I racconti di Satampra Zeiros: “La creatura del crepuscolo” di Samuele Baricchi

L’ULTIMA CREATURA DEL CREPUSCOLO

Il deserto si stagliava infinito, immenso, di fronte ai miei occhi. Nient’altro che sabbia dorata, e tre soli, che tramontavano e sorgevano ma mai si spingevano troppo oltre la linea dell’orizzonte, a ovest, mentre a est, stelle silenziose e il cielo porpora, violaceo e indaco, misto ad un blu scuro di notte, che mai era notte, e il rosso e lo splendore dei soli, che mai facevano giorno. Le mio giornate si svolgevano tutti uguali, sul limitare del tramonto, e la notte buia lambiva le mie spalle, lontana, da qualche parte, nell’universo. Stelle sapienti e distanti guardavano i miei giorni ritornare sempre identici l’uno all’altro, con un ritornare perenne e sempiterno. La mattina raccoglievo viveri, qualche scorpione da cuocere sullo spiedo, qualche legno di qualche arbusto rinsecchito dall’arsura del deserto, e di pomeriggio, sebbene il violastro del cielo e la luce dei tre soli rimanesse obliqua sulla mia fronte e sui miei occhi, sentivo un infinito dispiegarsi di qualcosa al di là dell’orizzonte limpido, tra il tramonto continuo, sentivo che il mio sguardo si spingeva oltre, altrimenti la mia mente si sarebbe rinchiusa nella grotta dovevo vivevo, un’insenatura tra le rocce, davanti a me, solo sabbia, deserto sterminato, fin dove l’occhio può spingersi. Quando due dei tre soli tramontavano, un senso di pace, ma di irrequietezza allo stesso tempo si impadroniva di me, facendomi pensare, solamente, e soltanto “Sono solo”. Fissavo il fuoco. Ed esso fissava me. Tra i suoi scoppiettii, il falò mi parlava, di scorrere di epoche lontane, di universi oltre il mio inconscio cercare, dentro al fuoco, la mia stessa natura. Il fuoco mi parlava dell’eternità del tempo, e nel medesimo istante, mi diceva, che il tempo non esiste, e del mutare continuo dell’eternità stessa. Ero io stesso a percepirlo su di me, sulla mia pelle che invecchiava. Due stirpi avevano distrutto il mio mondo, io, forse, ero l’ultimo di una di quelle due stirpi. Era quella la mia esistenza, procacciare viveri al mattino, al pomeriggio sorprendermi ogni volta della sabbia dorata, che tra riflessi d’ambra e ombre soffuse, dispiegava la sua bellezza davanti ai miei occhi, e verso sera, il fuoco, e i suoi inconfessabili segreti, il tempo. Pensavo di essere già scomparso, pensavo di non esistere realmente, se non fosse stato per il fuoco del falò, che ogni notte, mi faceva percepire suoni, e voci, e distanti considerazioni d’infinito ritornare di un serpente, che si mangia la coda. Gli orrori della follia della solitudine.

Ero come un naufrago, in un mare di sabbia e deserto, in un crepuscolo senza fine, un tramonto che non porta mai alla notte completa e al riposo, e mai all’alba, splendida alba, di cui avevo solo sentito parlare, molti anni addietro, molto tempo addietro, da qualcuno, chissà dove, chissà quando. La mia mente trovava conferma di se stessa solo tramite il fuoco del falò. Una sera vidi un altro falò. La mia prima reazione fu ovviamente di non credere ai miei occhi. Forse era qualche riflesso sulla sabbia, o era la mia mente che giocava con la mia vista. Qualcun altro. C’era davvero qualcun altro rimasto su questo mondo al crepuscolo? Chi o cosa non potevo saperlo. Non se non avessi abbandonato la mia grotta e fossi andato verso il suo fuoco. Qualcuno, d’altronde, doveva pur averlo acceso, quel falò. Esitai, e aspettai di rivedere quel falò. La notte e il silenzio mi parlava, mi raccontava di vento, di storie, di sapori, di vita. Ma il bagliore si era spento, ormai, quel bagliore lontano che significava la possibilità di comunicare con qualche altro essere, qualsiasi esso fosse, la remota possibilità di ridere e di condividere la sensazione di godersi il cielo stellato, anche se eravamo su un pianeta dimenticato e deserto, forse non eravamo completamente soli, forse non ero l’ultima creatura. Poi lo rividi. Di nuovo, un falò, il bagliore distante di un’altra esistenza.

Qualche notte dopo, era lì, in un altro punto dell’orizzonte, ma era lì. Decisi di partire. Mi domandavo smanioso di conoscenza quale fosse il suo aspetto, quali fossero le sue parole, e quali avrei dovuto usare una volta che l’avrei visto. Ma chi, o cosa, avrei visto, non lo sapevo, non potevo saperlo. Solo il fuoco custodisce segreti dimenticati da epoche lontane, che lentamente, con una musica quasi impercettibile, riecheggiavano tra le infinite distanze tra gli astri sopra di me, stelle lontane, con bagliori ancora più lontani. Probabilmente ero impazzito, pensavo con orrore e un velo di disgusto per i miei stessi pensieri che forse il custode di quel falò voleva semplicemente tutto il male possibile nei miei confronti, e forse mi avrebbe ucciso, per recuperare i miei viveri, per guadagnare un altro giorno di un’esistenza solitaria, in un mondo al crepuscolo. Perchè lui, o qualunque cosa fosse il custode del falò, avrebbe dovuto dimostrare a me una cura e una gentilezza differente da quella che riservava per il suo fuoco, per la sua luce, unico bagliore oltre quello siderale in un mondo in cui tre soli non sono abbastanza per vedere l’autentico bagliore, lo scintillio della sostanza. Raggiunsi il fuoco dello sconosciuto che già chiamavo quasi più amico, rispetto al mio falò. Mi avvicinai, eravamo entrambi avvolti in turbanti e abiti di seta leggera, per non sentire la calura del deserto. Ci guardammo, per un istante. Iniziai a scoprirmi il volto, poi la testa, poi le braccia, poi mi misi completamente nudo di fronte a lui. Quell’altra creatura fece lo stesso. Nudo, davanti a me. Scoprii con orrore che eravamo gli ultimi rimasti delle due stirpi anticamente nemiche, le due stirpi che avevano gettato il mondo nel crepuscolo perenne, e l’avevano reso deserto. Lo capii dal nostro aspetto, così diverso, e il suo corpo così differente dal mio, rigettato dalle profondità delle ombre, figli dell’Antico, divoratori di mondi. Dopo gli eoni e i soli spenti, stelle esplose nel silenzio dello spazio più profondo e nero, mondi dimentichi della vita, del giorno e della notte, mondi sospesi nella stagnazione dell’unico tempo che si ripete, grigio, senza colore di oscurità o di fiammeggiante vitalità. Senza alcuna esitazione, recuperai una pietra, per difendermi, istintivamente, e lo stesso fece l’altro essere, esitando per un attimo, ci guardammo negli occhi. Non sapevo chi avrebbe attaccato chi per primo, come nelle vecchie cronache di questo pianeta dimenticato dagli dei benevoli, nessuno ricorda più quale delle due stirpi iniziò la guerra che portò il mio mondo alla non esistenza labile di un crepuscolo sempiterno. Per un attimo, feci il gesto di lasciare cadere la pietra per terra. Come la pietra iniziava a scivolare dalle mie dita, l’altro fece per avventarsi sul mio corpo nudo, e allora impugnai di nuovo la pietra, salda, nella mia mano, e la misi di fronte a me, perpendicolare al mio petto. L’altra creatura si scagliò su di me, e colpii forte le sue tempie, ma la creatura era forte, e la sua pietra più appuntita della mia, probabilmente molto prima aveva scelto con cura la sua arma, molto prima e meno ingenuamente di me aveva pianificato l’incontro, o forse, era abituato nell’offendere, come la sua stirpe prima di lui.

Sotto le stelle e tra le ombre soffuse che il fuoco faceva danzare sul nostro pietoso spettacolo, ci uccidemmo, con pietre che lentamente, a ogni colpo, si smussavano, sempre di più, ritornando sabbia, ritornando tempo, ritornando all’essenza del fuoco. Eliminando per sempre l’orrore che il più Antico tra gli dei della profonda oscurità che riempie gli spazi tra costellazioni dai nomi dimenticati aveva diffuso sul mio mondo, due stirpi capaci soltanto di distruggere. L’Antico si nutre di devastazione e di nero sangue, per poter creare di nuovo.

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