I racconti di Satrampa Zeiros: “La musica delle sfere” di Andrea Gualchierotti

Inserita un paio di anni fa all’interno dei racconti premium riservati agli abbonati, questa storia può considerarsi una sorta di seguito di alcuni dei fatti raccontati nel ciclo di Byzantium.

I protagonisti sono infatti Costante e Taluk, la guardia palatina rinnegata e il suo compagno unno. Siamo in pieno VI secolo, e la grande riconquista giustinianea, la cosidetta “Renovatio Imperii”, ha portato la guerra nell’Italia occupata dai Goti, proprio fin sotto le mura della vecchia Roma. E’ lì, sui bastioni dell’Urbe assediata, che ritroviamo i due avventurieri, stavolta alle prese con…

 

La musica delle sfere

 

I proiettili di pietra riempivano l’aria, frantumandosi in una pioggia di schegge quando colpivano i mattoni in laterizio.

Come bolidi scagliati da ciclopi infuriati, i massi lanciati dalle catapulte piovevano sui camminamenti e sulle torri delle mura costruite da Aureliano, martoriate al pari del petto trafitto di un martire. Solo accostandosi, non senza rischio, alle sottili feritoie rinforzate da sbarre di ferro, Costante riusciva a intravedere qualcosa di ciò che avveniva all’esterno, il boato dei colpi che rendeva molli le gambe, al pari di un ubriaco.

Queste mura erano già cadenti prima che Vitige decidesse di sferzarle” urlò, cercando di farsi udire da Taluk oltre il frastuono dell’attacco “Ma sono troppo spesse perché i goti riescano ad aprire una breccia. Non hanno abbastanza machinae, e ancor meno arieti: i bastioni non cadranno. Non oggi, almeno” disse. Taciturno come sempre, l’unno annuì, gli occhi sottili coperti dalla visiera dello strano elmo appuntito.

I due attesero ancora qualche istante, ponderando fino all’ultimo se muoversi o meno. Poi, ad un cenno di Costante, entrambi scattarono, correndo tra i merli dell’imponente Porta Flaminia. Anche nel caos di una Roma assediata, era bene che i due avventurieri non si facessero vedere, specie ora che erano vicini alla mèta.

I venti di fine febbraio, ancora gelidi, spazzavano crudi i sette colli dell’Urbe, senza che la primavera desse cenno di approcciarsi dopo le cupe settimane del primo mese dell’anno.

Da mesi le milizie di Vitige, re dei Goti, si erano accampate oltre i cancelli della città, alternando isterici assalti a snervanti periodi di paziente attesa. Prima che l’esercito inviato da Giustiniano gliela rubasse, Roma era stata capitale del loro regno di barbari, ed essi intendevano strapparla alla sua presa a qualunque prezzo, ruggendo sotto le mura con la furia ferita di leoni oltraggiati.

Così, pur liberata dalle milizie imperiali agli ordini di Belisario, la città Madre dei Popoli era costretta a subire l’ennesimo assedio, ammantata della rassegnazione di una regina decaduta, e tuttavia ancora bramata per il blasone del suo rango. Anche l’ultimo dei suoi ornamenti – i gloriosi acquedotti un tempo vanto dell’Urbe – era stato infranto dal furia del sovrano germanico nel corso della guerra, e il popolo di Roma gemeva, oppresso dall’arsura della sete. In una simile situazione, solo un folle avrebbe cercato di entrare in città.

A quel pensiero, Costante sorrise truce.

L’azione temeraria che pure sarebbe stata impossibile a un manipolo di soldati, non era risultata poi tanto difficoltosa per lui e Taluk.

Né i Goti né i milites bizantini, decimati da continui attacchi e sortite, disponevano di uomini a sufficienza per sorvegliare il gigantesco perimetro dei bastioni. Anche laddove la pressione dell’assedio era più forte – le porte – erano spesso i lanci di artiglieria reciproci a fungere da intermezzo fra le lunghe pause tipiche di quel tipo di guerra di nervi. Veterano di troppe guerre, Costante sapeva bene che era proprio nel momento in cui bolidi e proiettili sfrecciavano nell’aria che i soldati si arroccavano dietro le difese, lasciando sguarnite le numerose posterule che – pur sigillate – segnavano come tante macchie la superficie continua delle mura aureliane.

Di sicuro, ammise fra sé, anche la Fortuna aveva fatto la sua parte, nello scegliere come far girare la sua ruota.

Una discreta porzione di passaggi, murata, rendeva infatti impossibile far passare anche solo una mano. Altre posterule invece, frettolosamente richiuse dagli assediati con pietre e detriti sui cui era cresciuta un’estemporanea vegetazione, offrivano a chi corresse il rischio la possibilità di un ingresso furtivo. L’eventuale sorveglianza sul lato opposto, ovviamente, era invece tutt’altra scommessa, anch’essa da affidare alla capricciosa dèa del fato.

E i dadi erano rotolati anche troppo bene.

Evitato per mero caso uno dei tanti drappelli di mercenari isaurici messi di guardia dalle forze imperiali nei punti più esposti, Costante e Taluk si erano arrampicati di corsa fino ai camminamenti, il capo sorvolato dai continui lanci delle catapulte, e da lì erano riusciti ormai a superare del tutto la zona esposta al bombardamento. Davanti a loro, appena oltre uno spiazzo dove si assiepavano macilente costruzioni in legno , si estendeva la vasta periferia semideserta dell’Urbe.

Sbrighiamoci” disse di nuovo Costante, Taluk che sembrava annusare l’aria umida in cui galleggiavano nuvole di polvere “E’ quasi il tramonto, e i porticati abbandonati del Foro sono ancora lontani.

Udendolo, stavolta fu Taluk a sorridere, le labbra sottili arricciate in una smorfia canzonatoria: nonostante tutti i guai che gli avevano procurato in passato, il suo vecchio amico – una volta excubitor reietto, ora avventuriero per scelta – non sembrava proprio capace di stare lontano dalle mura cadenti delle antiche rovine. E dai tesori.

Dopo i trionfi della Dalmazia, della Sicilia e del Bruzio, l’ondata trionfale con cui le truppe bizantine avevano fin lì condotto la riconquista dell’Italia, si era infranta nelle secche infauste dell’assedio di Roma.

Se quando – varcati i vetusti portali del palazzo dei Cesari sul Palatino – Belisario aveva creduto di lasciarsi alle spalle le fatiche più grandi di quell’impresa, la tenacia con cui Vitige si era deciso ad assediare l’Urbe aveva presto messo fine ai suoi sogni di gloria.

Il rimedio dell’audacia non era servito.

La spericolata serie di sortite attuata dai bizantini, condotta per di più con fretta scellerata, era riuscita solo a minare ulteriormente la loro presa sulla città, già condannata alla sete dalla tattica spietata del re dei Goti.

Asserragliato dietro le mura, e con milizie inferiori per numero, persino il grande Belisario, il trionfatore dell’impresa africana sui Vandali, si era dovuto rassegnare a richiedere l’invio di rinforzi, sperando che a Costantinopoli agissero in fretta.

Ed era proprio assieme ai mercenari sbarcati in Italia dalle basi bizantine in Sicilia che Costante aveva raggiunto le porte di Roma; chi lo avesse creduto intento al nobile scopo di difendere l’Urbe, però, sarebbe andato incontro ad un’amara disillusione. Al veterano reduce da fin troppe imprese, la vecchia Italia non appariva affatto come la venerabile signora del mondo dei tempi antichi, bensì una mera frontiera d’avventura, un luogo turbinante di opportunità sorte dal fuoco della guerra. E il destino sembrava averlo instradato proprio sulla via adatta.

Era stato non molti giorni addietro che la coppia di amici vagabondi, erranti nella campagna romana, si era imbattuta in quel patrizio morente.

Dispersa tra i fanghi di quelle lande infestate dalla malaria, la piccola carovana del nobile in fuga dalla guerra doveva essere incappata in una banda di razziatori goti, uno dei tanti gruppi di sbandati dell’esercito di Vitige, e non era stata risparmiata.

Servi e domestici, così come i pochi buccellarii che non erano fuggiti all’assalto, giacevano straziati assieme ai resti di piccoli carri coperti, i corpi rigidi già preda dell’appetito delle bestie. E similmente, aggrappato stolidamente a ciò che restava di uno scrigno di legno infranto, anche il nobile Eracliano agonizzava sulla terra umida. Papiri segnati da figure e incisioni, strumenti in avorio e argento, frantumati da passi ottusi, rivelavano mesti una vita di studi, e le austere fatiche di un uomo sapiente.

Per caso, o per un dono della sorte, furono Costante e Taluk a raccoglierne il delirio.

E ora che, attraversata di corsa la città semideserta, gli si parava davanti la mole enorme del Circo Massimo, erano quelle parole a risuonargli chiare e nitide nella mente.

Guarda là, Taluk, oltre gli archi del Circo. Il nobile aveva ragione, dopotutto” disse piano Costante.

Il crepuscolo era infine arrivato, ed era stato sgusciando fra le sue ombre, oltre a una sfibrante sequela di giri a vuoto, che i due avventurieri erano riusciti ad evitare la sorveglianza degli imperiali e a raggiungere il centro monumentale di Roma.

Cupi, e avvolti nella severità della loro gloria infranta, colonnati e statue ferite occhieggiavano la coppia come ad ammonirla d’essere prossima a un luogo sacro. E tale era stato infatti per secoli il colle che oscurava il cielo vespertino, la mole punteggiata di fiaccole a rivelarne la cima turrita: il Palatino.

A Costantinopoli malignano il vero, dunque: Belisario non ha rinunciato a baloccarsi con i fasti del vecchio impero!” riprese acre Costante scrutando arcigno le luci, gli antichi odi che lo legavano al generale mai del tutto dimenticati “Ma la sua vanità ci fa’gioco, amico mio. Guardie e soldati saranno disposti in gran numero come vedette agli ingressi del Palatium, se pure non sono stati inviati tutti sulle mura. E pur prossimo ad esso, il nostro obiettivo è un altro! Ricordi cosa diceva il vecchio patrizio? Il Septizonium deve essere vicinissimo ormai, proprio a metà tra il Circo e il colle. Vieni!” sussurrò, accucciato con la spatha in pugno dietro un cumulo di laterizi resto di una domus diruta.    

Come indicato dal nobile tra i singulti della morte, il Septizonium si ergeva esattamente alle pendici del Palatino.

Osservandolo nella penombra, alto quasi come il grande anfiteatro che il popolo chiamava Colosseo, era difficile credere che non si trattasse d’altro che d’una facciata, un mero fondale popolato di statue e carico di fregi. Era stato Severo, l’antico Cesare di stirpe punica ad erigerlo, per soddisfare il suo gusto mediocre per la spettacolarità, o almeno così aveva accennato Eracliano. Ma ovviamente erano state altre parole, sempre pronunciate dalle labbra spaccate del patrizio, ad attirare l’attenzione di Costante.

A quanto pareva, i sette livelli in cui si divideva il monumento, si riferivano ai sette cieli che ruotavano sul mondo; e altrettante statue erano state apposte su ciascuno, in rappresentanza degli astri che dominavano quei cerchi eterei. Anche senza la vista acuta del compagno unno, Costante poteva intuirne le sagome nel buio.

Pur sbrecciate e semicoperte da muschio ed erbacce, le sculture reggevano ancora fra le mani screpolate grosse sfere di marmo colorato, tutte diverse. Erano i pianeti, le stelle erranti il cui moto eterno e sempre uguale generava un’armonia ineffabile, che l’orecchio non poteva percepire.

Sul momento, al bizantino era sembrato assurdo che il vecchio si fosse fatto ammazzare pur di non consegnare ai briganti proprio una di quelle sfere, un globo di marmo peperino di poco o punto valore. Ma giunto in punto di morte, Eracliano aveva parlato con la sincerità propria degli agonizzanti, rivelando un segreto che, nel meriggio della vita, non avrebbe mai ammesso neanche di possedere.

Gli astri immortali sono la fonte d’ogni sapere!” aveva esclamato dolorosamente, il petto piagato sollevato da un impeto d’emozione “Per questo ho mandato i miei servi a sottrarre la sfera del sole dalle mani della sua statua. Ecco, ora giace nel fango accanto a me: i cani barbari non ne hanno capito il valore, simili ad animali come sono…Ma un giorno qualcuno di loro lo farà, illuminato dal caso o da un dio maligno, e non è bene che essi sappiano! La conoscenza ha reso Roma grande, e tale la renderà ancora un giorno, se noi la custodiremo! Sì, nessuno deve sapere che…”

Ed era stato in quel deliquio dolente che il patrizio aveva rivelato proprio ciò che intendeva tacere: le sfere, che in mano alle statue erano semplici pezzi di marmo, potevano essere ruotate secondo una precisa disposizione, identica a quella dei loro originali celesti. Il farlo, aveva asserito lo sfortunato sapiente prima di spirare, avrebbe dato accesso a straordinari segreti…Segreti che Costante sperava rilucessero del bagliore ineguagliabile dell’oro.

Frattanto, la notte era ormai giunta.

Affidato arco e pugnale all’amico, Taluk si era caricato la sfera del sole sulle spalle, avvolta in un semplice sacco, e con agilità sorprendente aveva cominciato l’arrampicata fino al settimo e ultimo piano del Septizonium. Era incredibile, si trovò a pensare Costante, come l’unno potesse dar prova di simile agilità, le gambe corte e storte che nessuno avrebbe indicato come quelle di un’atleta. Ma tali erano le capacità del suo compagno barbaro, insieme alla proverbiale laconicità e fedeltà a tutta prova. Dove altri sarebbero stati incapaci di trovare appigli, Taluk infilava mani e piedi con la naturalezza di un gatto delle steppe, e nonostante un paio di volte Costante si fosse trovato a bestemmiare fra sé per i rischi corsi dall’unno, pochi minuti furono sufficienti perché questi riuscisse a posare il globo nella mano vuota della statua del sole.

Compiuta l’operazione, Taluk guardò in basso, scambiandosi con un l’amico un segnale col capo appena percepibile per via del buio e dell’altezza. Afferrata la sfera, l’unno tentò di farla ruotare sulla mano del suo proprietario di pietra, prima a destra, poi a sinistra. Nemmeno lui si aspettava che infine, grattando forte, il meccanismo si decidesse a girare, facendo compiere una mezza rivoluzione al globo.

E’ tutto vero, dunque!” esclamò fra sé Costante, il cuore che gli batteva in petto mentre osservava il compagno ripetere altre sei volte la pericolosa operazione, scendendo di volta in volta un piano del monumento fino a raggiungere il suolo. Come tutti coloro che avevano assaggiato il balsamo drogato del pericolo e del mistero, il bizantino si sentiva vivo solo in istanti come quello, in cui percepiva la bilancia del destino oscillare senza aver ancora deciso da che parte pendere.

Fu l’unno a riscuoterlo dai suoi pensieri indicandogli un punto vago appena aldiquà delle tenebre, alla base del Septizonium: “Per il sangue di San Maurizio! Un passaggio! Eracliano non ha riferito nulla a riguardo: non deve aver fatto in tempo…” sussurrò ancora Costante, la vista più debole di quella di Taluk che pure scorgeva la sagoma di una sorta di basso cunicolo aperta tra i fregi del monumento. L’esitazione non durò che pochi attimi: snudate le armi, i due uomini si inoltrarono lesti nel cunicolo con l’ardita incoscienza dei pazzi, sparendo nel buio.

Reduce involontario da più di un viaggio in strani e remoti luoghi sotterranei, Costante s’era figurato di dover percorrere, nella sua esplorazione delle viscere di Roma, un grande ed enorme labirinto, un intrico di diramazioni umide e vuote.

Grande fu dunque la sua meraviglia quando, accesa con l’acciarino una modesta lucerna di bronzo, si avvide che solo una manciata gradini separava lui e Taluk dalla familiarità della superficie. Erano scesi sottoterra per non più dell’altezza di due uomini, e il corridoio che percorrevano, ricoperto da vecchio intonaco cadente, si apriva non su una fetida segreta, bensì in una enorme sala ottagonale, dove un cumulo confuso di oggetti, strumenti e strani mobili, la indicava allo sguardo stupito dei nuovi arrivati come la sede nascosta di una congrega di saggi.

A Costante, che pure non era un illetterato, parve così di riconoscere sul legno impolverato dei macchinari e degli astrolabi proprio i simboli astrali intravisti sulle pergamene strappate appartenute al defunto Eracliano.

Probabilmente il nostro sventurato amico faceva parte di un vero e proprio sodalizio dedicato alle discipline intellettuali!” valutò Costante pensieroso, la mano che scorreva la superficie smaltata di un’enorme sfera ricoperta da immagini di costellazioni artisticamente elaborate. “Ma nonostante tutto qui non v’è traccia di segreti in grado di cambiare le sorti di un uomo…tantomeno di Roma! Quel poveretto si illudeva se davvero credeva che pochi pezzi di legno dipinto potessero contribuire fermare i barbari; e non per niente le aquile d’Occidente sono già cadute, più di cinque decadi orsono! Chissà quali fole riempivano la sua mente troppo istruita…” concluse amaro, aggirandosi lento fra quelle strumentazioni dimenticate. Non c’era niente lì che valesse i rischi corsi per arrivare dentro l’Urbe assediata, e già l’unno – innervosito da quel recesso sotterraneo – pareva smaniare per andarsene, e tornare all’aria fresca della notte. Solo allora, fra le ombre generate dall’oscillazione della lucerna retta dall’unno, il vecchio excubitor scorse il lumeggiare familiare del metallo prezioso.

Resisti ancora qualche istante, Taluk. So che non ami il buio di certi antri, ma forse siamo stati frettolosi nel giudicare: guarda laggiù!

A prima vista, quello indicato da Costante pareva un insieme di cerchi e globi molto simile ad altri piccoli modelli in legno che giacevano sparsi in quello strano ricettacolo di sapienza perduta. A differenza di essi però, questo era di dimensioni assai più grandi, tanto che sarebbero occorse due persone per abbracciarne la più esterna circonferenza. Soprattutto, e ancor più notevole agli occhi della coppia di razziatori, era il fatto che le orbite di astri e pianeti fossero stato realizzare in delicatissimi cerchi d’oro e d’argento, incastonati di gemme multicolori nei punti dove era stata assegnata loro una stella o un altro corpo celeste. Un globo di metallo lucidissimo, forse oricalco o qualche altra lega speciale, brillava al centro del macchinario.

Gli amici di Eracliano erano davvero degli astrusi sapienti! Osserva, amico: pare abbiano posto il sole come centro del cosmo, invece del globo terrestre. Dovevano essere fra i pochi seguaci rimasti delle teorie Aristarco di Samo, e non del grande Tolomeo!” esclamò sorpreso “Ma pur appannaggio di pochi, non credo sia questo il segreto cui alludeva il nostro patrizio” concluse, ammirando infine oltre l’oro anche l’ingegnosità di quel lavoro.

Taluk stesso, incuriosito, scrutava intanto l’arcano modello dei cieli. Piccole leve in bronzo, e meccanismi di legno e rame erano inseriti nel piedistallo che lo reggeva, e l’unno li indicò con un cenno al compagno. Nonostante i molti anni di vita nelle province dell’Impero d’Oriente, al nomade restava incomprensibile come simili strumenti potessero davvero funzionare, o essere realmente utili. La sua intelligenza, venata d’astuzia ferina, era ancora succube dell’intuito, e poco incline al ragionamento. Costante, viceversa, capì subito.

Quando ancora vivevo alla corte del Basileus ho visto macchinari con all’interno cose simili. Li chiamano “automi”, perché il loro cuore artificiale sembra generare l’illusione che abbiano vita propria, e possano muoversi alla maniera degli esseri viventi. Avresti dovuto vederli, Taluk: spettacoli in cui leoni di bronzo ruggiscono come i loro pari in terra d’Africa, e uccelli dalle ali d’oro gorgheggiano simili a usignoli al vespro! Come sia possibile tale artificio mi è ignoto, ma evidentemente Eracliano o qualche suo sodale è stato in grado di applicarlo anche a questa macchina. Mi chiedo se…

Fu solo il caso a guidare la mano del bizantino. Costante infatti non aveva idea di quale, fra le numerose leve che s’innestavano nel piedistallo, azionasse il modello, e ne smosse diverse senza ottenere nulla prima di ottenere un risultato. Quando si avvide che una vibrazione cominciava a scuotere i cerchi dorati, sia lui che Taluk fecero un passo indietro, intimoriti da quel movimento che sembrava generato dal nulla.

Ciascuno mosso da un’intelligenza invisibile, esattamente come i propri gemelli eterei nei cieli, gli astri – ovverosia le gemme – incastonati nei cerchi d’oro presero a muoversi, ruotando tanto su loro stessi che gli uni attorno agli altri. Le loro orbite, perfettamente circolari, si intersecavano l’una sull’altra generando incredibili geometrie, e Costante si rese conto che davvero anni e anni di calcoli infinitamente precisi dovevano essere serviti anche solo per progettare un simile meccanismo tanto articolato. Così profonda era la meraviglia suscitata in loro, che ci volle più di qualche istante perché i due uomini si accorgessero che un misterioso suono accompagnava il funzionamento del modello. Anzi, non un semplice rumore, ma una vera e propria musica.

Come potessero udirlo, stupiva anche loro. La sua armonia era infatti talmente sottile e alta, che normalmente sarebbe sparita oltre la soglia dei suoni il cui ascolto era concesso solo agli animali e agli spiriti disincarnati. Non che Costante o Taluk comprendessero alcunché della natura del fenomeno: era l’istinto a rendergli palese quella realtà, tanto che sembrava loro che solo adesso, per la prima volta nella vita, il senso dell’udito cominciasse a funzionare, e le loro orecchie venissero finalmente aperte dalle proprietà misteriose di quella musica celeste. Ma qualcos’altro accadeva nel medesimo tempo. Come obnubilati dall’espandersi della percezione sonora, gli altri sensi regredivano, riducendosi al pari di fiammelle ondeggianti su candele consunte, prossime a spegnersi. Le menti dei due uomini si dilatavano in infiniti spazi incorporei, dove la vista o il tatto non esistevano, e solo l’armonia rivelava la realtà delle cose; erano così gli occhi dello spirito a spalancarsi, e per frammenti incoerenti di un attimo, Costante credette di vedere oltre il sipario della sua mente, galleggianti in un vuoto nerissimo, le sfere fiammeggianti, titaniche come mille soli, i cui simulacri roteavano veloci sul modello d’oro e argento. Lo spettacolo della materialità abnorme dei cieli, incomprensibile e senza nome, quasi lo annichilì, sortendo nel medesimo tempo l’effetto di richiamare il concerto dei sensi dal limbo in cui era precipitato.

Di nuovo presente a sé stesso, Costante ondeggiò per un istante sulle gambe malferme, per poi posare gli occhi su Taluk al suo fianco: crollato a terra, l’unno giaceva come morto, il viso rigato dal sangue che fuoriusciva dalle orecchie e dal naso. La reazione del bizantino non poteva essere che una.

Estratta la lunga spada retaggio dei suoi giorni da excubitor, Costante si lanciò in un fendente obliquo che si infranse fatale sul delicato meccanismo del modello astronomico. Tranciati dall’acciaio, i finissimi meccanismi di tenero argento quasi si sbriciolarono, e i cerchi di metallo dorato si sparsero nella sala come lanciati da una masnada di atleti impazziti. Il suono misterioso, che pure Costante già non percepiva più, scomparve sicuramente con la distruzione del macchinario; l’aria stessa era mutata, di nuovo vuota, e priva della vibrazione infinitesimale che l’aveva animata per un tempo indefinito.

Taluk!” chiamò infine Costante, scuotendo l’amico con tutta la delicatezza concessagli dall’ansia. Un pallore inconsueto adombrava i tratti sottili dell’unno, e se non fosse stato per il battito impazzito e leggero che gli animava il petto, il barbaro sarebbe sembrato preda della morte anche all’occhio di un cerusico. Solo dopo che Costante, cercando di non pensare al peggio, l’ebbe ricondotto fuori dal passaggio sotterraneo, la frescura umida della notte ebbe l’effetto di rianimarlo. Quasi non riusciva a parlare ma, esprimendosi con cenni al compagno che già lo inondava di parole, Taluk fece intendere di stare bene, sebbene le orecchie gli dolessero, come per chi fosse stato esposto troppo da vicino al clangore di una campana.

Ah!” esclamò a mezzabocca Costante, cercando di non urtare l’udito ferito dell’amico “Forse ho avuto troppa fretta nel burlarmi della sapienza di Eracliano! Davvero egli conosceva, o credeva di conoscere, misteri capaci di cambiare le sorti degli uomini… Forse non nella maniera che sperava, anzi, in un modo che nemmeno io so esprimere. Ma adesso anche l’ultimo resto del suo sapere giace infranto nella polvere, come i suoi sogni…e i nostri!” disse sconsolato, riandando con la mente agli immaginari tesori su cui non era riuscito a mettere la mani, e che pure l’avevano condotto fin lì.

Vieni, Taluk, poggiati a me” riprese infine, caricandosi sulla spalla il peso del compagno “Siamo in una città assediata, e la notte ci coprirà col suo manto solo per poche ore. Ma questa non è forse l’aurea Roma, la capitale del mondo? Troviamo un riparo, e aspettiamo il sorgere del sole: l’Urbe non è stata certo costruita in un giorno, ma la gloria di molti audaci sì!“    

 

 

 

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