Luoghi degli Annali Apocrifi: Cnosso

Gorthyna, la nuova capitale romana, era una città indaffarata.

Navi da ogni parte dell’Impero andavano e venivano senza sosta, portando a Creta volti di ogni tipo: mercanti pronti ad aprire bottega, ricchi patrizi con un sontuoso seguito di servitori e borseggiatori in cerca di fortuna. A Creta, si diceva, la Fortuna propiziava gli uomini. In realtà, Tilemachos apprese la verità al calar del sole, da una banda riunita nell’angusto retro bottega di un orafo.

«Ptonia, l’Antica Signora di Creta vigila ancora sui figli di Minosse.» Andriana infilò una mano fra i seni mostrando un ciondolo a forma di toro. Non sembrava particolarmente antico. «Dicono che hai sangue minoico nelle tue vene. Se è vero hai la benedizione della Dea.»

Tilemachos frugò nel borsello di cuoio appeso alla cintura; ne aveva uno identico, solo più usurato. Era stata sua madre a darglielo. Dove era andato a finire? I sette uomini che formavano il resto della banda lo guardavano con l’aria di chi si aspettava di essere ingannato. Non sarebbe stato semplice convincerli che sua madre, la schiava di un senatore romano, era originaria di Creta. Alla fine Andriana osservò a lungo il monile, parlottò con gli uomini in uno strano dialetto greco e gli diede indicazioni per la notte successiva: «Ci raggiungerai da solo, a Cnosso, lì verrai iniziato.»

«Cnosso? Credevo che il palazzo fosse stato distrutto.»

«La mano degli uomini non può distruggere il potere della Dea.»

Tilemachos deglutì, allibito per quanto stava accadendo. Andriana era intenta a denudarsi il seno, tutt’intorno gli uomini presero a muggire e bere passandosi di mano in mano una coppa di metallo. Sì, li avrebbe raggiunti, rispose. Il frastuono era tale che nessuno fra i presenti notò il tremolio della sua voce. In cosa si stava andando a cacciare? Andriana lesse l’incertezza dei suoi occhi.

«E che nessun romano sappia la verità» gli raccomandò, allusiva.


 

Nel terzo libro dell’Eneide, Virgilio scriveva che «Creta, isola del grande Giove, giace in mezzo al mare» [1]. In effetti, il poeta rende il termine ‘mare’ con il vocabolo derivato dal greco pontos che significa anche ‘passaggio’, ‘collegamento’. Nulla di più appropriato: Creta dista equamente da Cipro e dalla Sicilia, da Troia e dalla foce del Nilo. La sua posizione centrale nel Mediterraneo orientale giustifica il ruolo che Creta ebbe nella storia. Culla della civiltà minoica, patria di Giove, del leggendario sovrano Minosse e del Minotauro. Omero, nell’Odissea, descrive Creta all’epoca del suo massimo splendore, con una popolazione numerosa e novanta città fra cui Cnosso: «dove Minosse per nove anni regnò, che solea favellare con Giove [2].»

Arthur Evans e la scoperta di Cnosso

La nostra storia inizia nell’Agosto del 1876, due anni dopo la scoperta di Troia da parte di Heinrich Schliemann (1822 – 1890). Dopo aver portato il cosiddetto ‘Tesoro di Priamo’, l’archeologo tedesco scava a Micene nei dintorni della porta dei leoni. Di nuovo, le fatiche di Schliemann vengono premiate. L’archeologo porta alla luce cinque tombe che attribuisce ad Agamennone e alla sua famiglia. In realtà, misurazioni successive datano la famosa maschera d’oro fra il 1500 a.C. e il 1550 a.C, ben tre secoli prima della guerra di Troia. Ciò che Schliemann scoprì realmente non fu la tomba degli Atridi, bensì l’esistenza di una civiltà, quella micenea, anteriore all’epoca di omero. Il mondo accademico del tardo ‘800 ne fu scosso. Bisognava ammettere che la storia del Mediterraneo (ma anche dell’Europa e dell’intero Occidente!) doveva essere retrodatata di almeno un millennio, e che i Greci non derivarono la loro cultura soltanto dall’Oriente ma da una civiltà che li aveva preceduti.

Fu evidente che il tesoro riportato alla luce da Schliemann a Micene presentava analogie con i primi reperti emersi a Creta. Gli scavi quindi si spostarono sull’isola alla ricerca di Cnosso, delle novanta città citate da Omero. Alla ricerca della antiqua exquirite matrem virgiliana. A compiere l’impresa fu un uomo che Schliemann aveva incontrato durante le campagne di scavo a Micene: l’inglese Sir Arthur Evans (1851 – 1941), archeologo proveniente da una facoltosa famiglia di commercianti che contava, fra i suoi componenti, anche numerosi eruditi e studiosi.

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Sir Arthur Evans

Evans fu attirato a Creta dalle ricerche della Scuola Archeologica Francese di Atene. Insieme a reperti neolitici più o meno diffusi in altre regioni mediterranee, furono rinvenuto vasi appartenente a una cultura ancora sconosciuti. Gli scavi diretti da Evans iniziarono nel 1900 e portarono alla luce le rovine del Grande Palazzo di Cnosso, del Piccolo Palazzo e della Villa Reale; le tombe reali di Isopata e la necronopoli di Zefer-Papura. La preistoria pre-ellenica dell’Egeo stava rivelando il proprio volto. Per anni Evans studiò, catalogò e ordinò la quantità di materiale scoperto, compilando una delle più imponenti opere che la storia dell’archeologia ricordi.

Cnosso, il Palazzo, il Labirinto

Addentriamoci a Cnosso.

Sulle prime, il Palazzo si presenta come un susseguirsi irrazionale di ambienti. Appartamenti, sale di rappresentanza, santuari, magazzini, laboratori d’artigiani. Cnosso sfrutta il naturale declivio del terreno ricavando ambienti su livelli diversi, collegandoli con ampie e piccole scale, aprendovi terrazze e giardini pensili, logge e colonnati affacciati sul panorama dell’isola. La pianta del Palazzo è complessa e sembra esprimersi in una piena libertà architettonica, caratteristica tipica del mondo minoico. Numerosi pozzi luce permettono al sole mediterraneo di invadere gli ambienti, assicurando al tempo stesso ombra e frescura ai più reconditi meandri del Palazzo.

Camminando fra le rovine di Cnosso si ha quasi l’impressione di perdersi all’interno di un dedalo. Effettivamente, il vocabolo ‘Labirinto’ deve la sua origine alla parola lidia ‘Labrys’ che indicava propriamente l’ascia bipenne, oggetto di culto minoico. Quest’arma, fabbricata a Creta già dal 2400 a.C. e rinvenuta per lo più presso i luoghi di culto, era considerata una rappresentazione del fulmine proveniente dal cielo. La sacralità dell’ascia bipenne è strettamente legata al culto del toro; l’ascia lo priva le corna, ne beve il sangue e trasferisce la forza guerriera e generatrice dalla bestia all’uomo.

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Sala del Trono del Palazzo di Cnosso

La talassocrazione cretese

Nella metà del III millennio a.C. la Grecia continentale è ancora arretrata rispetto alla controparte insulare. Il rapido subordinarsi delle isole minori, come le Cicladi, determina l’istituirsi di una talassocrazia cretese.

La posizione geografica fu il principale fattore che influì nel successo commerciale di Creta. Ponte naturale fra l’Occidente e l’Oriente, gli artigiani minoici entrarono in contatto con le popolazioni dell’Italia Meridionale, importando da queste lo stagno che le carovane trasportavano dall’Iberia, dalla costa bretone e dalla Cornovaglia [3], producendo manufatti di bronzo. La rete commerciale cretese si estese toccando persino l’Egitto, trovando un mercato fiorente. Nelle pitture egizie iniziano ad apparire i Keftiù, i “popoli del mare”, che portano doni per i faraoni. A conferma della tesi, sono stati rinvenuti i corrispettivi doni recanti i cartigli delle dinastie egizie. Siamo intorno al 2000 a.C., a Cnosso, Festo e Mallia sorgono i cosiddetti ‘Primi Palazzi’.

Quasi contemporaneamente, due eventi stravolsero lo scacchiere del Mediterraneo Orientale: il primo, fu la conquista ittita di Babilonia; il secondo fu l’invasione della Grecia continentale degli Achei. Si trattava di un popolo bellicoso che spazzò ogni traccia della civiltà pre-elladica assimilando con facilità gli elementi minoici pur preservando intatto il proprio nucleo guerriero. Ma torniamo a Creta, seguiamo il corso delle evidenze archeologiche: intorno al 1750 a.C. la civiltà dei Palazzi cadde per poi essere nuovamente ricostruita nel giro di mezzo secolo.

L’epoca dei ‘Secondi Palazzi’ segna un crescendo dell’arte, dell’architettura e dell’artigianato a Creta. Gradualmente il commercio minoico si volge verso la Grecia poiché l’Egitto, intorno al 1600 a.C, è schiacciato dal dominio degli Hyskos e non garantisce più un solido mercato. La penetrazione di Creta nella Grecia continentale è pacifica ma allo stesso tempo profonda: elementi cretesi e achei si fondono in una cultura mista, quella della civiltà micenea. Nascono roccaforti sopraelevate, dall’aspetto imprendibile come quella di Micene e Tirinto, ma che all’interno svelano una sensibilità tutta minoica, fatta di pitture murali, mobili, vasi e stoviglie in oro massiccio. La cosiddetta maschera di Agamennone rappresenta bene l’aspetto dei nuovi regnanti micenei, barbuti e rudi, ben diversi dai Signori di Cnosso che possiamo immaginare snelli e glabri, sulla scia delle rappresentazioni murali del Palazzo.

Il dominio di Creta sull’Attica e sull’allora piccola Atene può essere ravvisato nel mito del Minotauro e nel tributo annuo di sette giovani e sette vergini che Atene doveva inviare a Minosse.

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Signori stranieri in una pittura egizia (tomba TT39). Il secondo sulla destra è stato identificato come un cretese (Keftiù).

 

La caduta di Cnosso, l’enigma della scrittura

Dopo aver assunto la totale egemonia dell’isola, Cnosso capitolò, stando alle originarie ricostruzioni dell’Evans, intorno al 1400 a.C. Un dato è significativo: nel cantare la caduta di Troia (avvenuta intorno al 1250 a.C), Omero cita fra le fila degli Achei Idomeneo, re di Creta e nipote di Minosse. Se si assume una certa fondatezza storica dell’Iliade, peraltro confermata dalle scoperte di Schliemann, appare evidente che la storia di Cnosso non può terminare con la caduta del 1400 a.C.

Evans ipotizza una successiva ‘rioccupazione’ di Cnosso da parte di un gruppo di cretesi scampati alla catastrofe. In questo contesto, che dovrebbe includere l’Idomeneo omerico, il Palazzo di Cnosso è lontano dai fasti dei secoli precedenti e soltanto alcune aree sono nuovamente abitate fino al 1200 a.C. circa.

Il fulcro della tesi di Evans sulla caduta di Cnosso è costituito dagli archivi di tavolette che l’archeologo trovò durante gli scavi di Cnosso. Si trattava di cretule disposte ordinatamente all’interno di ciò che rimaneva delle scatole che le contenevano. Dato che gli scribi cretesi scrivevano su tavolette di argilla che limitavano a far essiccare al sole, dobbiamo vedere nel loro stato di conservazione una prova dell’incendio che distrusse il Palazzo e che, di fatto, consegnò alla storia gli archivi di Cnosso fatti di un materiale di per sé poco durevole.

A fronte di un’analisi comparata delle tavolette, Evans classificò due diversi tipi di scrittura: la lineare A, che mostrava un carattere di stilizzazione rispetto ai primitivi pittogrammi, e la lineare B che invece colmava il divario fra il simbolo geroglifico e il segno. La somiglianza fra le due scritture indusse Evans a postulare una completa continuità etnico-culturale nei ritrovamenti archeologici della storia di Cnosso.

Per tutta la vita di Evans la scrittura lineare B rimase indecifrata. In una conferenza stessa, l’archeologo sosteneva che il cretese doveva identificarsi con qualche lingua egea per certi versi simile all’Etrusco [4].

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Tavoletta incisa con scrittura lineare B, tratta dall’archivio di Cnosso

La risoluzione dell’enigma della lineare B si deve a Micheal Ventris (1922 – 1956), architetto e linguista britannico, nonché appassionato di archeologia. Andando contro l’opinione dei maggiori studiosi e dello stesso Evans, Ventris ipotizzò che il cretese fosse una lingua flessiva, come il latino o il greco, e in quanto tale presentasse nella sintattica una radice fissa e una desinenza variabile. Analizzando la quantità di ritrovamenti disponibili, Ventris classificò le particolarità del flessivo cretese, scoprendo incredibilmente e contro l’opinione dei molti, che il cretese era una forma arcaica di greco. La dimostrazione eloquente a cui tutti dovettero arrendersi fu la ‘tavoletta del tripode’ rinvenuta a Pilo che rappresentava l’oggetto in questione riportandone accanto la parola.

La decifrazione della lineare B permise di guardare con occhi nuovi l’invasione dorica che gettò la Grecia nel medioevo oscuro che precedette il periodo di Omero. Le tavolette di Pilo testimoniano la vita quotidiana dell’epoca micenea fatta di assegnazioni terriere e procedimenti amministrativi. Fra le righe, tuttavia, si scorge l’inquietante emergenza che la pressione dorica mise alle fortezze micenee. Abbiamo la suddivisioni di gruppi di profughi in partenza dalla Grecia, gli elenchi delle assegnazioni di bronzo al tempio di Ptonia, la Signora, adesso riutilizzato per forgiare «punte di lance e di frecce.»

La rivelazioni dell’archivio di Pilo pose in dubbio l’intera cronologia della storia egea. Se la lingua scoperta a Cnosso e a Pilo era la medesima – il greco arcaico – bisognava considerare Cnosso sotto l’egemonia micenea o Pilo sotto quella minoica? E soprattutto se la datazione indiscutibile di Pilo era datata al 1200 a.C., come era possibile sostenere che le tavolette di Cnosso, del tutto simili per lingua e contenuto, fossero anteriori di due secoli all’invasione dorica?

Un errore illustre

Fu il filologo Leonard Palmer (1906 – 1984) fra i primi a sollevare clamorosi dubbi sulla ricostruzione effettuata da Evans, largamente accettata negli ambienti accademici dell’epoca. Palmer basava le sue deduzioni su un’analisi prettamente linguistica: data la perfetta coincidenza linguistica, le tavolette di Pilo e Cnosso testimoniavano la medesima organizzazione sociale (micenea e non minoica). Di più, date piccole varianti linguistiche che avvicinavano le tavole di Cnosso al greco classico era persino ragionevole supporre che Cnosso cadde dopo Pilo, sempre per mano dei Dori, e non per una rivoluzione interna o un’invasione achea, come sosteneva Evans.

Naturalmente, per poter essere comprovata, l’audace tesi di Palmer richiedeva prove archeologiche che puntellassero le deduzioni di natura linguistica. Il supporto decisivo alla tesi di Palmer arrivò dall’archeologo statunitense Carl Blegen (1887 – 1971) che, dall’alto della sua autorità accademica, dichiarò la necessità di rivedere minuziosamente tutta la documentazioni relativa agli scavi di Cnosso che stava alla basa del monumentale lavoro di ricostruzione effettuato da Evans. Così, nel 1960, proprio Palmer che da otto anni lavorava all’Ashmolean Museum of Oxford riesumò dagli archivi sotterranei i voluminosissimi taccuini stilati da Evans e dal suo più fidato collaboratore, Duncan Mackenzie, durante gli scavi di Cnosso.

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Taccuino annotato da Evans

Gli appunti di Evans erano frammentari, talvolta molto rapidi o incompiuti; quelli di Mackenzie invece erano meticolosi, chiari e provvisti di schizzi di piantine e quadrettature di riferimento e servirono come raffronto rispetto a quanto riportato da Evans. Analizzando criticamente la mole di materiale, scorporando il dato archeologico dalla supposizione, Palmer scoprì che Evans aveva basato la datazione dell’archivio di Cnosso su un’unica prova: un frammento ceramico il cui stile tardo minoico II (1450 – 1400 a.C.) si accordava perfettamente con la ricostruzione operata dall’archeologo. A partire da quell’unico coccio, Evans aveva effettuata una minuta ricostruzione degli eventi che avevano portato alla caduta di Cnosso. Naturalmente, accanto alle tavolette erano presenti abbondanti resti risalenti a un’epoca più recente, Tardo Minoico IIIb (1300 – 1200 a.C.) che Evans, fedele alla propria ricostruzione originaria, aveva imputato alla ‘rioccupazione’ successiva di Cnosso.

Risultò chiaro, a quel punto, che la ricostruzione effettuata dall’archeologo andava rivista: intorno al 1400 a.C., la crescente potenza micenea era ormai in grado di rivaleggiare con quella minoica al punto da sottrarne il dominio commerciale. Gli achei soppiantarono la dinastia regnante a Cnosso: si trattò di una rivoluzione che non lasciò tracce archeologiche poiché, come abbiamo detto, gli achei avevano assorbito molti elementi della cultura cretese. Dopo il 1400 a.C., lungi dal decadere, Cnosso visse lo splendore cantato da Omero e intorno al 1200 a.C. i discendenti di Idomeneo capitolarono sotto la mano dei Dori che aveva già conquistato le roccaforti micenee continentali.

Cnosso nel Fantasy Mediterraneo

 Abbandoniamo le paludi nebbiose della storia e cerchiamo approdi sicuri sul versante della letteratura. Se i labirintici corridoi di Cnosso hanno stuzzicato la vostra curiosità, vi segnalo due letture in tema.

La prima è l’Impero dell’Oscuro di Jack Williamson, di cui potete leggere una mia recensione. Williamson è un autore particolarmente longevo e prolifico. Il suo lascito più importante va alla fantascienza e in particolare alle space opera, genere che contribuisce a strutturare con la fortunata serie iniziata nel 1934 con la Legione dello Spazio. Il suo libro vi porterà a Creta reinterpretando il mito di Teseo e la conquista degli Achei.

La seconda lettura è targata Italian Sword&Sorcery Books: le Cronache del Sole Mortale di Alberto Henriet narrano le peripezie dell’eroe miceneo Skyllias alle prese con Axis, scienziato e negromante, che tiene prigioniera la Regina Hesta a Knossos.

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Note

[1] Virgilio, Eneide, III, 94.

[2] Omero, Odissea, XIX, 20 – 21

[3] https://www.travelgeo.org/vie-dello-stagno/

[4] Sull’origine degli Etruschi e sulle influenze egee sullo sviluppo della lingua si consulti Gli Etruschi di R. A. Staccioli, Tascabili Newton (1994)

Bibliografia di riferimento

C. Dufay, la civiltà minoico-cretese. Edizione Ferni (1976)

C. Milani, I Palazzi di Creta. De Agostini (1981)

Scritto da Giuseppe Cerniglia

Giuseppe Cerniglia, classe 1989, è originario del palermitano ma vive a Siracusa dove svolge la professione di ingegnere chimico. Nel 2013 inizia un percorso di scrittura, con la creazione di un'Europa dell'età imperiale romana che mischia elementi storici e fantasy.

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