi, poco più avanti, leggiamo ancora:

 

colui [che attraversò] l’Oceano, vasti mari fino al punto in cui sorge il Sole,

colui cge scrutò i confini del mondo alla disperata ricerca della vita eterna

colui [che riu]scì a raggiungere Ut-napištim (in un) lontanissimo (luogo)

 

Due cose il prologo dell’opera babilonese ha in comune con quella greca: l’enfasi non è sui viaggi, bensì sull’acquisizione della conoscenza. Potrebbe sembrare strano, ma se leggiamo le opere per intero scopriamo che Odisseo arriva a conoscere anche lui molte cose interessanti sui confini del mondo, cioè sui luoghi non abitati dall’uomo, quali la nascita del giorno e la notte, l’immortalità, il destino delle anime mortali nell’Ade, etc… La seconda cosa è la posizione del nome del protagonista dell’opera che viene introdotto: il mesopotamico compare solo dal verso ventisei, Odisseo dal ventunesimo; esercizio di scrittura o uno stile già collaudato nei secoli nello scrivere proemi? Dato che l’Odissea è fatta per essere cantata (ricordiamo che Omero era un cantore, in greco “aedo”), mettere un po’ più avanti il nome non può che accrescere il desiderio e l’attenzione degli ascoltatori.

Circe e Calipso sono le due principali protagoniste femminili, che Odisseo incontra nelle sue peregrinazioni. Entrambe aiutano l’eroe e soprattutto lo amano, benché dee (ma questo non è un problema nel mondo antico). Vivono tutte e due su un’isola boscosa ai confini del mondo, di solito molto bella e accogliente, e raramente ricevono visite. Queste due dee ricordano Siduri, la taverniera che abbiamo già citato nell’articolo su Achille e Gilgameš.

Il semidio mesopotamico la incontra nella sua taverna, su lato più lontano del monte Mašu, la vetta più alta della terra, che arriva fino al cielo, oltre l’occhio umano. Come le due greche abitano in isole ai confini del mondo, pure Siduri stessa vive oltre la civiltà. Gilgameš, nella tavoletta IX, arriva alla montagna e, davanti al portale che la attraversa incontra i due guardiani, una coppia, maschio e femmina di uomini-scorpione. Riesce a persuaderli e gli viene permesso di passare. Uscito dall’oscuro e gelido tunnel si trova davanti agli occhi una valle verde rigogliosa e bellissima: il giardino del dio del Sole, Šamaš.

Nel testo le appare come una donna, ma, il suo nome, in cuineiforme, è preceduto dal carattere “dingir”[1] che significa che il nome proprio preceduto è il nome di una divinità. Quindi Siduri è anche lei stessa una dea immortale. Una taverniera, o locandiera, come si preferisce, cioè un ruolo che nell’antichità era sinonimo di prostituzione: le donne che lavoravano nelle locande oltre a cibo e bevande offrivano ai viandanti anche il loro corpo. Era, però, una professione tutelata dal potere regale.

La taverniera lo vede vestito con una pelliccia, disastrato e miserabile, e lo scambia per un soggetto pericoloso. In seguito però, per fortuna, lo riconosce e decide di aiutarlo. Lui le chiede come fare a raggiungere Ut-napištim, il sopravvissuto del Diluvio, l’uomo che ha ottenuto l’immortalità. Lei gli racconta delle Acque della Morte, sulle quali nessuno ha mai navigato se non il dio del Sole stesso, e che, lì vicino, alla fine della foresta, in prossimità del mare, vive Ur-šanabi, il barcaiolo di Ut-napištim che forse sa come attraversare quelle acque dal nome che non ispira alcun buon auspicio.

Purtroppo, il traghettatore, quando vede il nostro eroe che girovaga nel bosco vestito di pelli con l’ascia in pugno, lo attacca. I due semi-dei nella zuffa distruggono degli “steli di pietra” magici, šūt abni in accadico, oggetti di pietra necessari per la navigazione in quelle acque sovrannaturali. Gilgameš ricostruisce i pali magici usando il legno degli alberi della foresta, applica un pomello in pietra da immergere nelle acque che il suo corpo non dovrà assolutamente sfiorare.

I due poi iniziano la navigazione che, grazie alla presenza degli oggetti magici e del barcaiolo altrettanto sui-generis, invece di quarantacinque giorni, dura molto meno del previsto:

 

Il percorso da una nuova luna al 15esimo in direzione del paese di [  ],

il terzo giorno Ur-šanabi giunse alle acque di m[orte]

 

Le Acque della Morte dovevano essere in un luogo senza vento ne correnti, ecco il perché dei pali di legno e pietra: Gilgameš li conficca sotto l’acqua (che si intuisce avere un baso fondale) e trascina l’imbarcazione fino all’incontro con Ut-napištim. Niente remi per evitare schizzi di acqua letale.

Dopo questa immersione nel poema babilonese, torniamo a quello greco. Odisseo ed i suoi uomini abbandonano di corsa il paese dei Lestrigoni passando da Telepilo, un luogo il cui nome, in greco, già dice molto: “porta distante”.

 

Per sei giorni così di notte come di giorno, navigammo.

Al settimo giungemmo all’erta di Lamo,

Telepilo di Lestrigonia: lì un pastore riportando il suo gregge

Chiama un altro pastore e quello il suo fa uscire e risponde.

Là un uomo insonne due paghe potrebbe guadagnare,

una facendo il bovaro, l’altra pascendo candide pecore,

perché sono vicini i percorsi della notte e del giorno.

 

Odisseo e compagni devono essere in un punto del nord d’Europa, secondo la moderna geografia, o nell’estremo oriente, secondo quella greca. In ogni caso navigheranno verso oriente da questo “non-ufficiale” portale cosmico, raggiungendo la terra di Circe, proprio come Gilgameš che attraversa il passaggio sotto la montagna Mašu:

 

La nave lasciò la corrente del fiume Oceano,

e di la giunse all’onda del mare dagli ampi percorsi,

e all’isola Aia, dov’è la casa di Aurora mattiniera

e gli spiazzi dei cori, e il quotidiano levarsi del sole

 

L’isola di Aia (o Eèa, in greco Aiaia, in latino Aeaea) compare anche in alcune delle opere sugli Argonauti come la terra in cui si trova il Vello d’Oro “dove i raggi del Sole giacciono in un salone d’oro”, il cui re è un certo Eète, fratello di Circe. Sono figli di Helios, il dio del Sole e di Perse, una figlia di Oceano. Il nome Aia è connesso con una dea babilonese, Aya, moglie (ovviamente) del dio del Sole, dea dell’alba e dell’amore sessuale. Essa è menzionata anche in Gilgameš, quando l’eroe prega Šamaš prima di affrontare Humbaba (“possa Aya, la sposa, intercedere presso di lui”). In un mito neo-assiro esiste la “porta di Aya” (insieme a quella di Ishtar) che conduce all’oltretomba, Odisseo viaggerà verso l’oltretomba proprio da Aia.

Il nome della dea-strega, in greco Kirkē, potrebbe essere inteso come un derivato femminile di kirkos, che significa falco. Il dio del sole rappresentato come un falco è un motivo famosissimo presso gli egiziani, e sto parlando di Ra, e presso i fenici, che hanno contribuito a portarlo in giro per il Mediterraneo. Oltretutto, per non farci mancare nulla, in ebraico, falco è ˀayyāh.

Andando oltre questa digressione etimologica, Circe non è una locandiera o taverniera come Siduri, anche se offre da bere agli ospiti che giungono a casa sua. Offre pozioni che trasformano gli uomini in animali e proprio per questo ricorda il motivo della Signora delle Bestie, archetipo di dea circondata da fiere. Assomiglia di più alla famosa Ishtar, che era solita circondarsi di grandi felini. Circe trasforma i compagni di Odisseo in maiali, e quest’ultimo riuscirà a salvarli solo grazie all’aiuto di Hermes. Senza il dio avremmo certamente visto Odisseo in preda alla furia come sovente fa Gilgameš. Una volta scoperte le sue carte, Circe implora pietà e offre Odisseo un bagno, abiti puliti e di far l’amore con lei; ma il nostro risponde così:

 

«O Circe, come puoi chiedermi di essere gentile con te,

che nella tua casa dei miei compagni hai fatto maiali,

e a me stesso, qui trattenendomi, con perfidia, chiedi

che venga nel talamo e salga sul tuo letto,

affinché, denudatomi, tu mi renda inetto e impotente?»

 

Gilgameš pone una domanda retorica molto simile a Siduri, che lo vede avvilito e depresso:

 

«Non dovrebbero le mie guance essere così emaciate e la mia faccia così stanca?

Il mio cuore così confuso? Il mio sguardo così assente?

Non dovrebbe regnare angoscia in me? (…)

Enkidu, l’amico mio (…) che con me ha condiviso ogni sorta di avventura

ha seguito il destino dell’umanità»

 

Siamo in circostanze differenti, ma entrambi sono preoccupati per la sorte dei loro compagni. Il maggior punto in comune tra Siduri e Circe è che accolgono l’eroe dandogli preziosi consigli su come continuare il viaggio: Siduri verso Ut-napištim e Circe verso l’Ade, dove Odisseo deve consultare Tiresia. Entrambi devono affrontare un viaggio che nessun mortale prima d’ora aveva mai compiuto.

Passiamo ora a Calipso. Il suo nome ha come radice kalypt-, del verbo “nascondere, velare”, il suo nome quindi può essere inteso come “velata”, che, più che nascosta sta a significare l’avere un velo in testa. Questo perché Siduri è descritta come velata ella stessa e la dea Aya è sovente accompagnata dall’epiteto kallātu, “sposa”. Calipso vive in una caverna che è circondata da un giardino bellissimo. Stessa cosa per la terra del dio del Sole dove vive Siduri.

Il viaggio di Gilgameš in mare dura diciassette/diciotto giorni, mentre quello di Odisseo dall’isola di Calipso:

 

Per diciassette giorni navigò attraversando il mare,

al diciottesimo apparvero i monti ombreggiati

della terra dei Feaci, nella parte che era a lui più vicina

 

Calipso si innamora di Odisseo e vorrebbe tenerlo con sé per sempre, come suo sposo. Sappiamo anche che è una dea. Tra Siduri e Gligameš non c’è nemmeno l’ombra di un piccolo flirt, ma, nell’opera mesopotamica è un’altra la dea che si unisce all’eroe, Ishtar. Zeus non vorrà che l’unione duri, dato il destino tragico che hanno le coppie divine o i loro figli (Peleo-Teti-Achille docet), dall’altra parte sarà invece Gilgameš a rammentare a Ishtar i suoi innumerevoli amanti ed i loro tragici destini.

L’ultimo collegamento tra le due dee è l’immortalità: Calipso è pronta ad offrirla a Odisseo, che la rifiuta in nome di sua moglie e di suo figlio, Ishtar non può concedergliela, ma gli offre altri onori divini, dato che come ottenere la vita eterna è un mistero anche per lei.

Per ultimi sono i Feaci che meritano la nostra attenzione, il popolo pacifico sulla cui isola fa naufragio Odisseo il diciottesimo giorno dopo aver lasciato Calipso. La loro isola vive una perenne primavera: il clima è perfetto ed i suoi abitanti si godono il loro splendido isolamento lontani da contatti con altri popoli e delle stagioni. Odisseo sulla spiaggia ha lo stesso aspetto di Enkidu nella prima e seconda tavoletta, nudo e sporco. Una volta rimesso in sesto è così attraente che Nausicaa ha una cotta per lui. Anche Enkidu, una volta indossati panni “civili” fa la sua figura (ma è sempre un gradino sotto in tutto a Gilgameš). Alcinoo, il Re dei Feaci e padre di Nausicaa, ha qualche similitudine con Ut-napištim: ha un barcaiolo che accompagna l’eroe e una moglie che spinge per aiutarlo a riportarlo a casa. Non ha una figlia in questa storia, ma l’ha nella versione del Diluvio di Berosso. Infine, i Feaci, possiedono una sorta di navi magiche che non hanno bisogno di essere governate: esse vanno dove vuole la mente di chi le comanda. In più sono invisibili e silenziose. Niente di tutto ciò in Gilgameš, ma se ricordate quei pali particolari che l’eroe costruisce per navigare nelle acque della morte abbiamo un motivo di navigazione magica in entrambe le opere.

Devo concludere qui, data la lunghezza dell’articolo ma, soprattutto, la vastità dei temi che si possono analizzare nelle due epiche. L’unica cosa che spero di aver suscitato (o resuscitato) in voi lettori, è la vostra curiosità verso queste opere immortali che, nel mentre ci parlano di mondi fantastici, ci danno allo stesso tempo molte informazioni “velate” sui popoli che le hanno composte, scritte e divulgate.

Daniele Granero

 

[1] Era normalissimo nel mondo mesopotamico avere nel nome qualche dio/dea, per esempio Nabuconosor II, “Nabû-kudurri-uṣur” in accadico riporta il dio Nabu. Per distinguere il “Nabu-etc..” umano dal Nabu dio, si metteva questo segno “dingir”. Il risultato è: dNabu.

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