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Dopo aver concluso le vacanze estive, Italian Sword & Sorcery torna a svolgere l’attività che gli è propria, ovvero quella di divulgazione della fantasia eroica proponendo nella rubrica I racconti di Satampra Zeiros Nascerà un cernunno, short story di Mirko Sgarbossa.

Buona lettura.


21192341_331532347271808_6596157513997751340_nAutore: Mirko Sgarbossa nasce a Cittadella, in provincia di Padova, il 23 luglio 1991. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, nel 2016 si è laureato in giurisprudenza e attualmente lavora presso una cooperativa che si occupa di inserimento lavorativo di persone svantaggiate.

Sin dalla tenera età sviluppa una grande passione per la lettura, a cui si aggiunge con l’andar degli anni l’amore per il cinema, le serie tv, i fumetti e l’animazione.

Nel 2013 conosce la Torre Nera di Stephen King che lo convince a scrivere. Qualche anno più tardi conosce Howard che invece lo indirizza verso quale genere provare ad affrontare.

Questo è il primo racconto (ma si spera non l’ultimo) che viene pubblicato.


Sinossi: In un mondo dove il sole non tramonta mai, le svariate razze e civiltà ivi esistenti temono tutte il medesimo nemico: i cernunni. Questa fiera razza guerriera semina il terrore razziando e saccheggiando in nome del loro Dio e per arricchire la loro città, Selene.

Questa è la cronaca di come è nato il più grande, fiero e coraggioso tra loro.

Un guerriero leggendario di una razza leggendaria, Brenno.


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Nascerà un cernunno

di Mirko Sgarbossa

 

  1. OBLIO

«Nel nome di Carnon Fecondo, dichiaro che i ragazzi sono ormai pronti.» Le candide trecce oscillavano sulle spalle dell’anziana che aveva preso la parola, incantando i giovani inginocchiati al centro del consesso.

Entrambi sembravano impassibili statue di concentrazione e freddezza, ma in uno di loro ribolliva una lava incandescente.

I suoi palmi nervosi stringevano i quadricipiti tesi e i denti, spronati da lampi di impazienza, tormentavano le labbra.

Muoviti vecchia, non sono qui per le ciance ma per abbracciare il potere! pensò Brenno, con l’arroganza di chi ha poche stagioni sulle spalle.

Gli occhi puntati delle sacerdotesse e i bisbigli non lo imbarazzavano, sapeva bene cosa stavano fissando.

Ammiratele pure, queste sono le corna di un vero guerriero, si compiacque senza modestia, pur ammettendo che anche quelle del suo avversario non erano da meno.

«Oggi questi due giovani si affronteranno. Oggi uno di loro potrà ambire a diventare un guerriero ammesso al fuoco del consiglio!» La veste scarlatta dell’anziana ondeggiò quando lei levò le braccia ossute al cielo, generando con il mutevole riverbero dei suoi gioielli strani disegni che nascevano e morivano sull’acciottolato dell’arena.

La Grande Sacerdotessa fece quindi deporre ai suoi piedi lo Scrigno dell’Oblio, il cui coperchio nero intarsiato di gemme venne sollevato su cardini ben oliati. Ci fu un momento di contemplazione, poi la reliquia con il suo contenuto venne posta su un piedistallo, su un lato dell’arena, accompagnata dal battere dei tamburi che scandivano i passi del cerimoniere.

Colonne erose dal tempo circondavano quello spettacolo antico forse quanto loro, anche se nemmeno il più erudito storico di Selene avrebbe forse potuto chiarire tale dubbio.

Ci fu un battito di mani ingioiellate, le membra finora immobili guizzarono e tutto ebbe inizio: uno scontro ripetuto per migliaia di anni, un rito creatore di glorie e di tragedie.

Brenno eseguì una finta sulla destra per poi scattare verso sinistra, ma Irado parò il colpo e assestò a sua volta due pugni al costato.

È veloce, quel dannato. Brenno si toccò le ferite aperte dal tirapugni.

«Ho affrontato volentieri il possente leone, sapendo che i suoi denti sarebbero serviti per questo» ghignò Irado, leccando il sangue sulle zanne fissate ai guanti.

«Figlio di un cane!» Brenno si lanciò contro l’avversario, che reagì con un gancio alla testa per fermarne la corsa. Brenno però si abbassò e la guardia scoperta lasciò passare il suo furioso montante. Zanne su pelle, ossa su ossa, uno squarcio si aprì sul mento di Irado.

«I tuoi non sono gli unici denti che mordono!» urlò Brenno, continuando a colpire l’addome dell’avversario disorientato. Fiori rossi sbocciavano ovunque penetrassero i denti del tirapugni. Irado si ritrovò steso a terra.

Senza perdere tempo Brenno balzò su di lui, ma la fretta lo tradì e un calcio disperato di Irado lo colpì mentre era ancora a mezz’aria.

Il dolore gli esplose nel naso insanguinato, la vista gli si offuscò per le lacrime e dopo un’istante l’impatto del freddo acciottolato contro la guancia gli generò un intenso bruciore al viso.

«Tu non sei degno di essere un Cernunno!» Brenno sentì Irado che si alzava per allontanarsi.

Sta andando allo scrigno. Credi di avermi già finito, bastardo?

Si rimise in piedi. Salato e metallico, il sapore del sangue gli riempiva la bocca.

Gli occhi ancora annebbiati distinguevano solo una figura in movimento.

Caricò con tutta la rabbia che aveva in corpo, furore puro trasfigurato in forza esplosiva. Prese l’avversario alle spalle, stringendolo allo sterno per sollevarlo e gettarsi all’indietro insieme a lui.

Entrambi si rialzarono, uno di fronte all’altro. Tenta di proteggersi il fianco ed è a corto di fiato! pensò Brenno, appena gli si schiarì la vista.

Accorciò le distanze per sfruttare quel vantaggio e sferrò un calcio saettante verso la testa di Irado. Il colpo però fu bloccato e un potente diretto al viso gli fece perdere l’equilibro, ricondannandolo al pavimento.

Una serie di pedate allo stomaco gli tolsero il fiato. L’avversario si diresse di nuovo verso lo scrigno.

«È la fine, Brenno.»

Fu allora che la vide. Irado stringeva la Daga dell’Oblio. Assurdi baluginii si formavano sulla nera lama contorta. Passo dopo passo quell’arma si avvicinava per adempiere al suo compito.

La chiusura del rito. Una vita senza significato

No. Non io! Gocce fredde imperlarono la fronte di Brenno.

Non sono destinano a una vita nell’infamia. Ancora pochi metri. . . Irado ormai si stagliava su di lui.

«NON A ME!» La sua gamba fu più veloce del pensiero nel colpire il piede d’appoggio di Irado e farlo cadere.

Brenno torse con tutte le sue forze la caviglia che aveva intrappolato nella sua morsa, i suoi muscoli si tesero fin quasi a lacerarsi, le vene si gonfiarono come fiumi in piena.

«Noooo! Lasciami bastardo!» Irado si dibatteva a terra in preda al dolore, la daga scivolata lontano.

La stretta si serrò, ineluttabile. Il rumore di ossa spezzate riempì l’aria.

Brenno si rialzò a fatica, tenendosi lo stomaco, poi assestò una serie di calci al viso del nemico che perse i sensi in una maschera di sangue.

Il vincitore fissò l’arma che fino a poco prima era stata destinata a calare su di lui, poi la raccolse e si piegò su Irado.

Un rumore raschiante accompagnò i capelli neri che cadevano assieme a brandelli di pelle. Il rito era compiuto.

Brenno lasciò scorrere lo sguardo su tutto il consesso. Gli occhi grigi fissarono uno a uno coloro che gli avrebbero spalancato le porte del suo destino. La sua alta figura spiccava imperiosa e i capelli rossi, mossi dal vento, sublimavano in fiamme divampanti.

Il vincitore si avvicinò alla Grande Sacerdotessa dalla veste purpurea e gettò le corna appena asportate ai suoi piedi.

«Ho ucciso un leone, ho usato i suoi denti per questi» disse, mostrando i tirapugni.

«Poi ho battuto in regolare duello quel figlio di cane laggiù» Le sue parole suonavano sicure, come incise nella pietra.

«Il mio diritto di nascita, lo voglio.»

«Sei un giovane sfrontato, Brenno Valdifuoco… e anche inutilmente crudele» disse la sacerdotessa, fissando Irado che rantolava, il piede piegato in una posizione innaturale

«Il tuo avversario probabilmente non tornerà più a camminare come prima. Oltre a precludergli l’onore del guerriero, gli hai negato anche il futuro di una vita dignitosa.»

«Meglio, un bifolco del genere non merita nemmeno di fare il contadino. Il mio diritto di nascita, Grande Sacerdotessa.»

«Sei ansioso di averli vero? Sei ansioso di conquistare la gloria. Ricorda però che il benessere di Selene la Grande è più importante dei tuoi desideri personali.» L’anziana toccò le corna nere che poggiavano sui suoi candidi capelli.

«Ebbene, la legge è legge suppongo. Ecco il Sacro Obolo per la Masca.»

Brenno prese al volo la moneta, rivolse un inchino a ogni saggia e lasciò l’arena con passo incerto, attraversando l’antico arco che separava il Tempio del Morso dal resto della città.

Non lo preoccupava girare per le vie con addosso solo un perizoma. Sorridenti giovani nelle medesime condizioni passavano periodicamente per quelle strade durante la stagione delle iniziazioni.

Non andrò a casa subito. La festa in mio onore e tutte quelle idiozie possono aspettare. Vino e donne! Non potranno più rifiutarmi dicendo che sono solo un ragazzo. Brenno si pulì dal sangue rappreso alla prima fontana che incontrò per poi dirigersi verso il bordello con il petto gonfio di orgoglio.

La vittoria era sua. Il mondo era suo. E presto i doni della Masca sarebbero stati finalmente suoi.

  1. IL DIO DI TUTTI NOI

Brenno entrò nella grande sala da pranzo spalancando le porte come se dovesse fuggire da un incendio.

«Non sia mai che tu sia cortese e delicato, figlio mio.» Donna Selina fissò il figlio, appoggiata all’alto schienale del posto a capotavola. La tunica verde lunga fino alle caviglie faceva risaltare la pelle lattea e i capelli corvini.

Il ragazzo si sedette alla sua sinistra, facendosi portare da mangiare e da bere. Lo sguardo di rimprovero di sua madre aveva ancora il potere di dargli qualche brivido, ma non lo diede a vedere.

«Dove sei stato?»

«In giro…»

«Al bordello vorrai dire. Mi ricordo ancora come i tuoi zii tornarono a casa completamente ubriachi, dopo la loro iniziazione.» Non c’era rimprovero nella sua voce, solo una nota di tristezza per il tempo che passava. «Immagino che quegli stracci vengano da lì.»

Brenno fissò per un momento la tunica blu sbiadita scompagnata da brache piene di toppe. Era così miserabile da non avere neppure una cintura.

Le succose ragazze del bordello avevano tanto insistito nel suturargli le ferite e dargli dei vestiti per coprirsi e lui era stato troppo di buon umore per non accontentare quegli sguardi languidi.

«Avanti, fammi vedere l’Obolo.»

Con la bocca piena di dolce alle mele, Brenno si tastò nelle tasche e fece scorrere la moneta sul tavolo. Donna Selina la prese e ai alzò per osservarla alla luce della finestra.

«Com’è stato il combattimento?»

«Irado si è rivelato un avversario migliore di quanto credessi, ma non bravo quanto me. L’ho reso zoppo a vita, probabilmente sarà condannato a fare lo sguattero per qualche clan.»

«Se avessi perso non ti avrei permesso nemmeno di far quello, ti avrei eliminato con le mie stesse mani per lavare l’onta.»

Brenno non stentò a crederle.

Donna Selina tornò a sedersi. «Ti sei divertito abbastanza, comunque. Ora è tempo di pensare al dovere. Ti renderai presentabile e andrai al tempio di Carnon Combattente per consegnare l’Obolo alla Masca.»

Brenno trangugiò l’ultimo bicchiere di latte fermentato e si alzò più per la spasmodica curiosità di andare al tempio che non per l’imperiosità della madre.

Attraversato il porticato del cortile per andare a lavarsi, gettò gli stracci per terra nello spogliatoio e si buttò nell’acqua calda della vasca.

Incredibile. Finalmente ce l’ho fatta. Chissà in quale gilda mi arruolerò. Un giorno ne fonderò una mia! Si pulì e si curò come mai aveva fatto in vita sua, e in meno di un’ora era già in strada diretto al tempio di Carnon Combattente.

Percorse la via principale che conduceva direttamente all’entrata del grande edificio, già visibile in lontananza, e che era piena di schiavi indaffarati, di mercanti e di Cernunni a riposo fuori da qualche taverna o dalla sede della loro gilda d’appartenenza. Molti si scostavano al suo passaggio, perché il verde e il bianco della sua tunica, nonché la fiamma che vi era cucita sopra, non lasciavano dubbi sul suo clan di appartenenza. Sentì qualche passante sussurrare il nome Leone Rosso ma non ci badò, aveva altro a cui pensare che non alla sua famiglia.

Passò sotto un arco e si ritrovò nel piazzale del tempio. Lì non c’erano confusione o persone accalcate le une contro le altre, ma solo il rispettoso silenzio proprio di un luogo più sacro della vita stessa.

Davanti a lui si ergeva il massiccio cilindro esagonale dal tetto d’oro e sopra la porta, fatta dello stesso materiale, c’era l’immagine di Carnon Combattente, erosa dal tempo. I suoi occhi grigi indugiarono sulla fiamma della distruzione che il dio sollevava sopra le corna ramificate, poi trasse un respiro profondo, attraversò il piazzale e prima ancora che potesse bussare, la porta si aprì davanti a lui.

L’oscurità del tempio era mitigata solo dalle torce appese. Gli occhi di Brenno si abituarono ben presto alla penombra, permettendogli di vedere che tutte le pareti erano coperte da grandi arazzi raffiguranti la divinità che faceva strage dei più disparati nemici, non solo uomini ma anche altre razze che non aveva mai visto nei libri.

Era la prima volta che entrava lì perché era abituato a pregare il suo dio nel privato della casa, come gli era stato insegnato, in quanto le porte del tempio si aprivano per i fedeli solo in quella particolare occasione.

«Vuoi restare a osservare ancora a lungo il sommo Carnon che brucia gli Artigli della Tempesta fra mille tormenti?»

Brenno distolse lo sguardo dall’arazzo e trovò alle proprie spalle una donna minuta. Alla luce della torcia ne vide le curve piene, appena velate da una veste che arrivava poco sopra le ginocchia.

Il cuore cominciò a palpitargli nel petto. Aveva già visto altre donne nude prima di allora, ed era reduce da una serata al bordello, ma quella bellezza aveva un che di distorto che non riusciva a focalizzare. I grandi occhi a goccia lo fissavano.

«Artigli della Tempesta?» chiese, deciso a non mostrare alcuna emozione.

«Non sarò certo io a spiegarti chi sono e comunque non sei qui per questo, giusto?»

“No, sono qui per ricevere i doni. Ho superato la prova del Tempio del Morso, casa di Carnon Fecondo, e sono qui al tuo cospetto, con il prezzo pattuito fra la nostra stirpe e la prima Masca.” Brenno si inchinò, porgendo a mani giunte l’Obolo.

La donna lo prese dal suo palmo, gli diede un morso e lo fece tintinnare contro le minute corna grigie che sbocciavano dal caschetto di capelli scuri.

«Non sei stato diseredato, figlio di Carnon, e tale moneta ne è la prova. Il prezzo è stato pagato e ora tocca alla Masca rispettare il patto.»

La donna batté le mani e un vecchio, vestito con brache e tunica neri ed entrato da chissà dove, le porse un cilindro esagonale in legno nero.

La Masca tolse il coperchio per prendere una fiala di vetro della medesima forma del contenitore. Brenno rimase incantato dal liquido rosa che essa conteneva, ma soprattutto dal frammento multicolore che vi era immerso.

«Ora vieni con me.»

Nel seguire la Masca, che gli faceva strada con una torcia, Brenno si accorse solo allora delle scale che salivano lungo tutto il perimetro dell’esagono fino in cima all’edificio. Alla fine della prima rampa si ritrovò su un pianerottolo occupato per la maggior parte da tre strani parallelepipedi appoggiati alle pareti.

«Non questi» avvertì la Masca, accorgendosi che Brenno si era attardato a osservarli.

La scena si ripeté sugli altri pianerottoli, finché la sua guida non si fermò di fronte a uno di quegli strani oggetti.

Solo in quel momento, grazie alla luce della torcia, Brenno si accorse dei cardini. La superficie cesellata di fronte a lui era una porta che ritraeva Carnon, nella medesima posa dell’immagine sulla facciata del tempio.

Questi. . . sono sarcofagi!

La donna salì su quello prescelto e fissò la fiala in un pertugio.

«In nome di Carnon Combattente, invitto distruttore di nemici, dio di tutti noi, entra.»

La porta si spalancò e Brenno ne varcò la soglia senza mostrare alcun timore.

Il sarcofago si richiuse alle sue spalle e la poca luce scomparve.

Per alcuni istanti non sentì nulla, poi fu riscosso da alcuni rumori, come di ingranaggi. Da qualche parte sopra di lui un vetro si ruppe.

Prima gli si bagnarono i capelli, poi qualcosa lo avvolse e Brenno sentì la coscienza ottenebrarsi.

  1. DONI

«Svegliati.»

Brenno si massaggiò il collo pulsante di dolore. Una luce calda baluginava di giallo e arancione, ferendogli le palpebre chiuse.

Si decise e aprì gli occhi.

Dove mi trovo?

Il buio lo avviluppava, impedendogli di formulare qualunque ipotesi su dove si trovasse.

L’unica finestra in quella parete di pece era il fuoco che aveva di fronte, poi dall’oscurità oltre le fiamme emerse qualcosa.

E questo chi sarebbe?

Una figura indefinita si ergeva dall’altra parte del focolare. Brenno non riusciva a comprendere un’anatomia così aliena, ma il suo istinto gli diceva che la Cosa lo stava fissando.

«Sei tu che mi hai svegliato?»

«Perspicace, considerato che siamo solo io e te.»

«Chi sei?»

«Domanda sbagliata o, per meglio dire, imprecisa. Sarebbe più corretto domandare “chi siamo”. E la risposta sarebbe “tanti frammenti senzienti di uno solo tutto”.»

Brenno non comprendeva, quelle parole gli erano estranee tanto quanto chi le pronunciava. La Cosa sembrava lì, ma non del tutto, come se stesse guardando qualcosa di assai complesso da una prospettiva troppo ristretta.

La massa informe sembrò cambiare, una strana appendice si saldò con un’altra e delle zanne sbilenche emersero.

«Perché sono qui?»

«Voglio sempre scambiare due parole con l’ospite. Eoni fa non era così. Arrivavo, succhiavo tutto e buttavo via la carcassa, ma la vostra razza è resistente. Avete una vitalità fuori dal comune, dovuta a quelle.» Un’escrescenza puntò verso la testa di Brenno.

«Inoltre siete interessanti. Riuscite a mietere un buon raccolto.»

«Raccolto?»

Il buco dentato si allungò ancora di più e Brenno sentì i peli che gli si rizzavano sul collo nell’ascoltare un gorgoglio divertito.

«Sangue. Voi seminate guerra e raccogliete sangue. Voglio una parte delle vostre messi. Oh, non voglio mentirti dicendo che ne ho bisogno per vivere. Succhio già abbastanza linfa da voi, ma tutti hanno diritto a una pietanza preferita, no?» Un tentacolo osceno inumidì la voragine parlante.

Brenno intuì che dietro ai discorsi elaborati di quell’essere si nascondeva una belva, pura e semplice. La situazione in cui si trovava non era tanto diversa da suo zio che sceglieva il cane da caccia più grosso e aggressivo per le sue battute. Il padrone richiedeva un servizio efficiente, fedeltà assoluta e in cambio la ciotola era sempre piena.

Ma sono io il cane, o lui? non poté fare a meno di chiedersi.

«Se vuoi sangue, per Carnon, lo avrai! Ma devi darmeli. . . i doni, voglio i doni. Credevo li avesse la Masca, ma a questo punto immagino ce li abbia tu».

«Certo. . . la Masca è solo un tramite.» Dalla Cosa nacquero due tentacoli che rovistarono in quella che fino a un istante prima era la bocca.

Dalla voragine putrescente emerse qualcosa. Il tentacolo guizzò appoggiando l’oggetto sulle gambe del giovane.

Era grande, lucido. Brenno accarezzò l’effige del dio.

«Lo scudo di Carnon.»

Nella massa oscura si aprirono migliaia di occhi, puntati su di lui. Un tentacolo aguzzò la punta e ne svelse uno dalla sua sede per poggiarlo in mano al cernunno.

«L’occhio di Carnon.»

Brenno non fece in tempo a riprendersi dalla meraviglia prima che la Cosa fagocitasse il fuoco che li divideva, condannandoli al buio assoluto.

Poi il manto di oscurità si frantumò e ne emerse una fiamma azzurra crepitante di fulmini, una sorgente di energia in mezzo al nulla.

Il paesaggio si illuminò per miglia tutt’intorno e Brenno comprese di essere sempre stato in cima a una torre, persa nelle nuvole. La fiamma si librò per assestarsi fra le sue corna.

«Il Fuoco di Carnon.» La voce della Cosa era l’unica testimonianza rimasta della sua presenza.

Un vento sollevò Brenno, portandolo sul ciglio della torre.

«Attraverso questi poteri ti renderò forte, Brenno. Vedi di non deludermi.»

Il cernunno sentì un tocco sulla fronte, un buffetto abbastanza forte da fargli perdere l’equilibrio, e precipitò. . . per ritrovarsi disteso sul pianerottolo del tempio, il sarcofago vuoto torreggiante su di lui.

«Il processo di assimilazione è finito.» La Masca lo fissava, appoggiata al parapetto.

Brenno si alzò. I doni! Si tastò freneticamente e li trovò. Spessi bracciali neri adornavano i suoi polsi. Si accarezzò la fronte e sentì il diadema. . . non poteva vederlo, ma era sicuro fosse anch’esso nero e impreziosito da una gemma azzurra.

Alla vista poteva apparire metallo, ma Brenno percepì al tocco la vitalità rigogliosa e tuttavia silente di quei monili, che gli davano la sensazione di accarezzare la corteccia di un albero secolare.

«Allora, Brenno Valdifuoco, che ne dici di provare il tuo nuovo potere? Ti sarà stato insegnato come fare, immagino.»

Brenno assentì e chiuse gli occhi. . . la Masca di fianco a lui. Due cernunni stavano attraversano la piazza di fronte al tempio. E ancora più in là alcuni ragazzini correvano, probabilmente per giocare.

Li sento. Ognuna di quelle persone era come un sasso gettato nel lago del piano esistenziale, e lui percepiva quelle increspature.

«Con il tempo affinerai l’Occhio di Carnon e sarai ancora più preciso, ora l’altro dono.»

Brenno lasciò disperdere l’Occhio, e al suo posto nella sua mente comparve lo Scudo. Lo vide ingigantirsi sempre di più e una strana sensazione gli colpì la pelle, come se un denso olio stesse detergendo tutto il suo corpo, avvolgendolo in una sostanza sempre più solida.

Riaprì gli occhi. Un’armatura completa lo ricopriva, con l’elmo che lo proteggeva fino alle guance lasciando scoperti parte del viso e le corna, che continuavano a ergersi su quello strano materiale.

Non vi era alcuna giuntura, quella protezione appariva come una seconda pelle, e lui si sentiva allo stesso tempo corazzato e nudo.

«È ancora un’armatura vergine. Potrai modificarla come vuoi. E ora. . .» La Masca lanciò un sasso in alto, oltre il parapetto.

Brenno tese il braccio e dal pugno saettò una folgore azzurra circondata da fiamme verdastre. Tutto ciò che avrebbe raggiunto il pavimento sottostante sarebbe stato qualche granello di terra.

«Il fuoco di Carnon!» gridò, con voce piena di soddisfazione. La gemma blu sul dorso della sua mano sbiadì fino a farsi candida, ma sapeva sarebbe stata una cosa temporanea.

«Ora non sei più un pargolo di Carnon Combattente. Ora sei un suo degno figlio, che combatterà per lui! Però ricorda le tradizioni sacre, Brenno: non dovrai fare parola a nessuno di come si ottengono tali poteri. Gli iniziati devono entrare nel sarcofago nella più totale ignoranza.»

Brenno assentì, osservando l’armatura che si ritraeva per ritornare a essere un insieme di innocenti monili. Baciò la mano della Masca e scese le scale per dirigersi all’uscita.

«Hai così tanta fretta?»

Il cernunno si voltò, gli occhi famelici.

«Ho un raccolto da mietere.»

Il ragazzo è morto. Lunga vita al cernunno pensò la Masca.

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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