Symphony X – The Odyssey

Che la mitologia greca sia da sempre una delle maggiori fonti di ispirazione per la musica metal non è un mistero, e lo stesso si può dire della letteratura gotica ed orrorifica dei secoli scorsi. I Symphony X, celebre gruppo metal americano con venature progressive e ad alto tasso tecnico (che forse ha raccolto in carriera un po’ meno di quanto avrebbe meritato), non fanno eccezione. Come gran parte delle band del settore, infatti, anche i Symphony X si sono cimentati in veri e propri concept album e hanno raccontato storie autoconclusive in moltissime delle loro canzoni, spesso ispirandosi proprio al materiale di cui sopra. Nel 2002 la band americana diede alle stampe The Odyssey, un album il cui titolo prometteva evidentemente di far rivivere in musica l’omonimo componimento dell’800 a.C. tradizionalmente attribuito al poeta Omero.

A differenza di quanto si potrebbe pensare, però, The Odyssey non è un disco basato esclusivamente sulle gesta del prode Odisseo, l’uomo dal multiforme ingegno, la cui avventura viene infatti riassunta solo nella lunghissima suite conclusiva (ben 24 minuti!). Le altre tracce si presentano come un energico e travolgente giro di giostra attraverso racconti gotici (originali e non), opere sinfoniche francesi e poemi cavallereschi. L’amore dei Symphony X per i racconti e per un certo tipo di atmosfere è inesauribile e quasi tutte le tracce contenute nell’album in questione erano, e sono tuttora, delle piccole gemme a se stanti.

Inferno: apertura diretta e senza fronzoli, con la chitarra di Romeo che dà inizio alle danze, subito seguita dalla possente e precisa sezione ritmica di Lepond e Rullo (rispettivamente basso e batteria). Allen ruggisce le sue liriche in un’invettiva contro le falsità e le tirannie in quella che è l’unica canzone a non avere una vera e propria storia al suo interno. Tutti i musicisti danno un assaggio di quello che avverrà nelle tracce successive: assoli tecnici e veloci ma eseguiti sempre con grande gusto, melodie coinvolgenti e suoni granitici.

Wicked: un irresistibile riff di chitarra ci introduce subito nel primo mondo oscuro e gotico del disco. Uno stanco viaggiatore si rifugia nei pressi di una chiesa in rovina e, circondato dai sussurri in una fredda notte ventosa, ode una voce che tenta di sedurlo e di trasformarlo in un suo schiavo. Come nel più classico dei racconti di fine ottocento una spettrale e bellissima creatura femminile sorge dall’oscurità e come una nebbia abbraccia il protagonista, tentando di intrappolarlo. La provvidenziale luce dell’alba giunge in tempo a salvare l’uomo, che si risveglia e scopre di essersi addormentato proprio sulla tomba di lei. Ancora stordito rievoca per l’ultima volta le parole seduttive della creatura, che riecheggiano nel ritornello conclusivo. La voce di Allen, come sempre, la fa da padrone, sia nelle parti più aggressive sia in quelle più suadenti ed eteree, in una canzone che è un gioiellino orrorifico e suggestivo.

Incantation of the Apprentice: dall’opera del compositore francese Paul Dukas, L’apprendista stregone, parte questa scheggia impazzita di metallo bollente. Le tastiere moderne di Pinnella volano veloci, prima di essere seppellite da una batteria tellurica. Musicalmente non c’è molto della composizione di Dukas, solo alcuni richiami nell’assolo di Romeo, mentre la storia ruota intorno a un apprendista che dopo un lungo viaggio giunge al cospetto di un potente stregone per impararne l’arcana magia. Come prevedibile qualcosa va storto e l’incauto giovane finisce per evocare i baroni dell’Inferno. La descrizione della sala in cui si trova il negromante e l’apparizione dello stesso personaggio rientrano nel lungo elenco delle scene memorabili “dipinte in musica”: lo spettacolo è sulfureo, esotico e al tempo stesso irresistibile.

Accolade II: una classica storia di cavalieri. Per dirla con le parole di Russell Allen: “un mix di Braveheart e Robin Hood” incentrato sul concetto di onorare il nome del padre. Il pianoforte di Pinnella accompagna con dolcezza l’ascoltatore prima di trasformarsi nel suono cristallino di una tastiera ed essere seguito dal resto della band. Il pezzo è intenso e struggente e l’interpretazione di Allen rende il tutto ancor più epico. Un anello di torce illumina il sepolcro del padre recentemente caduto in battaglia; un eroe ritorna alla terra natia scoprendola travolta da dolore e miseria. In entrambi i casi il protagonista giura di vendicare i torti e di farsi strada finché giustizia non prevalga. I cori magniloquenti donano un’aura mistica al pezzo mentre le tastiere intessono un tappeto malinconico che fa da contraltare al tono eroico della canzone.

King of Terrors: chi potrebbe essere il Re dei Terrori del titolo? Ovviamente lo scrittore Edgar Allan Poe, i cui racconti non hanno certo bisogno di presentazione, tantomeno su queste pagine virtuali. Il pezzo in questione prende ispirazione da Il Pozzo e il Pendolo e la musica è oscura, pesante. La ripresa ossessiva di ritmiche spezzate, alternate ad ansiogene accelerazioni, rievoca bene il senso di claustrofobia del protagonista, prigioniero in una cella buia e minacciato da vari pericoli: un pozzo profondo al centro della stanza, cibo drogato, muri semoventi e una lama che discende lentamente e inesorabilmente verso di lui. A differenza del racconto di Poe la canzone si interrompe prima del salvataggio finale, lasciandoci ancora nel bel mezzo dell’angoscia e del terrore. Tutta la band “pesta” che è un piacere in quello che è il brano più cattivo del lotto e che contiene anche una breve sezione narrata da una voce in stile film horror degli anni sessanta.

The Turning: un’altra storia dell’orrore a metà strada tra Jeckyll e Hyde e un racconto di licantropia. Russell Allen grida il suo tormento nell’assistere impotente alla propria trasformazione notte dopo notte, allo scoccare della mezzanotte, a causa di un suo esperimento andato storto. I dettagli non sono specificati ma le poche informazioni concesse sono più che sufficienti a trasportare l’ascoltatore nella psiche lacerata del nostro, consapevole di quanto gli sta accadendo e tuttavia impossibilitato a impedire la trasformazione. Musicalmente si tratta del pezzo più veloce e tirato del disco, dal minutaggio ridotto e dall’alto tasso adrenalinico, con la doppia cassa di Rullo (nomen omen) sugli scudi e chitarra e tastiera che si inseguono in un duello al fulmicotone.

Awakenings: finalmente giunge il momento della ballata, o almeno così sembra. Tuttavia con una band come i Symphony X una canzone dal gusto più smaccatamente melodico non può mai ridursi a una composizione mielosa o ruffiana. In questo caso Awakenings si dipana per una lunghezza superiore alla media mentre le liriche riguardano la ricerca disperata di risposte riguardo al futuro; un uomo si interroga sui quesiti che, prima o poi, tutti ci poniamo in merito ai bivi della vita, alle scelte da prendere e al timore di ritrovare nello specchio, un giorno, una versione di noi stessi invecchiata e amareggiata. La canzone inizia come un dolce lento pianistico per poi svilupparsi in una cavalcata progressiva più articolata, tra cambi di tempo, arrangiamenti non banali e melodie emozionanti. La parte principe spetta alle tastiere, ma anche il basso di Lepond ha la possibilità di farsi sentire in tutta la sua bellezza, dialogando con i tasti d’avorio persino in un intermezzo dal sapore jazzistico. Il testo intimista di Awakenings ci prepara a un approfondimento maggiore rispetto a quanto letto fin qui, in attesa del pezzo da novanta che arriverà con la traccia successiva.

The Odyssey: ed eccoci al brano eponimo, il mastodontico compendio musicale delle avventure di Ulisse. I membri dei Symphony X erano alla ricerca di un soggetto che si adattasse a una composizione epica e alla fine la loro scelta cadde su una delle opere greche per eccellenza. Romeo ritenne che “il viaggio di Odisseo dipingesse un’immensa immagine mentale che, alla fine, si è trasformata da sola in musica”. Il connubio infatti tra narrazione scritta o orale (non a caso il testo Omerico, con tutte le sue formule e i suoi miti, era trasmesso inizialmente proprio a voce) e musica viene praticamente da sé, e quale materia migliore poteva esserci per una band avvezza a utilizzare i suoi mezzi espressivi per orchestrare delle grandi storie?

Proprio dall’orchestra si parte: The Odyssey è divisa in 7 parti, la prima delle quali è una lunga introduzione sinfonica che, come da prassi per un preludio, contiene in sé alcuni dei temi che verranno sviluppati nelle parti successive della suite. Terminato questo bignami di composizione di musica classica un arpeggio di chitarra acustica solletica la soave voce di Allen.

Odisseo si imbarca finalmente dalla costa di Ilio per raggiungere la sua amata Penelope e si rivolge a lei come le stesse scrivendo una lettera. La nostalgia per Itaca è forte ma, come sappiamo, il suo desiderio di ricongiungimento sarà a lungo frustrato. Ben presto infatti la musica cambia e gli strumenti si scatenano in una tempesta che travolge la nave degli achei; il pianoforte riprende le onde incessanti del mare mentre batteria e chitarra elettrica frustano lo scafo. Un breve momento di calma e i naviganti riescono a sfidare i flutti e a proseguire la navigazione, lottando contro gli elementi, fino alla parte numero tre della suite: intitolata semplicemente The Eye. Superfluo dire che è arrivato il momento per Odisseo e compagni di affrontare il temibile Ciclope (così come sarebbe superfluo riassumere l’episodio). I Symphony X si mantengono su tempi medi, toni cupi e ritmiche spezzate. Con una naturalezza propria dei migliori compositori la musica si trasforma di nuovo in una melodia fluida, morbida e sospesa: gli eroi si ritrovano nuovamente in mare aperto, solo per finire in balia della maga Circe. Le note in minore danno un sapore sinistro a quella che fino a poco prima sembrava una melodia piacevole. La maga trasforma gli achei in maiali, ma alla fine la volontà di Odisseo riuscirà a prevalere.

Siamo pronti per imbatterci nelle sirene. La musica torna a precipitare in guisa di cascata, mentre cori di voci infestanti riempiono l’aria e le orecchie e Allen grida la sua sfida alle fatali creature ammaliatrici. Di nuovo il lato orchestrale della band fa capolino, tra corni e timpani. Infine il pianoforte di Pinnella ci traghetta verso la tanta agognata meta: Itaca.

Un corno si erge nel silenzio dell’alba in un momento musicale che ricorda molto da vicino alcuni passaggi di Fantasia di Disney e che rappresenta l’arrivo di Odisseo alla sua casa. Il tema principale dell’eroe esplode finalmente in tutta la sua gloria, ma solo per un attimo: c’è ancora una battaglia da affrontare, quella contro i proci. La parte numero 7 – The Fate of the Suitors/Champion of Ithaca – è forse la porzione più canonica della suite, con la ripetizione dello schema strofa-ritornello. Una vera e propria marcia trionfale che giunge al termine con l’esplicito “this is the end of my Odyssey (questa è la fine della mia Odissea)”. Ma è davvero così? No, perché manca la coda, affidata di nuovo interamente alla chitarra acustica di Romeo e alla voce delicata di Allen, per una chiusura circolare che risulta perfetta.

In sostanza The Odyssey (la suite) risulta un riassunto succinto delle avventure di Ulisse, che tralascia moltissime cose ma che tratteggia efficacemente quelle su cui si posa. Come un incessante viaggio in nave ci trasporta per mare su onde burrascose e correnti placide, in un caleidoscopio ricchissimo di sonorità, colori e immagini. Forse una traversata troppo veloce per un viaggio così lungo e complesso, ma è innegabile che si tratti di un assaggio stuzzicante e non privo di poesia, che musicalmente si rivela a tratti stupefacente.

Consiglio a chi non avesse mai sentito il disco di recuperarlo, anche perché la produzione è stellare, con dinamiche fantastiche e suoni potenti e cristallini. L’unica cosa che risulta forse un po’ datata sono le riproduzioni di alcuni strumenti da orchestra, dal momento che oggigiorno le bacheche sonore hanno fatto passi da gigante. Ciò non toglie che l’album, molto ispirato sia nelle musiche sia nei testi, sia una delle migliori uscite targate Symphony X, il che è tutto dire.

L’edizione limitata in mio possesso contiene anche una traccia bonus (Masquerade) e parecchie note aggiuntive nel libretto con riflessioni e commenti dei musicisti riguardo a ogni canzone.

Alla prossima!

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