Sconfiggere il Drago

Un giorno lessi una notizia.

Una ragazza, da qualche parte nel vasto mondo, scrisse un post su Reddit che fece abbastanza clamore. Questa persona, affetta da ADHD, disturbo dell’attenzione, dopo dieci anni di gioco a Skyrim, un action RPG molto noto, riuscì a sconfiggere Alduin, il drago, alla fine della trama. Per una persona affetta da ADHD riuscire a seguire una quest di gioco sola è impossibile, soprattutto in un gioco come Skyrim, scriveva la ragazza. È un videogioco in cui, ovunque vai, ti affidano un nuovo compito da svolgere, un nuovo incarico da portare a termine, dalla caccia alle bestie feroci, ai contratti della gilda degli assassini, alle battaglie della guerra tra Impero e Manto della Tempesta. Sconfiggere il drago. Leggendo questo post, mi sono reso conto di quanto fosse cruciale.

Questo episodio mi ha fornito un’idea per scrivere due righe su questa parte della storia. Non intendo una storia fantastica, immaginaria, intendo una storia vera. Se prendiamo per vere le affermazioni di Joseph Campbell, seguendo anche l’interpretazione di Carl Gustav Jung, il mito, la fiaba e qualsiasi storia che anche noi stessi scriviamo, sono un’allegoria del mondo interiore umano. Nel mito vi è il cammino dell’eroe, una rappresentazione, secondo l’antropologo Van Gennep, di ogni rito d’iniziazione. Nel suo testo Riti di passaggio descrive tre fasi: separazione, marginalità e aggregazione, o consumazione. Separazione e marginalità sono caratterizzate dalla solitudine più estrema. L’aspirante Eroe cerca durante esse di dare un senso all’esistenza. Egli è nella sua essenza un uomo libero, che sa riconoscere ciò che viene descritto nella Cabala come “il proprio nome segreto”: un uomo libero di non farsi più imprigionare in una identità. Ciò lo rende umanamente propulsivo, un catalizzatore e un agente di trasformazioni, di decostruzione e ricostruzione culturale. L’aggregazione è il momento in cui, dopo il simbolico viaggio iniziatico, Giasone ritorna a casa e si impossessa del trono di Pelia, costruisce il suo regno. Per Joseph Campbell la costruzione del proprio regno è la fase finale del cammino dell’eroe.

Joseph Campbell, studioso di religioni e testi antichi, è riuscito, nel secolo scorso, a tracciare un viaggio archetipico, sistematizzandolo come crescita interiore di ogni uomo o donna. Il discorso si può anche ampliare, in tempi contemporanei, anche all’ADHD, alla depressione maggiore, al disturbo ossessivo compulsivo, al superare attacchi di panico o di ansia. Ed è proprio tramite la fantasy e tramite la mitologia che si comprende meglio una società in preda alle nevrosi. Ricordo che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità entro il 2030 la depressione sarà una delle malattie più diffuse sul pianeta. Almeno nella parte civilizzata di esso. Perchè ci manca l’iniziazione. A noi occidentali, manca un aspetto mistico ed iniziatico del mondo che ci circonda. Siamo bloccati, di vedute troppo ristrette, convinti che l’esistenza sia stabilità, mentre la forza e l’energia della natura ci smentiscono in continuazione.

E si ritorna sempre all’inizio della questione, sconfiggere il drago. Cosa rappresenta, questo drago?

A una prima lettura potrebbe raffigurare il Maligno della religione cristiana, tutto fuoco e zolfo. Ogni livello d’interpretazione è altrettanto valido, ma andiamo a fondo. Jung definisce questo viaggio un percorso di individuazione dell’Io. L’eroe deve quindi affrontare prima il potere prestabilito, l’Autorità, l’aspetto del Padre che è dentro di lui. L’uccisione dell’ordine prestabilito e dell’Autorità garantisce all’eroe la presa di coscienza di non essere solo materia, ma anche spirito, quindi anche creatività. Tutto questo è ciò che garantisce il passaggio da una generazione all’altra, la creazione di una Nuova Legge in sostituzione della Vecchia. O più semplicemente, a mio avviso, la creazione di nuovi stili, di nuove correnti artistiche, il rinnovamento di vecchi canoni, la rivoluzione creativa, l’inventiva poetica dell’adolescente. Il drago è invece ciò che sta davanti alla Fanciulla da salvare e a cui è necessario ricongiungersi. Il drago agisce nell’ombra ed è la creatura più insidiosa per l’eroe da affrontare. Esso è la paura pura. È la parte di noi stessi che temiamo maggiormente, nient’altro che fuoco nell’oscurità. Un drago può essere, nel linguaggio della contemporaneità, tutti quei disturbi di cui ho sopra scritto, ma anche una dipendenza, la difficoltà a trovare un lavoro stabile, cambiare casa, la paura di prendere un volo… vi sono mille esempi banali che si possono fare. Si tratta dunque di un simbolo che si adatta all’esistenza di qualsiasi singolo individuo, anche alla vita di una videogiocatrice affetta da ADHD che sconfigge un drago virtuale, che rappresenta una vittoria epica, l’autorealizzazione della propria mente. È solo una questione di prospettiva. Per una persona che soffre di agorafobia, per esempio, è come se fuori da casa sua ci fosse davvero un mostro gigantesco che sputa fuoco e fiamme e con artigli e zanne affamate di carne di eroe: la paura atavica è la stessa. Il particolare più insidioso di questo esempio è che, appunto, il drago agisce nell’ombra, e le paure di un agorafobico sono solo dentro di lui, nella sua psiche.

Il drago più potente da sconfiggere è ciò che è raffigurato dall’energia intrauterina materna. Tutto ciò che è l’elemento dell’acqua nei sogni. Per la completa autorealizzazione, un individuo deve sconfiggere la paura dell’energia oscura, dell’inconscio, della Tenebra, che per traslato è anche la Madre. È l’energia della creazione, ma anche della distruzione, qualcosa di irrazionale, ma indispensabile per l’uomo. È la culla uterina da cui giunge l’Io che, per determinarsi completamente, deve ritrovare la sua anima, uccidendo il drago, ricongiungendosi con la Fanciulla, che è appunto la sua parte più spirituale, meno materiale. L’energia della Madre richiama a sé il nascituro, così come l’energia del Padre, il maschile, richiama l’individuo all’Autorità, all’austerità, alla rigidità. Il fine del combattimento con il drago è l’esperienza della Madre e del Padre dentro di sé: vivere cioè l’esperienza di essere la Madre e il Padre di se stessi. Archetipicamente, quindi, si tratta di essenze e forze che vivono dentro la psiche umana ancora prima dei genitori biologici. Altrimenti l’Io sarà sempre bloccato in una condizione psichica spiacevole che porterà a pensieri intrusivi esterni, vissuti come propri, ma che in realtà hanno a che fare con la propria storia famigliare, come per esempio un senso del dovere che riteniamo innato, ma che magari deriva da un nostro genitore, o parente, o comunque figura di riferimento durante la crescita. O meglio, l’energia, la sensazione, che alcune cose e alcuni vissuti lasciano nella mente dell’individuo, possono anche essere esperienze vissute solo a livello sotterraneo, quasi inconscio, e sono anche caratteristiche della mente dell’uomo in genere. La persona di cui scrivevo affetta da ADHD non deve aver per forza avuto genitori terribili, anzi. Lo riscrivo, il vero problema è che la società occidentale ha ucciso prima il numen, poi l’iniziazione, e poi addirittura anche la mistica. Le figure genitoriali, anche archetipiche, hanno radici nella cultura, e quindi nell’inconscio collettivo che definì Jung.

Erich Neumann ne studiò in modo approfondito l’influenza nel corso della vita del singolo individuo, mettendolo in relazione con le fasi storiche dello sviluppo dell’umanità. Egli riteneva infatti che il percorso evolutivo individuale riassumesse le leggi e le tappe fondamentali della storia dell’umanità. Ogni stadio della vita, ogni passaggio cruciale, viene scandito dalla costellazione di determinati archetipi: Nascita, Fanciullezza, Vecchiaia, Morte, Resurrezione. Ogni essere umano è portatore di un’eredità collettiva estremamente complessa, stratificata, depositata nelle profondità della psiche, che richiede di essere integrata nell’evoluzione individuale. La figura dell’Eroe è fondamentale in questo processo di integrazione: una figura esemplare che nel suo percorso e nel suo comportamento, nel suo profondo travaglio esistenziale, interpreta ciò che ogni singolo individuo dovrebbe vivere. È come se fosse un dipinto del presente, del passato, e del futuro dell’uomo in un continuo rinnovarsi, ma in modo ciclico, eternamente uguale. Altrimenti, ci ricorderebbe F. W. Nietzsche, filosoficamente, non potrebbe essere eterno.

Il drago rappresenta un nostro limite, sono le catene che ci legano nell’oscurità, che impediscono di vedere, di sentire, di pensare in modo autentico. Vale la pena almeno tentare di sconfiggerlo, perchè una volta sconfitto, secondo Campbell, vi è una ricompensa, che nella tradizione folklorica è spesso rappresentata da un vero e proprio Tesoro, dal Santo Graal, al Vello d’Oro. Il drago è tutto ciò che riguarda l’Ombra, ovvero l’inconscio, spesso popolato da bestie con denti aguzzi che sanno di umido e di tenebra. Il drago vive in una caverna in cui c’è anche dell’acqua, è il Minotauro dentro il labirinto, è la parte più profonda della mente umana, l’antico tempio nelle profondità del bosco. Un tempio immolato a un dio oscuro. Sconfiggerlo non vuol dire né scappare, altrimenti il suo fuoco fatto di tenebre e buio tornerà a galla, uscendo da quella caverna, talmente tanto quel drago scalcia, si arrabbia e sputa fiamme, né ucciderlo nel senso di rimuoverlo. Il drago è ciò che sta davanti, di fronte, che nasconde la Fanciulla, la parte migliore di noi stessi. Noi vediamo il drago, ma una volta sconfitto, esattamente dietro, c’è lei, la dea, la sacerdotessa, l’anima. Senza il drago non ci sarebbe neanche la Fanciulla. O meglio, è necessario passare prima dal drago, non è concesso passargli affianco furtivamente. Bisogna sguainare la spada, imbracciare lo scudo, e buttarsi tra le fiamme, per poi guardare negli occhi quel mostro, e scoprire che quel mostro ha i nostri stessi occhi, e ci assomiglia, ha il nostro stesso volto. Siamo noi, il drago. Spesso, anche nel mito, l’eroe si ritrova ad affrontare varie prove che sono su misura per lui. Il mito racconta diverse storie, e da ognuna di esse si possono desumere svariate caratteristiche importanti del popolo a cui appartiene la tale tradizione mitica. Il contenuto proprio delle prove da affrontare varia in base all’area geografica e a gli usi e ai costumi del popolo preso in considerazione, anche se nell’area indoeuropea troviamo moltissime similitudini. Tuttavia, secondo Joseph Campbell, si tratta sempre della stessa storia, almeno dal punto di vista puramente psicologico e trasposto nell’ambito e nell’epoca dell’uomo moderno e contemporaneo.

Guardando alla tradizione, possiamo attualizzarla vedendo in essa una giusta e sensata allegoria di molte caratteristiche della psiche umana, questo soprattutto grazie ai lavori prima di Sigmund Freud, che scoprì l’inconscio, e poi, soprattutto, di Carl Gustav Jung, che analizzò soprattutto la tradizione folklorica della collettività e quanto essa influisse sulla mente dell’individuo. Joseph Campbell basandosi sulle intuizioni e sugli studi soprattutto di quest’ultimo, nel 1949, creò una schematizzazione archetipica del viaggio dell’eroe nel saggio L’eroe dai mille volti. Campbell era spinto per lo più, si deduce dai suoi scritti, dal senso d’insoddisfazione che provano gli uomini di mezza età una volta raggiunta la vetta del loro successo lavorativo, ed è allora che avviene la chiamata all’avventura, la spinta interiore a fare qualcosa che realizzi davvero la persona, che sia consona sua natura, mentre magari sta svolgendo un lavoro che non lo soddisfa appieno. Questa, a mio parere, è la condizione antropologica del della seconda metà del Novecento. Oggi viviamo una condizione antropologica completamente differente. A mio avviso, è una situazione quasi più critica, per quanto riguarda la condizione psicologica collettiva e individuale, soprattutto, ahimè, nei giovani. Sembra un discorso generalista, ma perchè accade ciò, perchè un giovane di tredici anni cerca qualcosa dentro a un’esperienza con una droga, o sfoga la violenza in modo compulsivo e dannoso per se stesso e gli altri, o peggio, si sfoga su se stesso direttamente? Perchè la media dell’età dei ricoveri in psichiatria per tentato suicidio o autolesionismo è scesa drasticamente, fino ad arrivare all’età da scuola elementare? Non abbiamo l’iniziazione. Essa dev’essere intesa come una maestria nel contatto col proprio spirito, col proprio Sé, e, di conseguenza, con il mondo dell’invisibile, ma prima di tutto è un percorso interiore e individuale. Non esiste la parte della mistica dedicata all’altro da sé senza prima passare per un’iniziazione personale, individuale e profonda, in nessuna tradizione. Gli uomini di alcune tribù africane sono soliti portare i giovani che passano dalla fanciullezza all’età adulta nel profondo dell’oscurità della notte, per insegnare loro a esorcizzare i demoni, tramite maschere tradizionali. E noi, popolo avanzato, con cosa li scacciamo, questi demoni? Le storie ci sono. Le fiabe ce lo insegnano fin da bambini. Il mito è chiaro, inequivocabile, c’è solo una cosa da fare. Impugna la spada, imbraccia lo scudo, e trafiggi il drago, bevi il suo sangue e assaporalo, è il tuo stesso sangue, sei tu stesso che devi raggiungere il Tesoro, ed eri tu stesso che non ti permettevi di farlo, a causa di catene e di condizionamenti prettamente psichici e psicologici, sempre secondo Carl Gustav Jung.

Anche quest’ultimo va contestualizzato storicamente. Io ritengo che il rapporto con la madre e il padre non sia più qualcosa di austero e di distante come ai tempi di Jung. Si parla della prima metà del secolo scorso, ed egli stesso affermava che la sua famiglia era composta da persone che vivevano ancora in una sorta di Medioevo trascinatosi nei secoli fino ai primi del Novecento, almeno negli ambienti rurali in cui lo psicologo svizzero è cresciuto. Nella contemporaneità secondo me il problema è spirituale, legato alla Madre e al Padre in quanto elementi inconsci, archetipi. In questo senso quindi si può essere eroi nei confronti di se stessi, della propria autorealizzazione, o anche della propria guarigione da una nevrosi, e questo sembrerebbe stonare con la concezione generale e tradizionale che abbiamo dell’eroe, una figura dedita all’altrui persona, non a se stesso. Jung differenzia i due archetipi: colui che si sacrifica per l’altro incarna il Cavaliere, colui che segue la cerca ben descritta e schematizzata poi da Campbell segue l’archetipo dell’Eroe. Scrive Campbell nel 1953:

Il viaggio dell’Eroe è fondamentalmente interiore, è un viaggio verso profondità in cui oscure resistenze vengono vinte e vengono resuscitati poteri a lungo dimenticati per essere messi a disposizione della trasfigurazione del mondo… il periglioso viaggio non ha per scopo la conquista, ma la riconquista, non la scoperta ma la riscoperta. L’Eroe è il simbolo di quell’immagine divina e redentrice che è nascosta dentro ognuno di noi e che aspetta solo di essere trovata e riportata in vita”.

Enea discese nell’Averno, attraversò il fiume dei morti e, dopo aver ammansito Cerbero, poté finalmente dialogare con l’ombra del proprio padre. Fece ritorno nel mondo attraverso la porta d’avorio, portando con sé nuove rivelazioni. Il giovane principe Gautama abbandonò il palazzo paterno e, dopo aver girato il mondo vivendo come un mendicante, superò gli otto stadi della meditazione. Un giorno, seduto sotto l’albero di Bò, affrontò Kama-Mara, il dio dell’amore e della morte, raggiunse l’Illuminazione e divenne il Buddha. La discesa interiore verso se stessi, verso la fonte dell’energia del proprio Io, è anche vista simbolicamente come il fango che ricopre una statua del Buddha, in realtà dorata, in una storia orientale. Lo stesso accade anche a noi che, per timore dell’ignoto e per difenderci dal mondo esterno, che percepiamo come minaccioso, ci ricopriamo di “fango”. Questa sovrastruttura finisce per diventare per noi quasi una seconda pelle che impedisce la nostra espressione più autentica al punto da farci dimenticare la nostra vera essenza. Un giorno la statua del Buddha cadde e si ruppe, rivelando che non era fatta di fango, bensì d’oro, ed era stata ricoperta di fango per nasconderla ai saccheggiatori.

Quindi il viaggio dell’eroe un percorso solo individuale? No, poiché ogni uomo, come ci ricorda Gustav Meyrink, può rappresentare un cambiamento nella collettività, anche solo tramite la sua esistenza, anche solo tramite l’espressione creativa della sua energia più profonda, anche vivendo in eremitaggio:

“…Ma pochi sanno che basta il mutamento di uno solo. L’opera dell’uomo radicalmente, compiutamente mutato, è eterna, sia essa nota o ignota al mondo. Apre nell’esistenza una breccia che non potrà chiudersi mai, che gli altri devono vedere, se non subito, più tardi, anche un milione di anni dopo. Poiché quello che una volta è realmente, può cessare di essere solo in apparenza. E quello che io mi propongo di fare è appunto aprire una di queste brecce o meglio un buco nella rete in cui si è cacciata l’umanità, ma non con prediche e propaganda, no; semplicemente col liberare me stesso da quelle maglie” – Gustav Meyrink.

Neumann distingue l’Eroe estroverso che agisce nel mondo, trasformandolo, da quello introverso che esercita un’influenza meno visibile, ma ugualmente determinante, come catalizzatore culturale. Entrambi questi Eroi tendono verso qualcosa di nuovo che potrà essere espresso quando l’Eroe avrà raggiunto l’apice del suo percorso e salvato la propria parte femminile (la Fanciulla). Un terzo tipo di Eroe non ha come scopo il cambiamento del mondo, ma è proiettato verso la propria evoluzione personale: il cambiamento di se stesso. Anche questo tipo di Eroe, trasformando se stesso ed emergendo come un Homo Novus, compie qualcosa di fondamentale per l’evoluzione dell’umanità. Superata la prova centrale e fondamentale dell’affrontare e sconfiggere il drago, l’eroe conquista il Tesoro. Esso è solitamente e simbolicamente la Fanciulla, ma anche una spada, un talismano, un oggetto magico, un qualcosa che sia un tramite da questo mondo e un mondo appartenente a una conoscenza superiore. L’eroe riporta a casa un frammento d’infinito, che è poi un principio di comunicazione con se stesso e con la parte femminile della propria psiche, l’anima, intesa più che altro secondo il senso greco del termine, e non prettamente religioso.

Joseph Campbell non parla mai di religione in senso teologico, analizza e studia più che altro la mente e la tradizione dell’uomo comune del suo tempo, rivelando un aspetto del mito molto popolare, molto diffuso e fruibile da chiunque, poiché è qualcosa che fa parte dell’umanità, come una parte del suo DNA, è qualcosa da cui la mente umana è costituita. Si tratta dell’immaginazione e della sua capacità straordinaria di farci vedere la parte in ombra di noi stessi, le nostre tenebre, i nostri demoni, proiettandola al di fuori del nostro inconscio, per poterla guardare negli occhi e affrontarla a spada tratta, sotto forma di drago, inteso come grande Serpente. Questo rappresenta il legame con la vita, poiché fuoriesce da sottoterra, e raffigura la conoscenza. Ad esempio, presso la tradizione delle tribù pellerossa, è considerato un animale molto saggio. Allo stesso modo i draghi non sono belve feroci completamente prive di senno, anzi. Per gran parte della letteratura fantasy e secondo la mitologia nordica e germanica, da cui la fantasy ha preso tradizionalmente spunto per quanto concerne questa particolare creatura mitologica, sono custodi di antichi segreti e sono saggi, vecchi come il mondo stesso. Il Serpente è anche maestro di rigenerazione, che è un po’ il senso del viaggio dell’eroe, una riscoperta di sé, una rigenerazione del proprio contatto con la Fanciulla. È intimamente legato alla Luna e all’energia femminile, nell’esoterismo. Ispira anche un atavico senso di timoroso rispetto, a mio parere, come se fosse una creatura d’altri tempi, più vecchia dell’uomo, e che gli sopravviverà. L’uomo ha a che fare costantemente con tutte queste essenze e queste forze che non possono e non devono essere trascurate, altrimenti, più si tiene chiuso nella caverna il drago, più questo diventerà più potente. La negazione dell’esistenza di una propria parte oscura è tipica dell’uomo razionale moderno e contemporaneo, che ha spesso una tradizione greca classica incompleta, perchè gli antichi Greci avevano una parte di tradizione e di mitologia molto legata alla parte più misteriosa dell’esistenza, universale e individuale. L’uomo contemporaneo considera il logos, e i suoi prodotti più diretti e materiali, come la tecnica, ma anche i suoi figli più astratti, come la filosofia, la politica, la sociologia, l’antropologia, in tutti i suoi aspetti, ma non considera il Fato e la Hybris, non ha più rispetto per il mistero, che è anche presente dentro di sé. Questo porta a una negazione continua del confronto con la propria Ombra che a lungo andare comporta nevrosi e il peggioramento di esse. S’arriva al punto in cui il drago è diventato troppo forte, e ti annienta, come nel caso della depressione maggiore e del suicidio, senza nemmeno che si riveli davvero e si mostri all’individuo depresso; ti mangia semplicemente da dentro, l’abisso ti sbrana vivo. Jung faceva appunto quest’esempio parlando dell’Ombra: immaginate un uomo che passa da un lampione all’altro su di un marciapiede, la sua ombra prima s’accorcia avvicinandosi alla luce del lampione, e poi s’allunga allontanandosi da esso, e così via. Il nostro Io e la nostra psiche funzionano più o meno allo stesso modo, come una sorta di pendolo tra la luce e il buio.

Sconfiggere il drago e creare il proprio regno. Questa è l’ultima parte del percorso d’individuazione dell’Io, trasposto allegoricamente nel mito dell’ammazzadraghi. Una volta ricongiunto con la Fanciulla, l’eroe torna a casa dopo aver affrontato un’ultima fatica (i Proci per Odisseo, Saruman per gli Hobbit, il padre usurpatore per Giasone) e instaura il suo regno. Dal punto di vista psicologico la creazione e il mantenimento del regno vuol dire essere diventati re di se stessi, vuol dire saggezza, vuol dire avere cicatrici da mostrare, anche e soprattutto interiori, vuol dire qualcosa che forse è davvero difficile da comprendere e che ha a che vedere con una perduta fanciullezza e età dell’oro personale che bisogna recuperare, una sorta di ritorno all’immaginazione e alla creatività più pura e potente. L’eroe ritorna a casa, nel mondo, ma nulla è cambiato. È cambiato lui. Dopo un viaggio nella dimensione del sovrannaturale, che è rappresentazione dell’inconscio e delle forze ancestrali che lo abitano, sempre seguendo gli studi di Campbell, l’eroe torna e scopre che il mondo è uguale a prima, è il suo sguardo che è cambiato, sono i suoi occhi, specchio, non a caso, dell’interiore, che vedono in modo diverso le cose, come uno Zarathustra niciano, non più un uomo, ma un trasformato. Qualcuno che vede il mondo con gli occhi e la consapevolezza dell’infinito dell’universo stesso. Come Parsifal con il Santo Graal; la ragazza con ADHD che sconfigge Alduin, e quindi anche una parte del suo disturbo, e lo scrive su Reddit, perchè deve scriverlo, deve comunicare al mondo che si può fare, che è possibile; Giasone che trova il Vello d’Oro; le fatiche di Ercole. Tutto questo è vero. Dal punto di vista di Joseph Campbell, viviamo queste cose tutti i giorni, ed è molto più concreto di quanto appaia. Non sono solo miti, sono la storia dell’Io umano e delle varie fasi del suo sviluppo e della sua piena realizzazione.

“Un drago non è una fantasia oziosa. Quali che possano essere le sue origini, nella realtà o nell’invenzione, nella leggenda il drago è una potente creazione dell’immaginazione umana”John Ronald Reuel Tolkien, Beowulf. I mostri e i critici, conferenza alla British Academy, Londra, 1936

Chi è il grande drago, che lo spirito non vuol più chiamare signore e dio? “Tu devi” si chiama il grande drago. Ma lo spirito del leone dice “io voglio”” -Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883/85

In ogni caso, San Giorgio compie la sua impresa davanti ai nostri occhi, sempre chiuso nella sua corazza, senza rivelarci nulla di sé: la psicologia non fa per l’uomo d’azione. Caso mai potremmo dire che la psicologia è tutta dalla parte del drago, coi suoi rabbiosi contorcimenti: il nemico il mostro il vinto hanno un pathos che l’eroe vincitore non si sogna d’avere (o si guarda bene dal mostrare). Di qui a dire che il drago è la psicologia, il passo è breve: anzi, è la psiche, è il fondo oscuro di se stesso che San Giorgio affronta, un nemico che già ha fatto strazio di molti giovani e giovinette, un nemico interno che diventa oggetto di estraneità esecranda. È la storia d’un’energia proiettata nel mondo o il diario d’una introversione?” – Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati

Il drago supremo è dentro di te. È il tuo ego che ti blocca.” – Joseph Campbell

Nutrite l’anima perchè la fame la trasforma in una belva che divora cose che non tollera e da cui resta avvelenata. Amici miei, saggio è nutrire l’anima, per non allevarvi draghi e diavoli in seno.” – C. G. Jung

Tolkien ci ricorda la potenza dell’immagine del drago, innegabile, a prescindere dalle sue origini. Nietzsche in Così parlò Zarathustra usa la simbologia del drago per indicare un avversario, nel suo pensiero, un nemico morale che impedisce con l’imposizione l’evoluzione da uomo a oltreuomo. Quest’ultimo pensa “Io voglio”, non “Io devo”, e rappresenterebbe la prima fase dell’individuazione dell’Io di cui tratta Jung, ovvero lo scontro con l’Autorità maschile. Italo Calvino, nella citazione successiva, esplica, con la sua genialità e arguzia, il dilemma di cui ho trattato per tutto l’articolo. Joseph Campbell parla di ego che blocca la realizzazione e l’individuazione dell’Io, il drago è nei costrutti mentali e nella psiche dell’uomo, all’interno di esso si trova l’oscurità, la caverna. Jung ci ricorda che saggio è nutrire l’anima, la Fanciulla, di cui ho scritto sopra, e in molti altri passi lo psichiatra e psicologo svizzero parla del drago e di ciò che rappresenta nell’inconscio umano.

Per ulteriori approfondimenti rimando a un articolo di Lavinia Pinello, pubblicato qui su Hyperborea: Il Drago: Tra mito e simbologia (hyperborea.live) e alla recensione del volume di Mario Polia “Il drago e i miti del Nord” di Andrea Gualchierotti.

2 comments

  1. Che bell’articolo, persino commovente (e non solo perché si citano Jung e Meyrink, che con me vincono facile ❤️).
    Mi hai dato molto su cui riflettere e per questo ti ringrazio, dato che mi sento un po’ in stagnazione sotto vari punti di vista.

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