La fiaba de La bella addormentata nel bosco, conosciuta anche con il semplice titolo “La bella addormentata”, propone il motivo favolistico del sonno innaturale e prolungato a causa di un incantesimo o di una maledizione. Il tema della “letargia” ha una storia molto antica, probabilmente perché il rituale del sonno ha sempre affascinato gli uomini a causa della sua similarità con la morte. Nei miti degli antichi Greci, infatti, Thanatos e Hypnos, il dio della Morte e quello del Sonno, sono fratelli, entrambi figli della Notte.

Ma a cadere addormentati, nella mitologia e nelle leggende dell’antichità, sono per lo più personaggi maschili. È il caso, ad esempio, del filosofo greco Epimenide (VI a.C.), di cui parla Diogene Laerzio nel suo Vite di Filosofi (III sec. d.C): il padre lo inviò da ragazzo in cerca di una pecora che si era perduta, ma Epimenide si smarrì nella campagna e per proteggersi dal caldo si rifugiò in una grotta e lì si addormentò. Dormì per 57 anni, e quando si risvegliò e tornò al suo villaggio, trovò che tutto era cambiato. Per nobilitare la leggenda del filosofo, Diogene sostiene che questi non dormì affatto, piuttosto si fermò per 57 anni a “meditare”.

La storia di Epimenide, però, ha poco a che vedere con la bella addormentata. La versione più antica di questa fiaba sarebbe quella indiana, e ha diverse varianti: la più nota è la storia di Surya Bai. Si tratta di un racconto orale molto lungo e pieno di peripezie: della fanciulla si narrano dettagliatamente l’infanzia e la giovinezza, e si descrivono le capacità di metamorfosi che le consentono di trasformarsi perfino in fiore e in frutto. Surya Bai è la bellissima figlia di una lattaia e viene adottata dalle aquile. Un giorno, però, viene ferita dall’unghia di un orco e cade in un sonno simile alla morte. Surya verrà risvegliata da un Raja, che le sfilerà dalla mano l’unghia dell’orco, rimasta conficcata, e annullerà così il maleficio. Ma la fiaba indiana non finisce con le nozze tra la bella e il suo re. Nella seconda parte del racconto, infatti, la narrazione si sposta presso la corte del Raja, il quale, secondo la consuetudine indiana, ha anche altre spose. Una di esse è gelosa di Surya Bai e provoca così una serie di vicende legate al tema dell’antagonista come rivale in amore e che evidenziano della fanciulla la bontà e la virtù.

Un altro illustre antecedente della bella addormentata è la Valchiria Brunilde, che compare nelle saghe nordiche, come l’Edda in versi e il Cantar dei Nibelunghi.Brunilde Protagonista di questi repertori leggendari, in realtà, è l’eroe Sigurd, che conquista l’amore della bella Guthrun. Il fratello di lei, Gunnar, è innamorato di una Valchiria, Brunilde, e aspira a sposarla, ma questa giace addormentata in un castello protetto da una barriera di fuoco. Sigurd accetta di prendere le sembianze di Gunnar e di tentare l’impresa al posto suo, così si mette in viaggio e riesce infine a raggiungere il palazzo in questione e a superare il fuoco magico che lo protegge, fino a trovare Brunilde in una torre rivestita di scudi. La fanciulla, profondamente addormentata, indossa un elmo e un’armatura così aderente da sembrare attaccata alla sua pelle. Sigurd squarcia la corazza con la spada e la Valchiria, liberata da quella prigione di ferro, si desta dal suo sonno. Racconta così la sua storia: in quanto guerriera, era riuscita a sconfiggere in battaglia il prode Hjalmgunnar, protetto dal dio Othin. Quest’ultimo, per vendicarsi, la punse con una «spina del sonno» e la fece cadere addormentata. Solo un uomo senza paura avrebbe potuto svegliarla e Brunilde, prima di assopirsi, giurò che si sarebbe concessa in sposa soltanto a lui. Sigurd, però, ha promesso di cederla al futuro cognato e così, senza toccare la fanciulla neppure con un dito, la conduce da Gunnar e i due uomini si scambiano di ruolo all’insaputa di lei. Quando Brunilde, sposata a uno che non è il suo salvatore, scopre l’inganno, giura di vendicarsi. E in effetti riuscirà a far uccidere Sigurd, ma poi, divorata dal rimorso, si toglierà la vita.

La storia epica di Brunilde, come è evidente, è ben lontana dai toni concilianti della fiaba. Agli antipodi della “tragicità” nordica si pone il racconto goliardico del Roman di Perceforest, che narra il singolare amore di Troilo e Zellandina.

Il romanzo, in sei libri, è opera di un anonimo autore che scrisse tra il 1320 e il 1340 e che dichiara di aver tradotto dal greco un vecchio manoscritto in cui si raccontava la storia della Gran Bretagna dall’epoca pre-romana all’età cristiana. La storia di Troilo e Zellandina è ambientata dunque nell’antichità, «al tempo di Greci e Troiani» dice il traduttore, e si trova a conclusione del terzo libro. I due protagonisti, sempre a detta dell’anonimo, sarebbero gli antenati del famoso Lancillotto, cavaliere di Re Artù. Il Roman di Perceforest non ha il tipico tono “cortese e cavalleresco”, ma assume accenti piccanti e un gusto tra il burlesco e il comico.

La storia è la seguente: la principessa Zellandina è innamorata di Troilo, ma il padre di lei vuole verificare il valore del giovane prima di dagli in sposa la figlia. Così, gli affida una missione da portare a termine, ma alla partenza di Troilo, Zellandina piomba in un sonno incantato dopo aver giocherellato con un fuso e un filo di lino stregati. Il padre, allora, la rinchiude in una torre e la fa deporre su un letto completamente nuda. Questo particolare un po’ morboso è presente solo nel Roman di Perceforest, che afferma un gusto per i dettagli maliziosi. Quando Troilo fa ritorno, viene a conoscenza della “malattia” che ha colpito la sua amata. Così, con l’aiuto di Venere e di Zeffiro, un demone-folletto, il giovane scala la torre e, trovandosi davanti la bella Zellandina nuda sul letto, piombata in un sonno profondissimo, si unisce a lei stuzzicato da Venere. Altro che bacio, quel giorno viene concepito un bambino. Sarà proprio la nascita del figlio a provocare il risveglio di Zellandina, poiché, venendo al mondo, il piccolo rimuoverà il filo di lino che provocava il sonno della madre.

Come si è potuto notare, nella storia del Roman di Perceforest non ci sono fate madrine o streghe. Tuttavia, alla nascita di Zellandina, sulla culla della neonata, sono presenti in qualità di levatrici tre dee: Lucina (epiteto di Giunone, che indicava il ruolo di protettrice delle partorienti e di coloro che “danno alla luce” dei figli), Temi, dea della giustizia, e Venere, divinità dell’amore e della bellezza.

Tra le molte versioni della fiaba, possiamo citare Chrétien de Troyes e Maria di Francia. In quest’ultima, la protagonista scopre che il principe di cui è innamorata è già sposato e per lo shock piomba in sonno profondissimo. Nelle versioni russa, francese e catalana della fiaba, come accade nella storia di Troilo e Zellandina, il principe non sveglia la sua bella, ma la deflora e la rende gravida nel sonno.

Nella raccolta dei fratelli Grimm, la fiaba della bella addormentata ha come titolo Rosaspinail nome della protagonista: Rosaspina. Si racconta la storia di un re e una regina che desideravano ardentemente una figlia, ma questa non arrivava. Un giorno, mentre la regina faceva il bagno (non si capisce bene dove), spuntò un gambero (sì, avete capito bene) che le predisse che avrebbe avuto una bellissima bambina. Altre edizioni della raccolta dicono che ad apparire fu una rana, ma la sostanza non cambia. Di lì a poco, la regina e il re ebbero una bellissima figlia, e tale era la loro felicità che vollero condividerla con tutto il regno dando una grande festa. Invitarono anche le fate, perché fossero “benevole e propizie” alla bambina. “Ma” direte voi “si dimenticarono di invitarne una”. Invece no. Le fate del regno erano tredici, ma i due reali coniugi dovettero rinunciare a invitarne una per un calcolo ben preciso: infatti, possedevano soltanto dodici piatti d’oro per il pranzo e quindi poterono invitare solo dodici fate. Dopo la festa, ogni fata offrì alla piccola un dono: chi le donò la virtù, chi la bellezza, chi la ricchezza, e così via. Ma prima che l’ultima delle fate presenti potesse dare il suo dono, arrivò la tredicesima fata, che, in collera per essere stata esclusa, era intenzionata a vendicarsi. Così, maledisse la piccola, assicurando che allo scoccare del suo quindicesimo compleanno (non il sedicesimo) si sarebbe punta con un fuso e ne sarebbe morta. Come noto, l’ultima fata mitigò quell’anatema: la bambina non sarebbe morta, bensì si sarebbe addormentata e il suo sonno sarebbe durato cento lunghi anni. La principessa non venne allontanata dal palazzo, ma crebbe in bellezza lì e, per quanto il re avesse ordinato di bruciare tutti i fusi del regno, la maledizione si compì.

Il giorno del quindicesimo compleanno della fanciulla, il re e la regina pensarono bene di uscire e di lasciarla sola nel castello. Così, la ragazza girò in lungo e in largo per il palazzo fino ad arrivare in una stanza chiusa a chiave, in un’alta torre, dove si nascondeva la tredicesima fata, travestita da nonnina e con un fuso in mano. La piccola volle provarlo, si punse e cadde addormentata. Con lei vennero avvolti nell’incantesimo anche tutti i servitori, gli abitanti e gli animali del castello, perfino il re e la regina, ormai di ritorno. Così, attorno al maniero prese a crescere una fitta foresta di spine e la bella che vi dormiva dentro divenne nota dovunque come Rosaspina. I principi che si addentravano nel roveto allo scopo di raggiungere il castello, attirati dalla leggenda della “bella addormentata”, rimanevano impigliati tra le spine e morivano miseramente. Passarono gli anni. Un giovane principe, che aveva ascoltato dal nonno la storia di Rosaspina, si imbatté in un vecchio, il quale gli parlò del roveto che circondava il castello. Il principe decise di provare a penetrarvi per vedere la principessa della leggenda. Ma dal momento che i cento anni erano appena trascorsi, quando questo fortunato si fece avanti, non trovò spine, ma fiori bellissimi che si ritrassero al suo passaggio e lo fecero entrare. Il giovane riuscì a trovare Rosaspina, la svegliò con un bacio e i due si sposarono con grande sfarzo. Niente draghi né figli, in questa fiaba dei Grimm, e scarsa crudezza.

Fiabe-Italiane-1Ci rifaremo con la versione calabrese della storia, riportata da Italo Calvino nelle sua raccolta di Fiabe Italiane: il titolo della fiaba di origine calabra è La bella addormentata ed i suoi figli. Questa versione è assai simile a quella di Giambattista Basile, “Sole, Luna e Talia”, del 1634. Anche nella variante calabrese, infatti, la principessa si chiama Talia, ma Calvino le cambia il nome in Carola per motivi di assonanza, come vedremo.

La storia è presto detta: questa volta la regina che agogna una figlia non riceve la profezia di un gambero, ma si rivolge alla Madonna, facendo un voto un po’ sinistro: «Madonna mia, fammi avere una figlia, anche se fosse per farmela morire a quindici anni per essersi punta col fuso». Quasi avesse già letto la trama, questa regina viene accontentata e le nasce una bellissima bambina che i genitori chiamarono Carola. Solo al quindicesimo compleanno della piccola, la regina ricorda il suo sciocco voto e ne parla al re suo marito, che mette subito al bando tutti i fusi del regno e, per un eccesso di zelo, fa chiudere la figlia a chiave nella sua stanza. Niente fate, né streghe. Vale la pena citare una parte della fiaba di Calvino:

«Sola nella sua stanza, Carola si divagava affacciandosi alla finestra. Bisogna sapere che una vecchia che abitava là di fronte (si sa come sono fatti certi vecchi: pensano ai fatti loro e perisca il mondo non s’incaricano d’altro) s’era conservata un fuso e un batuffolo di bambagia, e quando le veniva voglia, quatta quatta, faceva una filatina. Filando alla finestra per prendere un po’ di sole, la vecchia fu vista dalla figlia del Re».

Insomma, non si tratta di una vendetta per un invito mancato, ma delle disobbedienze di un’arzilla signora che continua a filare la sua bambagia in barba all’editto del re. Ma quando Carola vede il fuso dalla finestra, chiede alla vecchia di provarlo e quella, senza pensarci un solo istante, glielo passa tramite un panierino, come si usa in certe piccole città del sud, e in cambio la vecchietta riceve in regalo una borsa di denari. La principessa, al terzo tentativo di filatura, si punge: la punta del fuso le si conficca sotto l’unghia del pollice destro e lei cade a terra apparentemente morta.

Il re e la regina, quando lo scoprirono, non vollero seppellirla: fecero costruire un castello in cima a una montagna, senza porte ma con una sola finestra in alto, e dentro, su un letto, fecero coricare la figlia, che era bella come fosse ancora viva. Ma prima le fecero indossare quello che sarebbe dovuto essere il suo abito da sposa, confezionato con sette sottane ricoperte di campanellini d’argento, i quali, benché generalmente ignorati nella versione più famosa della fiaba, (fidatevi!) torneranno assai utili.

Molto tempo dopo, un giovane Re rimasto orfano di padre andò a cacciare vicino al castello senza porte e quando lo vide, dato che i cani abbaiavano senza sosta, si incuriosì. Tornò dunque con una scala di seta, la lanciò alla finestra e vi si arrampicò. Trovò Carola su un letto d’oro e di fiori, che sembrava morta, ma era così bella e calda, che il principe capì che era ancora viva. Prese quindi a baciarla. E la fanciulla si svegliò? Niente affatto! Nella fiaba calabrese, il principe la bacia e la fanciulla continua a dormire placidamente. Ma lui, ormai innamorato cotto, continuava a venire a trovarla di nascosto nel castello. Dice allora Calvino:

«Tanto fu l’amore di questo giovane Re, che all’addormentata nacquero due gemelli, un maschietto e una femminuccia, belli che così non se n’erano mai visti».

Come nel caso di Zellandina, anche qui i figli sono la salvezza della madre: infatti, i piccoli appena nati mostrano una gran fame, e il maschietto cerca qualcosa da succhiare finché non trova il pollice della mamma addormentata e succhiando succhiando ne trae fuori la punta del fuso.

Così Carola si svegliò e il principe, felice come non mai, promise di tornare a prenderla l’indomani e farne la sua sposa. Ai bambini, misero il nome di Sole e Luna, ed essi rimasero con la madre. Fine? Per nulla. La storia è solo a metà.

Lavinia Scolari

Scritto da Francesco La Manno

Blogger, recensore, saggista, curatore specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente di Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia.

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