Revival Sword&Sorcery: riscoprire Dorian Hawkmoon

Hawkmoon, il grande dimenticato. E se non del tutto scomparso dagli annali della infinita vicenda del Campione Eterno – che sarebbe impossibile sorte per chi ha incarnato tale archetipo sempre vivente – tuttavia semisepolto dalla polvere persino presso il ricordo degli appassionati moorcockiani.

Gli fanno ombra Elric, Corum e John Daker e… troppi. Troppi nomi oscurano la vicenda dell’eroe che ha sconfitto l’Impero Nero di Gran Bretagna, alle cui avventure il suo creatore ha dedicato prima una quadrilogia, e poi ancora una seconda trilogia, prolifico com’è nel dare ai suoi personaggi un destino  mai definitivamente compiuto.

Ma – si dirà- quella di Hawkmoon è storia vecchia, meno coinvolgente dei drammi del principe albino e meno connessa alle vicende del multiverso, tanto che nella prima serie di libri il duca di Köln – questo il suo titolo – neanche arriva a comprendere il suo ruolo nel gran gioco delle Potenze Cosmiche. Un attacco spuntato in partenza, questo.

Ambientato com’è in un futuro oscuramente ucronico, in una terra morente quasi vanceyana sopravvissuta a stento agli orrori del Millennio Tragico, lunga stagione postatomica seguita all’annientamento della civiltà odierna, il ciclo di Hawkmoon è invece magniloquente e avventuroso, incentrato sul dilagare (prima in Europa, poi nel mondo) del magmatico Impero Nero, che da una Albione sede di una stirpe degenerata progetta la conquista di tutto per mero fine di distruzione.

Mai si era vista una tanto irridente e diabolica parodia della monarchia inglese: vivente solo per il vizio e un lubrico sadismo, il popolo britannico è asserragliato in immonde torri ingioiellate, diviso in caste, il viso coperto da grottesche maschere animali. Ma serve ancora il suo re, Huon, che da secoli – carcassa simile a un feto abortito – sopravvive in un trono che è una sorta di vasca di sostentamento ipertecnologica (e chi vi ravvisi una certa somiglianza con l’odierno l’imperatore-dio che vegeta e regna nel 40.000 millennio di Warhammer, comincerà a cogliere quanto è profonda la radice di certi alberi).

Tutta la storia è infatti impregnata di un cupo retrofuturismo: dal passato buio del Millennio Tragico emergono ciclicamente manufatti poco comprensibili che rendono il livello tecnologico un alternarsi di barbarie, protoscienza medievale e fantascientifica magia. Armi bianche si mischiano a lanciafiamme, veicoli volanti a pittoresche vesti rinascimentali. Questa la situazione nella strana Europa di Hawkmoon, quando il nostro eroe sfortunato ci viene presentato. Anzi, più che sfortunato: tragico. La sua amata Köln – cioè la germanica Colonia – è stata messa a ferro e fuoco dall’Impero Nero, suo padre trucidato, la sua gente, con cui aveva tentato una estrema rivolta, torturata e seviziata. E’ prigioniero a Londra, nelle mani di uno dei più alti rappresentanti dell’aristocrazia perversa del paese, il gran conestabile dell’ordine del lupo e barone Meliadus.

Ridotto a una bambola di carne insensibile da tante sventure, avrà impiantato nel cranio, sulla fronte, un gioiello nero che è assieme strumento di chiaroveggenza per i suoi padroni e catena pronta a stringersi uccidendolo. In queste condizioni, da spia, dovrà recarsi nelle paludi della Kamarg, in Francia, dove il barone Meliadus intende vendicarsi di uno sgarbo fattogli dal locale conte Brass, nobile che non intende asservirsi all’Impero Nero.

Comincia così, in estrema sintesi, la grande vicenda della “Bacchetta magica” o Runestaff, ovverosia una delle tante reliquie che nei contesti moorcockiani incarnano innominate potenze cosmiche, annodando i destini dei mortali, come avviene per le spade Tempestosa e Luttuosa di Elric, l’occhio e la mano divini di Corum e via enumerando. Un affresco barocco e coloratissimo, quello di Hawkmoon, che è puro sword&sorcery nel suo avanzare senza tregua tra battaglie sanguinose, misteri soprannaturali, stregonerie diaboliche, complotti e scenari di un’Europa (e non solo) esotica e straniante. Il tutto realizzato assorbendo la linearità e assieme la mutevolezza disinvolta dei vecchi pulp, che Moorcock criticava per il loro – apparente, diciamo noi – semplicismo, e che pure sono stati non solo il suo retroterra, come per moltissimi autori, ma anche il modello per ciò che osserviamo nelle avventure di Hawkmoon: rapidi passaggi d’azione e altrettanto veloci mutamenti di scena. Personaggi che entrano ed escono dalla storia per ritornare in sedi diverse e inaspettate. Ricorso al colpo di scena drammatico, con la sensazione che pochi usciranno vivi dalla ghigliottina dell’ultima pagina. Ma non solo.

Complice la sua attitudine verso la sci-fi, Moorcock rende il suo  mondo futuro molto vicino a quello che Gene Wolfe, su altri piani di complessità, tratteggia nel ciclo del Nuovo Sole. La Terra futura è desolata. Di interi paesi si è persa conoscenza. Continenti come l’America sono intravisti come sedi di esseri assieme spirituali e alieni. Potenze continentali ostili si chiudono nell’autoisolamento, sempre pronte a uscirne armate (L’Asiacomunista). Altri si lasciano scorrere addosso il nuovo medioevo, inconsapevoli. Inconsapevolezza che colpisce lo stesso Hawkmoon, che è sì un eroe predestinato e tormentato come vuole regolarmente il suo autore, eppure si pone parecchie domande in meno di un Elric, è assai più pragmatico, e vuole solo vincere la sua guerra e salvare amici e donna amata. Caos e Legge, che pure occhieggiano dietro il velo della Bacchetta Magica, rimangono innominati nella prima quadrilogia, sebbene personaggi misteriosi come il “guerriero in giaietto e oro” facciano accenni che inevitabilmente il lettore attento ricondurrà alla coppia metafisica appena citata.

Insomma, alla luce di quanto detto fino a ora, come si fa a dimenticare Hawkmoon?
Certo, non ha le sfumature pseudorealistiche che si suppone debba avere oggi una storia fantasy. La complessità cosmica di altri cicli cede il passo alla suggestione estetica di ambientazioni e personaggi, uno scambio importante ma equo nel risultato. Le psicologie sono vivide, esasperate e non intendono ricreare né familiarità né immedesimazione. La magia non è aggiogata a nessun “sistema” o didascalicamente spiegata, e persino la scienza le assomiglia e fa paura. Tutti pregi, insomma, che incarnano per certi versi la vitalità anarchica della letteratura di fine anni ’60, decennio in cui i tomi in questione videro la luce, quando non si pretendeva che l’avventura fantastica non fosse tale, oppure riproducesse pedissequamente, in un banale gioco di travestimenti, mode che la vanità della contingenza rende subito vecchie. Al contrario, il guerreggiare di Hawkmoon resta godibile anche a tanti anni di distanza, perché in fondo, dietro le sue rutilanti scenografie, propone una ricetta fatta soprattutto di divertimento, di gratificazione per il gusto del pittoresco.

Se c’è un regalo che i lettori odierni dovrebbero farsi, è quello di recuperare un palato sensibile a una simile ricetta. E saziarlo subito con il ciclo di Hawkmoon!

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