Ricordando Samuel Delany e la crisi di identità della Sci-Fi

Il giorno dell’anniversario della nascita di Samuel Delany è trascorso da poco e vi è stata senza dubbio la tentazione di ricordarlo puntualmente con una pillola commemorativa nei nostri “aforismi eroici” o nelle rubriche più brevi. Si è tuttavia deciso diversamente, ovvero di ricordarlo in ritardo, e per come  si è relazionato all’interno degli umori della Fantascienza, pensando a quale significato si può attribuire alla sua opera oltre quello che la colloca indiscutibilmente come il risultato del lavoro di uno scrittore dotato, che in alcuni tratti è appartenuto alla corrente della New Wave.

samuel delanyAvventura Fantascientifica; Sword & Sorcery; Narrativa neo-schiavistica; Space Opera; sono alcuni dei meridiani del mappamondo letterario di Samuel Delany, così come Mitologia; Libertà Sessuale; Linguistica; Studi sulle percezioni sensoriali, Psicologia Sono i suoi paralleli. Questi contenuti sono tenuti insieme dall’approccio poliedrico di Delany, che fa uso di una prosa che appare effettivamente smaliziata e pronta sin dagli inizi, tanto che qualcuno dirà che egli rappresenta uno dei rari casi di scrittori “nati già esperti”.

A suo modo il narratore newyorkese potrebbe tutto sommato vantarsi di aver provato ad includere e risolvere tutte le preoccupazioni letterarie del mondo fantascientifico, sollevate da autori antecedenti a lui, come Stanislaw Lem, o contemporanei e poco postumi.

220px-Stanisław_LemJoanna Russ sosteneva che la Fantascienza dovesse avere una sua estetica identitaria basata su un “realismo didattico” (To Write Like a Woman, Indiana University Press, 1975). Quello dell’autrice di Female-Man (1975) è un punto di vista elaborato dallo spunto di Ursula Le Guin che considerava – come riportato nel saggio From Elfland to Poughkeepsie (1973) – lo stile di prosa come fatto decisivo per la riuscita non solo di un romanzo Fantasy, ma anche di un’opera fantastica in senso totale, includendo esplicitamente la fantascienza. Un’opinione del genere è certamente la cosa più logica da aspettarsi da una come Ursula che ha avuto tra i suoi “idoli da poster”, nonchè maggiori ispiratori, due maestri assoluti dello stile: Lord Dunsany e Kenneth Morris. Ma tutto questo può anche essere incamerato nel concetto di “Attualizzazione della metafora e della retorica” di Stanislaw Lem (Verso un’estetica della Fantascienza, 1975).  La stessa Russ, a ogni buon conto, si radicava ancora alla Le Guin e al romanzo La Mano sinistra delle tenebre (1969) quando tentava di dare alla sua fantascienza quell’impulso da “Gender Romance” femminista che tuttavia non era propriamente ginocentrico come le opere di M. Z. Bradley. Ma oltre allo stile, la fantascienza era e continua ad essere un genere “preoccupato” anche dalla sua relazione con il tempo della storia e del progresso tecnico.

[..] ogni scrittore, prima o poi, ha cercato di definire la fantascienza. La maggior parte di queste definizioni si basa sulla preoccupazione unica della fantascienza per il futuro, come predittivo o utopico/distopico. Alcune definizioni si basano su temi e motivi unici della fantascienza, come razzi, creature aliene e guerre tra le galassie…” (Peter Alterman, da The Surreal Translations of Samuel R. Delany, SFS, 1977)

retro sci-fiQuella di Alterman è una sintesi estrema che dev’essere interpretata, e noi cerchiamo di farlo riconoscendo nella sua comunicazione ai fruitori della Sci-Fi che la scoperta avventurosa fantascientifica si è basata sul superamento dei “mondi misteriosi” di Verne: I misteri geologici e della montagna per l’elemento della terra come ne i Figli del Capitano Grant; i misteri dell’acqua e dell’ abisso marino come in 20.000 leghe sotto i mari; quelli d’alta quota spesso sviluppati sull’uso della tecnologia volante aerostatica – e non solo – come Cinque settimane nel Pallone, Giro del Mondo in 80 giorni o Un Dramma nell’Aria; e infine quelli del “Fuoco” come il Vulcano d’oro e Viaggio Al centro della Terra. Mettendo da parte gli arretratissimi, rari e “inconcepibili” – anche se di fatto concepiti – avanguardismi di Giovanni Keplero, Cyrano de Bergerac, Nievo, Margareth Cavendish, Mercier, Bellamy o perfino Luciano di Samosata, Il primo effettivo superamento dai “Mondi Misteriosi ed elementali” è stato compiuto da Verne stesso, con storie come Dalla Terra alla Luna o Viaggio Intorno alla Luna. Sarà poi Burroughs a dare la sua visione della destinazione dei viaggi di Verne, portando le sue avventure quasi di stampo coloniale “alla Salgari” o “alla Hugo” dai “Mondi Misteriosi Elementali” ai “Mondi Planetari” di Marte e Venere. Albert Robida e Herbert G. Wells, hanno poi introdotto la dimensione di guerra interplanetaria nelle storie contraddistinte da presenza aliena, e sempre Wells, insieme ad Haggard, pur in maniera assolutamente differente da quest’ultimo, ha esplorato il “quinto elemento” del tempo, prima secondo una tradizione verniana-avventurosa con il viaggio temporale, poi con i mondi predittivi e distopici. L’ invenzione della Space Opera con parametri specularmente opposti a Burroughs¹ è una naturale conseguenza del tutto. Haggard dal canto suo ha seguito le tradizioni di Verne ma con i viaggi verso i misteri protostorici, ottenendo una sensibile anomalia che lo vede – pur nell’essere imparentato e consanguineo dell’avventura fantascientifica verniana – genealogicamente decisivo per tutta la serie di “archeo-avventure” che rientrano – nonostante la lontana radice verniana -più nell’avventura generalistica che quella fantascientifica. ma decisivo lo è stato anche per la Fantasy. In fin dei conti, la risposta ai “Mondi Secondari” della Fantasy eroica britannica è stata proprio quella dei “Mondi perduti” di interpretazione protostorica nella Fantasy Eroica americana (Sword and Sorcery). Hugo Gernsback si è concentrato infine sui “Gadget” tecnologici aprendo la strada verso la Sci-Fi meccanica, elettronica e robotica.

La Fantascienza è quindi un genere “preoccupato” da due crisi di identità. La prima è quella sollevata da Le Guin, Russ e Lem, che riguarda le tradizioni dello stile, della prosa, della tecnica, “dell’attualizzazione della metafora e dell’uso della retorica” come detto esplicitamente dallo stesso Lem. I tre scrittori sopracitati, alle loro differenti maniere hanno cercato di costituire  un’identità monolitica di tradizione letteraria simile a quella della Fantasy, in un genere, – La Sci-Fi – che ormai perdeva il proprio controllo identitario, poichè gran parte del suo motore creativo non derivava dalla tradizione letteraria “autoctona” come nella Fantasy, forgiata da anni di attività poetica dei suoi pionieri, ma dalle correnti esogene della scienza e per netta conseguenza anche dalla politica e dalla strategia militare, poichè è quest’ultima a decidere quale sviluppo scientifico deve usufruire di finanziamenti e di diffusione informativa e mediatica. Questo introduce quindi la seconda grande “crisi identitaria” della Fantascienza, che è quella riguardante la sua relazione con i tempi.

ballardNegli anni ’60 gli scrittori di fantascienza non hanno più percepito la “tranquillità creativa” di Giulio Verne e Haggard nell’ottocento; e di Merrit, Burroughs o Gernsback nel novecento. Non si trattava più di creare grandi avventure verniane negli abissi marini, in montagna, in mongolfiera, nel sottosuolo; non si trattava più neanche di ipotizzare viaggi su razzi verso la luna, nè di pensare ad un “futurismo fanta-domotico” dei transistor, gadget o schermi robotici come era nell’ottica di Gernsback che per molti fu “colui che ha previsto la TV”; men che meno si trattava di ipotizzare – come fatto da Burroughs – Marte e Venere come paesaggi selvaggi, con misteriose culture “esotiche” dove ambientare avventure “salgariane” secondo nozioni scientifiche approssimative di mammiferi-ovipari, o altri studi come quelli di Percival Lowell. Le scelte di Burroughs erano tutto fuorchè preoccupate dall’attualità futurologica. Gli scrittori di Fantascienza hanno iniziato ad interrogarsi sull’impatto che avrebbe avuto l’attualità – negli anni che scorrono – sull’efficacia futurologica dei loro romanzi che potevano sorgere tanto giovani per rischiare di diventare decrepiti in un solo battito di ciglio degli esegeti tecnologici, strateghi militari o altro. La risposta a questo è stata abbracciare totalmente le “riforme” di Wells di fine ottocento e inizio ‘900, radicandosi per netta e inevitabile conseguenza alle distopie di Orwell e Huxley e dando vita alla New Wave.  Questa doppia crisi ha generato sicchè due gruppi: quello che, almeno nelle pretese complessive, era più dotato tecnicamente, “preoccupato” dallo stile e dai “problemi letterari” di Stanislaw Lem, Ursula Le Guin e minoritariamente da Joanna Russ: e l’altro che – pur annoverando insieme ai giovani emergenti anche rinforzi “anziani” e affermati come Bester, Dick o Heinlein – fu preoccupato invece dal temperamento attualistico, filosofico e dalla relazione storico-sociale della Fantascienza, che è quello del movimento New Wave. Se avesse vinto il primo gruppo, oggi avremmo una fantascienza più “epica”; emulativa verso la grande Fantasy; dall’attitudine classica e intramontabile, con la forte presenza dell’avventura verniana-haggardiana e – non lo si può negare – anche con il pervasivo  “gender-romance” tra i punti prioritari della ricerca di Le Guin e Russ. Ma quest’ultimo – a ben vedere – è un elemento che non è comunque mancato affatto.

aldissLa battaglia per la Leadership è stata invece vinta dal movimento New Wave, che ha preso le distanze da Verne e Haggard abbracciando del tutto Wells e i distopisti, conformandosi frattanto anche al movimento Hippy prima e Punk successivamente; e portando infine tutte le sue preoccupazioni sul problema dell’invecchiamento e dell’attualismo futurologico in relazione ovviamente, oltre al tempo, anche agli sviluppi della tecnologia. Tuttavia, l’esigenza di sopperire alla “carenza” tecnica e di tradizione letteraria è stata soddisfatta importando gli stili del minimalismo da Hemingway, i Flussi di coscienza da Joyce e Faulkner, le attitudini del modernismo unitamente alle tecniche create da Burroughs nel Ciclo di Marte. Un insieme di scelte che ha portato in maniera esiziale la New Wave e il suo strapotere sul genere di Fantascienza sul binario del post-modernismo. Le conseguenze della sconfitta nella battaglia della Leadership sono piuttosto evidenti. Joanna Russ, col passare del tempo, da Female Man in poi, ha spento sempre più i suoi toni fantascientifici focalizzandosi sul pervasivo “gender-romance” di stampo lesbico-femminista. Ursula Le Guin ritroverà i suoi “primi amori” come Lord Dunsany e Kenneth Morris,  iniziando la sua grande saga Fantasy di Terramare, che influenzerà non poco altre saghe come quella di Harry Potter. Ed infine Stanislaw Lem:… beh si, lui è rimasto un grande autore di Fantascienza, e di certo è stato apparentemente tutt’altro che avulso dalla New Wave, tuttavia egli è salito nelle alte posizioni di “maestro stellare” insieme ad Asimov, Williamson o Herbert, in una volta a sé stante adatta ad occupare un ruolo simile ad una sorta di “Tolkien Fantascientifici” brillanti di luce autoriflessa ai loro sistemi, spesso anche per mezzo di grandi saghe. La loro luce è stata una guida, non lo si nega affatto, ma il loro è stato un brillare di influenza puramente letteraria, ognuno dai propri troni, in una maniera molto diversa dall’endemia febbrile e nervina espansa come un gas nell’affollato mondo New Wave. Nonostante un talento simile l’immaginario collettivo ha una diversa percezione di Asimov, Williamson e Herbert rispetto a quella per Bester, Sturgeon e Dick, e la risposta sta in questo. I primi sono saliti su un trono solitario, i secondi hanno accettato di essere sponsor “anziani e abilitanti” per i giovani rampanti dell’onda rivoluzionaria. Anche Asimov come Lem, e d’altronde neanche lo stesso Delany, non è stato totalmente avulso dalla New Wave ma questi non ha mai nascosto la sua diffidenza,  limitandosi a contentarla con qualche scampolo della sua opera agli ultimissimi colpi della sua carriera, e tutt’altro che volentieri. Asimov, pur avendo idee totalmente diverse, stimava senza dubbio Tolkien, e tra le caratteristiche della sua letteratura sono state ovviamente fondamentali quella rivolta alla robotica e a questioni scientifiche capillari, di altissimo profilo filosofico, ma oltre tutto questo, l’influenza che emerge anch’essa con forza è quella della grande storia dell’impero romano e questo lo ha reso di gran lunga più intramontabile di molti autori che hanno scritto rapportandosi soltanto allo sviluppo tecnologico.

E’ esattamente qui che entra in gioco Samuel Delany.

“Frasi come “Il suo mondo è esploso” o “Si è girata dalla parte sinistra”, poiché riconducono il discorso tecnologico appropriato (di economia e cosmologia in uno; di commutazione di circuiti e chirurgia protesica nell’altro), lasciano la banalità della metafora emotivamente confusa […] attraverso il labirinto delle possibilità tecniche, possono diventare possibili immagini dell’impossibile. Si uniscono al repertorio di frasi che possono spingere il textus nel testo.”

Samuel-DelanyDelany non ha cercato “l’eterna attualità” per mezzo dell’attenzione – militare e non – al progresso della scienza. Il suo non è stato uno sforzo di spingersi alla gara di afferrare a maggior profondità il predittivo al futuro, ma ha agito servendosi di generi diversi per instaurare nuovi modi di esprimere la metafora e la retorica in generale, utilizzando un relativismo assoluto dei punti di vista e delle collocazioni temporali, oltre che un soggettivismo dei suoi protagonisti che è stato piuttosto ambizioso da portare in un romanzo, cosa che si vede nello sperimentalismo frammentario della sua distopia in Dhalgren. Delany ha cercato pertanto di far sopravvivere la causa di Le Guin, Russ e Lem, tentando di dare forma concreta a quella “attualizzazione della retorica” ipotizzata dallo stesso Lem, e di includere il romanzo gender dai forti toni biografici essendo egli aiutato in questo dalla sua inoltrata bisessualità, come è visibile nell’ipersessualismo di Equinox. Nella sua carriera egli ha espresso questo in generi diversi, come la simil Sword & Sorcery de I Gioielli di Aptor e della piena Sword & Sorcery dei racconti di Neveryon; il ripristino della vecchia avventura per mezzo della Space Opera della trilogia Science Fantasy La Caduta delle Torri, che invece in la Ballata di Beta-2 o Triton varia verso la stretta sociologica e linguistica. Sino infine alle percezioni sensoriali in Babel-17. Questa multiformità ha portato a Samuel Delany invidiabili riconoscimenti, anche se la sua posizione di prestigio non è del tutto conforme al ruolo che lui ha perseguito nel suo genere.

Diremmo naturalmente un’ovvietà nel riconoscere che il suo nome non fa tremare i vetri come quando si spende il nome di Asimov nel parlare di Fantascienza; o quello di Tolkien nel parlare di Fantasy; o quello di Howard quando si parla di Sword & Sorcery, ma è quel genere di ovvietà utile a capire se egli abbia compiuto o meno la missione, contando che probabilmente anche i lettori puristi di fantascienza ignorano questa sua ambizione e sono propensi a considerarlo semplicemente come uno scrittore invidiabilmente dotato, con una prosa brillante e riferimenti di fondo singolari e di alta qualità. Il suo tentativo è stato tuttavia reale e impegnato a rispondere alle “crisi” della Fantascienza che nell’essere sempre più assiduamente rivolta alla sfida per “l’eterna attualità” ha concentrato quasi unicamente le sue letture verso la predizione sociale su base tecnologica, e questo ha portato ad assottigliare sempre di più i suoi margini, sino ad arrivare dopo la fine della New Wave, nel pervenire al post-modernismo, al momento della crisi effettiva dove l’incubo è divenuto realtà, ovvero quello di passare dall’essere “eternamente attuali” ad essere sempre “fuori tempo” e i risultati di questo sono piuttosto evidenti dopo gli anni ’80.

tyler-durdenSebbene Chuck Palahniuk – esempio a caso, e non certo dei peggiori – sia visto come un autore dalla critica caustica, in realtà, Fight Club è del tutto fuori tempo e ritmo con la storia. La sua esternazione di una critica “anti-capitalistica” arriva quando l’ordinamento mondiale ha già da tempo abbandonato l’economia per passare alla finanza. Per esser chiari, Fight Club, per essere attuale, sarebbe dovuto uscire almeno prima della crisi petrolifera degli anni ’70. Un esempio ancora più lampante di questa crisi è la grande anomalia di David Foster Wallace in Infinite Jest. Nel 1996 lo scrittore crea una distopia che è ambientata in un “futuro non troppo futuristico”, vale a dire in un futuro che è poco più avanti del presente ma troppo arretrato per essere considerato in una visione “futurologica”. La distopia che prende vita nel contorto romanzo in questione è infatti piuttosto in affanno denunciando in ritardo dei processi già totalmente esistenti, se non del tutto consumati. Wallace, che naturalmente aveva già i suoi problemi, si suiciderà certamente a causa di quest’ultimi ma non è certo un mistero che l’essere diventato di moda in ambienti da lui disprezzati come quello liberal-progressista non abbia certo migliorato le sue condizioni mentali. Più che il fatto stesso, tuttavia, è l’essersi reso conto che quello era “l’unico pubblico possibile” ad essere stato probabilmente “letale”; ovvero, un pubblico che dopo la caduta del Muro di Berlino ha iniziato a “pensare in ritardo”, considerando pertanto predittivi coloro che invece erano ormai da molto tempo “fuori tempo”. In Wallace – che tanto potrebbe essere criticabile quanto guardabile con rispetto – si esprime quindi in pieno la crisi della fantascienza, di un genere che ha rinunciato ad un sistema di tradizioni letterarie e che ha scelto di basarsi soltanto sulla predizione su base tecnologica, ed il nodo viene al pettine nell’era del digitale, dove i tempi del progresso e i cambi sistemici sono proporzionali ai tempi di sviluppo della tecnologia. Troppo rapidi perchè la “narrativa di anticipazione” possa avere efficacia con le sue vecchie metodologie. La Fantascienza e l’ormai compenetrata distopia oggi rimane sempre indecisa sui suoi tempi, se essere narrativa di anticipazione, cronaca attuale confluente nella narrativa generale, o se riformare le vecchie figure spaziali e robotiche; o addirittura, se andare verso le “distopie per costumisti” alla Hunger Games. Nessuno ovviamente può dire se l’affermazione delle idee di Ursula Le Guin, Stanislaw Lem e Joanna Russ sarebbe stata mai possibile, in fondo la New Wave, incoraggiata da Michael Moorcock e dalla sua rivista New Worlds ha prodotto romanzi eccellenti, e talvolta perfino indimenticabili, ma Samuel Delany ha avuto il merito di capire che un genere letterario non può essere eternamente “nullatenente”, e che se la Fantasy, nel voler essere un vecchio cavaliere “tradizionalmente immortale” corre sempre il rischio di rendersi antiquata, la Fantascienza, nel voler essere “per sempre attuale” si è spinta alla condanna certa di diventare un eterno ragazzo  affetto da invecchiamento precoce.

Note e altri riferimenti

¹ La Space Opera, così come i romanzi dove la visita extraterrestre viene ricevuta, è effettivamente l’opposto dell’avventura in stile Burroughs in quanto, la rappresentazione delle civiltà extra-planetarie, o il viaggio  di destinazione raffigurano o riportano a civiltà avanzate e tecnologicamente superiori

Revival Sword&Sorcery: I Gioielli di Aptor (Di Andrea Gualchierotti, Recensioni, Hyperborea, 2021)

Wikipedia – Joanna Russ

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