La sapienza di Eibon – Il sangue del Sole. Cenni sulla ricorrenza e il significato del sacrificio umano nella tradizione solare mesoamericana e peruviana

Articolo di Jari Padoan.

Tratto dalla rivista Centro Studi La Runa.

Non si deve quindi pensare che gli dèi siano diversi tra loro, da popolo a popolo;

che vi siano cioè dèi greci e dèi barbari, dèi australi e dèi settentrionali.

[…] Di più, gli uomini si avvalgono di simboli consacrati

(e c’è chi ricorre a simboli oscuri, e chi a simboli più trasparenti)

guidando il pensiero sulla strada perigliosa che conduce al Divino.

Plutarco, Iside e Osiride, 67, 377

Premessa

La presente ricerca, come indicato dal titolo, intende evidenziare una serie di tratti tra i più salienti e caratteristici di un fenomeno culturale incredibilmente vasto, significativo e antico come quello del sacrificio di vittime umane nell’ambito delle pratiche cultuali delle più rappresentative civiltà arcaiche statali dell’America centrale e meridionale. Non è casuale l’accostamento che si opera tra le antiche culture mesoamericana e quelle andine, a dimostrazione di come popoli come quello dei Quechua (Incas) o degli antichi Chavìn de Huàntar dimostrino, in questo precisa peculiarità culturale, significative analogie con la tradizione dei Maya e delle culture messicane che ebbero nei Toltechi e negli Aztechi gli ultimi esempi di grandezza storica, prima del tragico epilogo di matrice colonialista europea.

La convenzionale e approssimativa tripartizione Maya-Aztechi-Incas, con cui si tende a identificare le culture precolombiane per definizione, è sicuramente motivata dal fatto che fossero le suddette civiltà a mantenere una egemonia politica e culturale quando i contingenti spagnoli si addentrarono nei territori dell’entroterra caraibico e messicano.

È pero il caso di chiarire un dato di fatto imprescindibile, forse non così scontato a chi non ha familiarità con la materia; oltre al fatto che, in realtà, nel XVI secolo l’impero messicano degli Aztechi versasse in condizioni critiche ed instabili e la cultura Maya avesse da tempo intrapreso il suo arco discendente (anche a causa delle continue e secolari invasioni e assimilazioni alle culture settentrionali, come si argomenterà in seguito), si dà il caso che le civiltà in questione fossero soltanto due propaggini di una vasta e plurimillenaria fioritura culturale, così come l’impero degli Incas che si estendeva dal Perù ai territori limitrofi rappresentava la finale apoteosi di una lunga e diversificata congerie di culture locali ben più antiche, su cui l’egemonia del popolo Quechua aveva preso il sopravvento soltanto nei secoli più recenti.

Oltre a questo, tra le principali manifestazioni culturali che possono tracciare una ideale, se non effettiva, similarità tra culture come quella degli Incas, quella dei popoli Maya e quella delle civiltà messicane che ebbero il proprio apogeo con i Toltechi e gli Aztechi vi è in primo luogo una tradizione religiosa in cui sono di assoluta preminenza i culti solari.

La concentrazione su taluni aspetti del problema del sacrificio umano, proprio all’interno di una religione che attribuiva ai cicli astronomici del Sole la massima importanza, è necessaria per le motivazioni di cui sopra e va ovviamente compresa alla luce della complessità e dell’eterogeneità pressoché infinite che inevitabilmente ci si ritrova ad affrontare, nell’accingersi allo studio di una cultura come quella dell’antica America (per il quale si rimanda alla sterminata bibliografia sull’argomento). O meglio, come accennato, è necessario parlare di una galassia di grandi culture, che vanno ad attingere al bacino di utenza di un vastissimo quadro storico, civile e culturale che, come accade ad ogni latitudine, attraverso il linguaggio della mitologia e del sacro ha modellato secoli e secoli di civiltà (basti dire che in Centroamerica l’inizio del cosiddetto periodo arcaico viene fatto risalire al 7000 a.C., quando popolazioni di cacciatori e raccoglitori nomadi diedero il via alla locale cultura neolitica, fino al II millennio a.C. a cui sono datate le vestigia della civiltà olmeca, seguita dopo qualche secolo dalla fioritura di Zapotechi e Teotihuacani).

Una mitologia e una tradizione religiosa dalla complessità vertiginosa (indissolubilmente legate agli atavici rapporti dell’homo americanus con l’ambiente naturale, con eccezionali conoscenze dei cicli astronomici, con la sfera bellica e politica attraverso la quale regni e imperi si combatterono per secoli, e con la fioritura di raffinate manifestazioni artistiche tra le più caratteristiche della Storia dell’uomo), di cui saranno dati dei riferimenti, per forza di cose sommari, utili a comprendere come il fenomeno culturale dei sacrifici umani ne sia stato un prodotto necessario.

Il sacrificio umano nella cultura Maya

Tra le principali fonti sulla civiltà Maya disponiamo di testi come i Chilam Balam e soprattutto il celebre Popul Vuh (o Popol Buj), ovvero il «libro dei consigli», considerato come il testo sacro per eccellenza di detta tradizione. Redatto posteriormente alla conquista spagnola, il testo contiene la più importante raccolta di racconti mitici cosmogonici e prescrizioni di operazioni cultuali. Altri importanti documenti in questo senso sono il cosiddetto Codex Dresda e gli scritti di Diego de Landa raccolti nell’opera Relacion de las cosas de Yucatàn (1566).

I Maya (ovvero l’antica etnia, di cui si hanno tracce culturali risalenti almeno al I millennio a.C., diffusa nelle zone di Yucatan, Honduras, Chiapas e Guatemala e divisa in vari popoli come i Quiché, i Cakquichel, i Chol e i Chontal, i cui rispettivi idiomi sono differenti pur rientrando nel gruppo linguistico maya) condividevano con le altre civiltà mesoamericane una serie di caratteristiche culturali più o meno tipiche e ricorrenti. Tali peculiarità, le stesse che erano rare o assenti presso le culture nordamericane, si possono riconoscere nelle seguenti:

  1. Un sistema di scrittura glifografico, utilizzato sulle pareti dei templi e in libri /codici di pagine ricavate da corteccia di albero, pelle di daino o di giaguaro;
  2. un assai complesso calendario di permutazione, legato a cicli agricoli e a profonde conoscenze astronomiche. In realtà erano in uso vari calendari per il rispettivo computo dei cicli mensili e annuali; si distingueva la tipologia di calendario civile e quello rituale, il primo di 365 giorni e il secondo di 260, oltre al cosiddetto calendario di lungo computo che calcolava le “grandi ere” relative ai cicli cosmici. La più antica rappresentazione litica conosciuta di un calendario tradizionale mesoamericano è opera degli Zapotechi di Monte Albán e risale al VII secolo a.C.
  3. una altrettanto complessa religione politeistica e panteistica comprendente sia divinità naturali che divinità emblematiche delle discendenze regali. Molte importanti informazioni sul “pantheon” maya ci sono pervenute dal manoscritto del XVIII secolo detto del «Rituale dei Bacab», nel quale sono riportati i nomi e gli attributi di 166 divinità, così come in vari codici precedenti alla conquista europea, tra cui il Codex Dresdensis, da cui se ne possono identificare una trentina.
  4. l’idea di mondi superiori e inferi pluristratificati, nella topografia dei quali ritornano spesso le cifre sacre del 9 e del 13, a loro volta facenti parte di un macrocosmo quadridimensionale con rispettivi dèi (chiamati bacab) e colori caratteristici dei punti cardinali, più il centro dell’universo;
  5. la prassi di sacrifici umani in occasione di festività, la cui modalità principale era la rimozione del cuore e/o della testa (azione in cui si leggono rimandi mitologici: secondo il Popul Vuh, gli dèi della morte puniscono con la decapitazione Hun-Hunahpù, uno dei due fratelli mitici discesi nel regno infero di Xibalba); una grande importanza era inoltre riservata alla consuetudine di auto-sacrificio di talune parti del corpo mediante il salasso di zone come orecchie, pene o lingua.

Proprio da questo ultimo dato emerge come fosse familiare alla cultura Maya il concetto atavico ed archetipico legato al sangue (e al suo versamento): quello di essere, per definizione, la sostanza vitale e rigenerante della natura. Anche alla luce delle intricate narrazioni mitologiche riportate nel Popol Vuh, sembrerebbe che l’uso del sacrificio umano, regolare nell’antico periodo formativo, sarebbe divenuto molto raro nel periodo classico (inquadrato tra il III e il VI secolo d.C., che vide l’espansione dei regni Maya in territori come il Guatemala e nell’odierna area messicana) per poi tornare in auge come conseguenza delle invasioni dei chichimecas. Questi erano i «popoli del cane» o «coloro che parlano in modo incomprensibile», popolazioni “barbare” armate di arco e frecce e parlanti idiomi del gruppo linguistico nahuatl, come quelle dei Mixtechi, dei Toltechi (fondatori, intorno al X secolo d.C., dell’importante centro urbano di Tullàn, o Tula) e degli stessi Aztechi, che discesero dal Messico infiltrandosi nelle zone di cultura Maya. Le prime ondate migratorie chichimeche risalirebbero ai secoli VIII-IX, coincidendo con l’inizio della fase detta post-classica della civiltà Maya.

Come in ogni grande civiltà tradizionale, anche presso i Maya un legame simbiotico univa le conoscenze dei cicli naturali e lo svolgimento dei riti religiosi. Oltre a una struttura sociale profondamente gerarchica e classista, la cultura Maya aveva antiche radici nella tradizione agricola (per assumere in seguito tratti più marcatamente solari), con una conseguente, fondamentale importanza attribuita a culti religiosi legati alla terra, alla vegetazione e alla pioggia; tant’è che le principali offerte portate nei templi religiosi erano le primizie del raccolto. Altrettanto rilevante era l’osservazione dei moti astrali, in particolare del Sole (Kin o Kinich Ahau, il «Signore Sole»), della Luna (U, «la nobile signora»), di Venere (Nohoch Ek) e della stella polare (Xamann Ek).

Il complesso e antichissimo calendario astronomico regolava gli eventi del ciclo annuale, detto tzolkin, si ricollegava non solo il computo dei 20 giorni che andavano a comporre i 13 mesi dell’anno (la medesima struttura che organizzerà il calendario azteco), ma venivano registrate anche le date del cosiddetto lungo computo.

Per il pensiero Maya (e mesoamericano) era infatti fondamentale l’idea di distruzioni e creazioni cicliche dell’universo. Tali ere cosmiche, esistenti grazie e in funzione del rispettivo Sole (che nasceva all’inizio di ogni era per sancirne la fine con la propria morte), erano costituite da un macrociclo di 13 Baktun, ciascuno di circa 4 secoli; 13 Baktun corrispondevano quindi a circa 5200 anni, il “lungo computo” a sua volta chiamato Alautun. Per la tradizione mitologica maya il mondo attuale era successivo a quello distrutto da un diluvio universale, e avrebbe dovuto conflagrare con la fine del quarto sole (il quinto, secondo gli Aztechi), distrutto da terremoti; il principale modo per mantenere tale equilibrio era ovviamente il sacrificio, tra le cui modalità rientrava anche quello umano.

Piramide di Kukulkan, Chichén Itzá.

Piramide di Kukulkan, Chichén Itzá.

Secondo un evidente concetto analogico, diffusissimo e ricorrente nelle più disparate tradizioni, la carne e il sangue degli animali e/o degli esseri umani immolati nel sacrificio ed eventualmente consumati, rappresentano una evidente forma di comunione con la divinità (come già sostenevano nel XIX secolo pionieri dell’antropologia come E.B. Tylor e William Robertson Smith).

La prassi sacrificale più diffusa nella storia della civiltà Maya sembra essere stata quella dell’asportazione del cuore; una evidente sede di sacrifici di questo tipo è il grande viale del cosiddetto Tempio dei Guerrieri a Chichèn Itza. Qui troviamo un monumentale e celebre esempio della tipologia di “altare” a funzione sacrificale detto chacmool, ritenuto un altro prodotto dell’eredità culturale tolteca: Chichèn Itza significherebbe infatti «pozzo degli Itza», nome di un popolo tolteco o di un popolo Maya comunque profondamente influenzato dalla cultura messicana.

Il chacmool si presenta come una scultura di pietra in forma di essere umano sdraiato in una particolare posizione, con la testa rivolta a ovest. Nel punto dell’immolazione tramite il taglio del petto e l’estrazione del cuore era posto un piccolo recipiente, che una volta riempito del sangue del sacrificio veniva posto nel tempio. Diffusi soprattutto in epoca postclassica, i chacmool caratterizzano zone, come si è accennato, fortemente influenzate dalla cultura tolteca.

Presso i Maya vi erano differenti tipologie e gradi di officianti del culto solare: il sacerdote detto ahkin o ah Kin (letteralmente «quello del Sole») era il più importante e assumeva soprattutto la funzione di profeta ispirato dalla divinità, conoscitore della scrittura e custode della sapienza iniziatica (che veniva insegnata agli ahkin in apposite scuole o circoli detti calmecac, istituzione che conserverà la stessa funzione e lo stesso nome presso gli Aztechi).

I quattro chac (l’omonimia con il dio della pioggia della tradizione non è casuale, in quanto gli officianti impersonavano proprio il suddetto) disponevano e immobilizzavano la vittima sull’altare sacrificale, mentre il sacerdote detto nacom aveva la funzione di squarciare il petto con un coltello di selce ed estrarre il cuore, per volgerlo in direzione del Sole; il chacmool raccoglieva in questo modo il sangue sgorgante.

È notevole come gli addetti all’operazione sacrificale fossero divisi e organizzati in una precisa struttura gerarchica, secondo la quale ogni tipologia di officiante si occupava di una singola e delineata funzione; ed è questa una caratteristica che si riscontra anche nella sfera cultuale di alcuni popoli di tradizione indoeuropea. Basti pensare al sacrificio vedico dello Agni-şţoma, la «Lode del Fuoco», ricordato nella Chāndogya Upanişad e presieduto da quattro sacerdoti (il brahman, lo hotar, lo adhvaryu, lo udgātar) che svolgevano funzioni differenti e interconnesse.

Tra le principali divinità della tradizione Maya vi era la figura di Itzamna, fondatore dello studio e della scrittura, padre del Sole e associato al culto del fuoco, che nel mito assume anche i tratti di eroe civilizzatore dalle caratteristiche sacrali. Il culto di Itzamna avrebbe inoltre gradualmente soppiantato la più misteriosa figura di Hunab Ku, un dio creatore dai tratti molto più assolutistici e soprattutto sfuggenti (anche se secondo il Popul Vuh tra i più importanti dèi primigeni vi erano le due coppie Tzacol e Bitol e Alom e Qaholom, oltre alla divinità creatrice serpentiforme Gucumatz/Kukulcan). Questa indecifrabilità di Hunab Ku, del quale non sono pervenute neppure raffigurazioni, è stata spiegata avanzando le ipotesi di una sua particolare antichità oppure, al contrario, di essere una figura sincretistica risalente al periodo coloniale europeo, date certe sue caratteristiche decisamente affini a quelle del Dio di tradizione giudaico-cristiana: il ruolo di creatore dell’universo, la definizione di “Padre”, inconoscibilità della sua vera essenza.

Molto importante, in quanto legato alla sostanza fondamentale dell’alimentazione e della cultura dei Maya era anche il culto di Yum Caax, o Yam Caax, dio del mais e della vegetazione. La coltivazione del mais, assieme a quella del fagiolo (tzizé) era praticata nell’area mesoamericana almeno dal IV millennio a.C., in coincidenza dei primi insediamenti urbani e i primi prodotti del vasellame. Si comprende quindi l’importanza del culto di Yum Caax, rappresentato come una figura dalle sembianze perennemente giovanili, al quale, si ritiene, venivano sacrificati ragazzi onde favorire e imprimere nuovo vigore ai più fortunati coetanei.

Nel periodo postclassico, probabilmente per influenze dell’assimilazione tolteca, assume grande importanza, soprattutto in un centro come Chichèn Itza, il celebre culto del serpente piumato Kukulcan (che, come accennato, assume il nome di Gucumatz presso i Maya Quiché), lo stesso che verrà venerato come Quetzalcoatl dagli Aztechi. La festa di Kukulcan cadeva nel mese di Xul, corrispondente al pieno autunno. Era nelle cerimonie perpetrate in simili ricorrenze, la tradizione sanciva la pratica dei sacrifici richiesti dagli dèi.

Come avverrà per gli Aztechi più tardi, i Maya sfruttavano in un duplice modo i prigionieri di guerra: quelli ritenuti più valorosi venivano destinati al sacrificio, gli altri utilizzati come schiavi. Uno storico esempio del sacrificio di un nemico prestigioso, ricordato nelle incisioni della Stele 2 di Aguapietra, è il caso di «Artiglio di Giaguaro», sovrano di Seibal, catturato dalle armate del signore di Dos Pilas detto «Sole Giaguaro», dopo la battaglia tra i regni di Dos Pilas e Seibal tra VII e VIII sec. d.C.

“Artiglio di giaguaro” venne mantenuto in vita per 12 anni per poi essere sacrificato previa una particolare congiunzione di Venere; in questa occasione sarebbe stata rilevante anche una decisiva partita a pok a tok. Questo era un antico gioco di società che prendeva il nome di pok a tok presso i Maya, di tlacthli o ilatchli presso gli Aztechi e in seguito denominato pelota, basato sul lancio di una palla di caucciù all’interno di un apposito sferisterio, con riferimenti simbolici ai moti astrali (in particolare i cicli di Venere, e soprattutto del Sole presso gli Aztechi) e spesso culminante in un sacrificio finale, probabilmente perpetrato sul perdente. Diffuso pressoché in tutte le culture mesoamericane, pare che già gli antichi Olmechi praticassero questo particolare e importante “sport” che, come tutto ciò che concerne la visione del mondo di un popolo tradizionale, era ovviamente insignito di precise e profonde simbologie rituali. Infatti, come il principale punto di connessione tra il mondo umano e il mondo superiore era naturalmente il tempio, il gioco del pok a tok veniva praticato in un apposito spazio (un campo da gioco tracciato a forma di H) che simboleggiava il cosmo, e i partecipanti assumevano i ruoli degli dèi primigeni in connessione con le energie cosmiche.

Una importante e precisa rappresentazione dei preparativi per il sacrificio umano si ritrova nelle bellissime pitture murali del tempio di Bonampak, nel Chiapas; un affresco della seconda sala mostra la presentazione dei prigionieri al sovrano di Bonampak, Chaan Muan. Su una piattaforma è raffigurato il signore, ornato con piume colorate, monili di giada e pelli di giaguaro, simbolo di grande valore guerriero. Il sovrano è circondato da vari dignitari e, ai suoi piedi, sono posti i prigionieri in atto di sottomissione e preparati per essere sacrificati.

Un’altra prassi diffusa perlopiù nel periodo postclassico era il sacrificio nella sede del cosiddetto cenote (tzonoot in maya antico, «pozzo sacro»), atto rituale tipicamente connesso al ciclo agricolo7 e alle piogge, attuando sacrifici rivolti al dio Chac.

Teatro di sacrifici umani forse meno cruenti di quelli che si svolgevano sulle scalinate dei grandi templi, i cenote erano grandi cavità naturali riempite d’acqua piovana in cui venivano gettati i prescelti, spesso fanciulle vergini ma anche uomini. Le grandi provvigioni d’acqua erano fondamentali nei periodi di siccità, ritenute una benedizione del dio Chac al quale erano diretti i sacrifici come ringraziamento o invocazione. Il più grande e celebre è probabilmente il cenote presso Chichen Itzà.

Per quanto riguarda le modalità di auto-sacrificio per evidenti fini ascetici, un caso del genere è illustrato nel cosiddetto rilievo della Dama Xoc, presso Yaxchilàn, risalente al 709 d.C. circa. Nell’immagine viene illustrato una tipologia di rito sacrificale forse risalente agli stessi Olmechi, consistente nella perdita di grandi quantità di sangue attraverso un traforo della lingua. È rilevante che l’immagine raffiguri una donna di nobile lignaggio (come si evince dai gioielli indossati, dalla pettinatura e dal copricapo piumato), poiché pare che la tradizione dell’auto-mutilazione sacrificale fosse caratteristica dei nobili e dei potenti e si svolgesse in presenza di musicisti e danzatori, nonché previa l’assunzione di sostanze psicotrope come il peyotl, tutti elementi che favorivano uno stato allucinatorio necessario a probabili fini iniziatici.

Il sacrificio umano presso gli Aztechi

Sostanzialmente, le fonti dirette di cui disponiamo sulla civiltà degli Aztechi o Mexica sono quelle fornite dai cosiddetti codici, ossia numerosi testi incisi su carta amatl, contemporanei e perlopiù posteriori alla conquista spagnola.

Codex Borgia

Codex Borgia.

Tra questi vi sono il celebre Codex Borgia, il Codex Telleriano-Remensis, il Codex Borbonicus e i posteriori Codex Ramirez (noto anche come Codex Tovar Relación del origen de los indios que hábitan esta Nueva España según sus Historias, attribuito a Juan de Tovar), e il Codex Huexotzinco, contemporaneo all’invasione degli uomini di Cortés che assedieranno Tenochtitlán nel 1521 (peraltro coadiuvati da contingenti locali come i guerrieri tlaxtalani, popolo nemico storico degli Aztechi contro i quali perorò una quarantennale resistenza) ponendo fine all’impero di Montezuma II. Molto importante per le informazioni sulla religione e sulla mitologia azteca è soprattutto la Historia General de las cosas de la Nueva España scritto dal francescano Bernardino di Sahagún all’epoca della conquista spagnola e pubblicato nel 1569.

I primi insediamenti aztechi nella valle del Messico risalgono soltanto alla metà del XIII secolo. Il popolo era organizzato come una società guerriera dai tratti ugualitari, formata essenzialmente da militari e contadini, in cui spiccavano i sacerdoti dell’antico culto del dio Uitzilopochtli.

Secondo il mito, il popolo azteco proveniva da Chicomòztloc, il «luogo delle 7 caverne» posto a Nord, oppure da un’altra terra settentrionale, la mitica isola di Aztlán (che ha suggerito una lontana provenienza “atlantidea”, secondo le correnti di pensiero tradizionaliste) e, sempre secondo la tradizione, la conquista delle nuove terre sarebbe stata consacrata dall’osservazione di un particolare presagio: la lotta tra un’aquila e un serpente, a cui è ispirata una significativa immagine del Codex Mendoza (testo che ha fornito grande contributo per la decifrazione della scrittura pittografica azteca).

È interessante osservare come, notoriamente, anche presso la tradizione delle civiltà classiche del vecchio continente questi animali assumessero ruoli simbolici pregni di significato (oltre ad essere rievocati nello Zarathustra di Nietzsche). L’immagine dell’aquila viene infatti assunta dall’impero azteco come emblema della propria gloria militare (singolare coincidenza, appunto, con il vessillo guerriero di Roma e con la simbologia legata allo Zeus ellenico), rivestendo quindi un’importanza culturale paragonabile solo a quella del giaguaro. Anche presso la cultura azteca caratteristiche come il valore, la forza, il prestigio e il potere erano associate al nome del felino (detto ocelotl) da parte di sovrani, guerrieri e sacerdoti, nonché, si tramandava, dagli stessi dèi. La rilevanza e l’antichità di tale simbolo sono testimoniate anche dalla tradizione mitologica, che vedeva l’era cosmica primordiale sorgere attorno a Ocelot-tonaituh, il primo «Sole-giaguaro».

Notevoli combattenti e dominatori, gli Aztechi assimilano a loro volta molti tratti delle culture precedenti innestandovi però un particolare senso mistico-guerriero (già consono alla tradizione tolteca, essendo Tula retta dalla casta militare); in meno di due secoli, dopo numerose battaglie con i popoli conterranei e una tormentata ascesa politica, il vecchio gruppo nomade diviene padrone del Messico, conquistando importanti centri politici e religiosi come Tula e Teotihuacán. A suggello di ciò venne in essere la costruzione nel 1345 di Tenochtitlán, la grande capitale del Quinto Sole sorta sulle acque del lago Texcoco.

Nella perpetrazione di istituzioni e usanze dei popoli antichi, gli Aztechi praticano il culto di Kukulcan/Quetzalcoatl e di varie altre deità di origine mixteca, tolteca o maya, oltre ad osservare il calendario rituale tradizionale, in parte riadattato. Presso la nuova civiltà statale il calendario assunse il nome di tonalpouhalli, di cui se ne ha la più celebre rappresentazione nella magnifica “Pietra del Sole”, il monolito di basalto di venti tonnellate risalente al XVI secolo conservato al Museo Nazionale di Antropologia di Città del Messico.

Il tonalpouhalli computava un anno di 260 giorni suddivisi in venti serie di tredici giorni; a ciascun mese di venti giorni era attribuito un preciso “segno” come cipactli (coccodrillo), ozomatli (scimmia), eecatl (vento) e via dicendo, e ogni mese di 20 giorni era inoltre “dominato” dal segno del suo primo giorno, che stabiliva se il mese sarebbe stato fasto o nefasto. Come da tradizione, in occasione delle numerose festività sancite dal calendario venivano praticate varie forme di sacrificio.

Per gli Aztechi, mentre i guerrieri caduti in battaglia divenivano compagni del Sole nella regione orientale del Tlalocan, così come i morti affogati e le donne morte di parto (una forma di decesso considerata altrettanto eroica, in quanto la donna moriva adempiendo alla sua naturale e nobile missione), i prigionieri di guerra erano solitamente le vittime prescelte per i sacrifici. Non a caso, il termine per “morte sacrificale” era huitzilopochtli, e la stessa parola identificava il nome del dio solare della guerra, capo delle antiche tribù nomadi, ipostasi del Sole di mezzogiorno e divinità patrona di Tenochtitlán.

Il mito di Uitzilopochtili («colibrì del Sud»), probabilmente di origine tolteca, descrive questa importante divinità come un umano, in possesso però di caratteristiche eccezionali di guerriero e sciamano; secondo alcune versioni era figlio del dio androgino originario Ometeotl, secondo altre della dea della Terra Cotlicue o, ancora, da una sacerdotessa della suddetta dea. Le caratteristiche archetipiche di Uitzilopochtili sono quelle del combattente e dell’eroe civilizzatore: nasce infatti già armato di dardi e di scudo sul monte Coatpec, nella regione di Tula, nel giorno del Solstizio d’Inverno (analogamente a Quetzalcoatl).

In modo analogo alle figure di Itzamna presso i Maya e di Kukulcan nella cultura tolteca, Uitzilopochtili agisce pionieristicamente sterminando con il suo coltello di turchese i quattrocento «fratelli meridionali», le stelle del Sud, e la sorella Coyolxauhqui, dea delle tenebre. Protettore dei guerrieri, per la tradizione Uitzilopochtili sarebbe stato l’instauratore del culto del giaguaro e dei sacrifici umani.

Collegato a Uitzilopochtili, alla sfera bellica e alla tradizione dei sacrifici umani è il culto di Tezcatlipoca, dio astrale dell’Orsa Maggiore e del cielo notturno, che, secondo il mito tolteco, aveva scacciato da Tula Quetzalcoatl (un riferimento al ciclo cosmico delle fasi di Venere).

Anche quella di Tezcatlipoca è una figura dai tratti decisamente “marziali”, ma il suo ruolo è soprattutto quello di divinità garante dell’ordine e della giustizia: chiamato lo «Specchio fumante», veniva raffigurato munito di specchi d’oro attraverso i quali osservava e giudicava le azioni degli uomini.

Anche le figure delle due deità principali sono quindi collegate, nella concezione religiosa azteca, all’idea tradizionale mesoamericana che il Sole (così come l’acqua, la terra e gli stessi dèi), per vivere e prosperare garantendo la vita al mondo, doveva essere regolarmente alimentato con sangue umano, un concetto che proprio presso gli Aztechi divenne di un’importanza assoluta, se non propriamente ossessiva.

Raffaele Pettazzoni (Introduzione alla storia delle religioni, 1965) indica questa concezione del sacrificio parlando di «sacrificio-dono», basato sull’uccisione della vittima che funge da nutrizione delle divinità (o, non meno frequentemente, di altre tipologie di esseri sovrumani, come gli antenati mitici) che in caso contrario ne soffrirebbero. Stipulando in questo modo un patto con la divinità, i sacrificanti si assicurano la sua benevolenza attraverso il sacrificato. L’atto può anche avere il significato ulteriore di «sacrificio-comunione» con l’entità superiore, ad esempio quando la vittima è concepita come identica o assimilata alla divinità: si possono ricordare i casi della Grecia classica con l’uccisione delle cerbiatte sacre ad Artemide e dell’omofagia dionisiaca, in cui il capro sacrificato e mangiato crudo doveva ripetere il destino di Dioniso fanciullo, sbranato e divorato. Nel Messico tradizionale si riscontra in questo senso un sacrificio come quello praticato nella cerimonia azteca del Tlacaxipeualitzchli (si veda più avanti).

Sorgente da Est (in azteco Acatl), dal regno paradisiaco dell’abbondanza tropicale sotto la protezione di Tlaloc, l’antico dio della pioggia e dei venti presso i Teotihuacani, il Sole era visto dagli Aztechi come ipostasi di Uitzilopochtili che ogni anno doveva rigenerarsi attraverso il sangue dei sacrifici, in un tipico rapporto di identità tra mondo umano e regioni uraniche.

Si deve inoltre tenere in considerazione che le condizioni climatiche e geologiche della valle del Messico erano caratterizzate da frequenti calamità naturali: nelle cronache della storia azteca era sopravvissuto il ricordo di un violento uragano risalente al 1464, di un’epidemia nel 1480 e di successivi, lunghi periodi di grande siccità. Uno stato di cose che non poteva che fomentare sistematicamente, nel popolo, il terrore ancestrale per la fine del Quinto Sole. Se il grande astro non fosse stato nutrito non avrebbe avuto l’energia per risorgere, interrompendo il suo ciclo naturale e mettendo così l’universo in gravissimo pericolo.

Estremamente importante a questo proposito era la celebrazione della cosiddetta «legatura degli anni» o del «Nuovo Fuoco», svolta per la prima volta secondo la tradizione nel XII secolo sulla montagna di Coatpec, e prevista dal tonalpouhalli ogni 52 anni. Era in questo giorno che il terrore per la possibile fine del Sole si insinuava particolarmente nel popolo, allo scadere di un anno iniziato il giorno 1 cipactli e terminante il 13 xochtil. La cerimonia, sicuramente uno degli spettacoli più suggestivi e significativi del mondo azteco, prevedeva uno spegnimento collettivo di ogni fuoco nell’area di Tenochtitlán. La città sprofondava così in un totale oscuramento mentre sulla cima del monte Uixcachtecatl i sacerdoti, osservando i moti delle Pleiadi, accendevano l’unico fuoco visibile nel raggio di chilometri sul petto di un prigioniero sacrificato, con metodi che prevedevano l’uso del bastone magico detto tlequauitl. Se il rito aveva successo, i messaggeri riferivano in città che il mondo aveva ripreso il suo ciclo regolare per altri 52 anni.

Come si è visto, il rito sacrificale veniva spesso e principalmente praticato su prigionieri catturati nelle battaglie, i quali assumevano per la legge azteca il ruolo di tlatlacotin, inesattamente tradotto come “schiavi” ma in realtà indicante persone non libere e obbligate a svolgere una funzione volta al servizio della collettività.

La morte eroica del condannato poteva avvenire anche nella forma del cosiddetto tlahuicole. Così era chiamato questo tipo di sacrificio dal nome di Tlahuicolli, nobile tlaxcalano catturato dagli uomini di Montezuma II e del quale rifiutò la grazia concessagli, che si svolgeva in forma di scontro gladiatorio all’arma bianca riservato ai nemici più valorosi, di cui si misuravano le loro abilità competitive in combattimenti mortali.

Ma non solo: le vittime uccise in occasione delle grandi celebrazioni festive erano spesso scelte anche tra donne e bambini appartenenti allo stesso popolo azteco. Gli amministratori principali del culto religioso, coadiuvati e diretti dalla sacerdotessa detta «donna serpente», erano i due sommi sacerdoti di Uitzilopochtili e di Tlaloc; il principale edificio di culto, il grande tempio di Tenochtitlàn, chiamato Teocalli, dedicato appunto ai due dèi. Spesso anche l’imperatore (ovvero il Tlatoani, «colui che comanda» o «colui che parla», nome dell’antica carica di comando militare) non si esimeva di uccidere personalmente vittime sulla sommità del tempio.

Le vittime sacrificali venivano solitamente bardate con i particolari paramenti attribuiti agli dèi delle rispettive festività, in modo da rappresentare fedelmente la morte e resurrezione dei suddetti. Ciò avveniva nel caso di cerimonie come quelle di Tlacaxipeualitzli e di Teotleclo.

Teotleclo, il «ritorno degli dèi» dedicato a Tezcatlipoca, veniva celebrato tra autunno e inverno (la cerimonia rappresentava il cammino percorso dal Sole nel corso dell’anno, la sua temporanea “morte” allo zenit e la sua futura rinascita).

Il prigioniero di guerra considerato più degno veniva scelto per impersonare il dio; per un intero anno veniva onorato come un re, ricoperto degli ornamenti di Tezcatlipoca e poteva disporre di ben quattro donne e di un piccolo seguito personale. Al giorno convenuto, veniva recato in cima al tempio di Tenochtitlàn, afferrato da quattro sacerdoti e steso su lastra di pietra sacrificale. Il cuore veniva strappato, e la testa mozzata, dopo essere stata ratta rotolare giù per la scalinata occidentale (evidente riferimento alla discesa del Sole al tramonto), andava poi collocata nell’apposito tzompantli del tempio. Questo era un tipo di intelaiatura in legno documentata in diverse culture mesoamericane, che veniva usata per l’esposizione pubblica dei teschi umani delle vittime sacrificali.

La prassi della decollazione pare fosse in auge, secondo l’usanza tipicamente mesoamericana e sudamericana, come riflesso del concetto di una totale appropriazione dell’energia vitale della vittima. Questa idea del cranio come sede del potere dell’individuo sarebbe riscontrabile già dall’epoca olmeca (considerando le caratteristiche sculture litiche a forma di gigantesche teste, rinvenute nel sito di La Venta e San Lorenzo e risalenti al I millennio a.C.); il medesimo concetto ritorna nella cultura Maya come si può osservare negli affreschi di Bonampak, nella raffigurazione di un prigioniero sconfitto e trattenuto per i capelli da un capo militare, fino alle culture indigene dei Caxinauà brasiliani, degli Uitoto diffusi tra Perù e Colombia e degli Jivaros ecuadoriani (presso i quali è caratteristica la pratica della conciatura del cranio decapitato detta tzantza, termine dalla singolare assonanza con l’azteco tzompantli).

Le donne azteche venivano sacrificate in riti finalizzati a propiziare la fertilità della terra. In sacrifici come questi, le donne danzavano rappresentando le dee della terra, prima di essere uccise dai sacerdoti. Questo esempio dimostra come spesso i riti aztechi assumessero la forma della pantomima, accompagnata da musica sacra (analogamente a quanto avveniva presso i Maya).

Anche la festività dal programmatico nome di Tlacaxipeualitzli era un’accezione particolarmente macabra di questa tipologia di rituale. Il nome della celebrazione significa infatti «scorticamento di uomini», la festa del dio Xipe Totec (il «Signore scorticato», divinità di origine mixteca che gli Aztechi adottano come altra manifestazione di Tezcatlipoca), in occasione dell’equinozio di primavera. L’usanza era di rivestire le vittime prescelte con le pelli dei prigionieri di guerra uccisi, prima che subissero l’asportazione del cuore.

La simbologia dello scuoiamento si riferiva alla maturazione del seme di mais, che perde la scorza esterna per germogliare; allo stesso modo, Xipe Totec si era scorticato per nutrire l’umanità. Ovviamente era fondamentale, nell’officio dei riti, che i minimi dettagli venissero rispettati; numerose osservanze dovevano essere tenute in considerazione nella celebrazione, come digiuni, astinenza sessuale e tabù alimentari. Punizioni come ammende o penitenze corporali erano previste per gli officianti che non agivano correttamente.

Spesso ai sacrifici seguivano episodi di cannibalismo rituale, usanza particolarmente in auge nell’epoca tarda dell’Impero azteco, quando le uccisioni sacrificali divennero una pratica di livello collettivo e statale di cui un caso indicativo rimane l’inaugurazione del tempio di Tenochtitlán, quando, secondo fonti differenti, sarebbero stati trucidati diecimila o addirittura ventimila nemici prigionieri.

Nella visione dell’Europea moderna, una pratica come quella dei sacrifici di massa con modalità alquanto efferate (celebre è l’aneddoto delle portate di carne umana, ovvero “cibo degli dèi”, offerte agli uomini di Cortés come segno di rispetto e ospitalità) non poteva che venire incompresa e condannata, e ancora maggiore è la perplessità che può nascere, ad occhi moderni, di fronte ai netti e inconciliabili contrasti che paiono caratterizzare l’antica cultura azteca.

Tale dualismo emerge evidente nel considerare, da una parte, le innegabili atrocità di massa compiute in ambito sacrificale e dall’altra opere come le graziose sculture rappresentanti il dio Xochipilli, simbolo della giovinezza, della musica e dei giochi, oppure nello scorrere celebri brani dell’antica lirica nahuatl, diversificata in numerosi generi come i «canti di guerra», i «canti fioriti» o i canti religiosi detti teocuicatl. Attribuita ad autori come sacerdoti e sovrani, da certa produzione poetica emerge una vena sognante e malinconica che vagheggia i mitici regni degli dèi e lamenta la finitudine della vita umana.

Ma proprio da una analisi in chiave tradizionalista si potrebbero desumere i motivi dell’esasperazione dei riti sacrificali che caratterizzò il tramonto della civiltà azteca, un fenomeno che si verificò in modo analogo nel periodo finale del mondo Maya. È stato sottolineato, ad esempio nel celebre Rivolta contro il mondo moderno di Evola, come al tempo della conquista spagnola la civiltà messicana si presentasse ormai decaduta in un «sinistro dionisismo» in cui il tema della guerra sacra e della morte eroica era ormai confuso e quasi surclassato dalla frenesia dei sacrifici di massa, in una sistematica distruzione della vita come disperato tentativo di mantenere il contatto con il Divino (anche fomentato, come si è detto, da condizioni ambientali estremamente ardue).

Lo stile di vita in cui versava l’impero azteco nel XVI secolo, quindi, starebbe a testimoniare che la grande tradizione messicana si trovava già da tempo sulla sua china discendente, poco prima del tragico epilogo a cui andò incontro per mano degli invasori spagnoli. I quali, per crudele ironia del destino, vennero peraltro accolti nelle terre di Montezuma proprio come emissari di Quetzalcoatl, ritornante dal suo antico esilio oltre il grande mare orientale.

Corrispondenze nella pratica del sacrificio umano all’interno dei culti solari (e lunari) presso le culture tradizionali del Perù

Anche ad una visione superficiale, è evidente come nelle tradizioni mitologiche dell’America meridionale ricorrano figure ed eventi affini a quelli tramandati dalle culture messicane e nordamericane.

È il caso degli dèi creatori o degli eroi civilizzatori, così come il ricordo di ere cosmiche precedenti (che, peraltro, rimanda naturalmente alla immane questione delle innegabili affinità, con le dovute differenze, riscontrabili in ambito indoeuropeo nella dottrina degli Yuga hindu e in quella delle età cicliche del mondo presso la tradizione ellenica e quella norrena) e di razze umane distrutte prima della creazione di quella attuale, di cui si ritrova traccia, ad esempio, presso la mitologia dei Caribi della Guyana. Particolarmente significativo e ricorrente in questo senso è il mito del diluvio, tramandato presso gli Incas e presente nella mitologia mesoamericana: come accennato, un diluvio universale avrebbe infatti sancito la fine del Sole e del mondo precedente secondo la tradizione maya e azteca, e il medesimo mito ritorna, con le ovvie e peculiari variazioni, presso i Caxinauà brasiliani.  Ancora, anche nella mitologia del Perù arcaico i più importanti riti di rigenerazione cosmica vengono messi in atto nella volta celeste da quelli che venivano considerati i tre astri principali ovvero Sole, Luna e Venere, alla cui osservazione veniva attribuita un’importanza analoga a quella che si riscontra presso le culture del Mesoamerica.

Non sorprende quindi constatare presso i più antichi popoli delle zone andine, che fondarono nel corso di secoli una serie di organizzate civiltà statali (in seguito assoggettate alla supremazia ed egemonia culturale dell’impero Inca), l’usanza di riti sacrificali con caratteristiche e modalità affini a quelle delle culture mesoamericane.

Ad esempio, analogamente alle deità come Quetzalcoatl e Uitzilopochtili, anche una importante figura della mitologia peruviana come il dio solare Inti è una ipostasi cosmica che deve percorrere il mondo notturno e ctonio, morire tramite un autosacrificio per poi rinascere ad una nuova identità recuperando il proprio ruolo nel cosmo. La stessa simbologia solare di morte e rinascita veniva assimilata alla divinità in forma di giaguaro che era venerata dall’antica cultura andina di Chavìn de Huàntar, civiltà sviluppatasi nelle Ande centrali tra il 1200 e il 400 a.C.

Stele Raimondi

Stele Raimondi

Nelle vestigia lasciate da questo popolo risalente ai primordi dell’Età del Ferro si riscontra una concezione del cosmo tipicamente dualistica, incentrata sull’equilibrio delle forze opposte (alto/basso, cielo/terra, parola/silenzio…) ricorrente in tutte le culture andine, ed è notevole come una analoga visione dualistica caratterizzasse, millenni prima e molto più a nord, il pensiero olmeco: tale concetto sarebbe simboleggiato dal glifo, non a caso significante proprio il giaguaro, detto convenzionalmente «croce olmeca». L’ipotesi di un’antichissima tradizione dalla medesima origine, alla quale avrebbero attinto tanto le più antiche culture mesoamericane e messicane quanto quelle che si svilupparono nella zona delle Ande, emerge ancora una volta alla luce di dati come questo. Non solo, ma le ricerche sugli antichi siti di Chavìn de Huàntar hanno permesso di stabilire che presso questa cultura si praticavano sacrifici umani per una divinità in forma di giaguaro, come suggeriscono le immagini effigiate sulla cosiddetta Stele Raimondi.

Allo stesso modo, risulta che anche presso il popolo dei Tiahuanaco (200-600 d.C. circa) e quello degli Wari o Huari (VI-XIII secolo d.C. circa) venissero compiuti sacrifici alla Porta del Sole a Tiahuanaco, sull’altopiano del Titicaca, importante centro religioso dedicata all’antico dio creatore Wiracocha.

Wiracocha (detto anche Wiraqucha, Viracocha o Huiracocha, identificato anche come Pachacamac nella cultura Inca), letteralmente «schiuma del mare», riassume in sé i tratti tipici della divinità inconoscibile e trascendente: creatore dell’universo e padre degli dèi e degli uomini, il suo primogenito è Inti, il Sole, sorto assieme alla Luna dalle acque del lago Titicaca. La figura di Wiracocha e di Inti, ovvero quella del deus absconditus all’origine dell’universo e quella dell’astro solare portatore di vita, di ordine cosmico e modello della regalità umana, sono quindi strettamente collegate e caratterizzeranno profondamente la cultura Inca.

Anche tra i reperti archeologici lasciati dalla civiltà Mochica, cultura della valle del Moche fiorita tra I e VIII secolo d.C., riemergono scheletri umani rinvenuti in ambito cultuale. Dalle notevoli pitture vascolari raffiguranti scene di sacrificio si evincono le complesse e particolari modalità con cui i Mochica svolgevano questi riti, tra le quali rientravano vari tipi di mutilazione e l’uso del succo dell’ulluchu (probabilmente il fico Carica candicans). Non solo: l’uccisione sacrificale per propiziare Inti e Ai Apaec, la divinità suprema dei Mochica dalle sembianze di giaguaro, era attuata da quattro sacerdoti che indossavano maschere teriomorfe per mezzo di un pugnale denominato tuni o tumi, solitamente di ossidiana con decorazioni in lapislazzuli. L’analogia, o perlomeno una notevole somiglianza con le lame sacrificali in uso presso i popoli mesoamericani e con la quadripartizione dei sacerdoti (tra i quali pare vi fosse una sacerdotessa, figura forse paragonabile a quella della donna-serpente che presiedeva ai sacrifici in a mbito azteco) è quindi evidente.

La civiltà dei Chimù, succeduti ai Mochica nella medesima area nel XII secolo d.C. per poi venire sconfitti e assoggettati agli Inca attorno al 1470, seguivano una tradizione dalle caratteristiche evidentemente lunari e ctonie: infatti, oltre a perpetrare il culto di Inti, presso i Chimù era in auge offrire sacrifici di bambini alla dea lunare Shi, ritenuta più potente del Sole. Caratteristiche sacrificali correlate al culto solare di Inti e di Wiracocha rimarranno in uso presso gli Inca, fautori dell’impero e dell’egemonia culturale dei secoli successivi.

Questo avvenne nonostante, come emerso dalle ricerche di studiosi come Federico Kauffmann Doig e Giancarlo Ligabue, le più antiche tradizioni Inca riconoscessero invece gli dèi supremi nelle figure di Illapa e Pachamama, la coppia divina del Signore dell’acqua e della Madre Terra: anche in questo caso, alla luce delle caratteristiche di queste divinità e dei miti di cui sono protagonisti, si evince come i riti e le cerimonie religiose più importanti della tradizione incaica fossero volti a favorire la produzione agricola (principale fonte di sostentamento alla quale la popolazione peruviana doveva il proprio incremento a partire da tempi antichissimi, all’incirca nel quarto millennio a.C.).

Inca o Incas è il termine che viene convenzionalmente utilizzato per indicare il popolo andino dei Quechua. I Quechua divennero la più grande potenza politica tra il XV e il XVI secolo d.C. estendendo un impero (detto Tahuantinsuyu, «le quattro regioni del mondo», o Incario) che occupava, oltre all’odierno Perù, parti di Bolivia, Argentina ed Ecuador, conquistate in circa un secolo di guerre con i popoli limitrofi, fino all’invasione spagnola comandata da Francisco Pizarro, pochi anni dopo la conquista del Messico da parte di Cortés.

Il nome Incas è quindi improprio in quanto il termine era utilizzato per riferirsi all’imperatore, detto appunto Sapa Inca, «l’unico sovrano». Presso il popolo Quechua, il Sapa Inca era ritenuto il diretto discendente di Wiracocha, nonché ispirato da Inti; sua moglie era invece identificata come rappresentante del principio lunare (la Luna, Mama Quilla, era infatti sorella e sposa di Inti).

Lo stesso fondatore della dinastia Inca, il primo leggendario sovrano Manco Capac, avrebbe infatti ricevuto l’incarico da parte di Inti, tramite una visione, di segnare con una bacchetta d’oro il punto di nascita del futuro impero. Su questa zona, all’incirca nel 1100 d.C., venne così edificata Cuzco, ovvero «il centro del mondo», la città reale svettante su un altopiano delle Ande. All’interno del complesso, esattamente nel punto che sarebbe stato designato da Manco Capac, si ergeva il Coricancha, il «recinto d’oro» che ospitava i palazzi reali e i templi in pietra e oro dedicati alle più importanti divinità.

Quello di Inti divenne un culto della massima importanza statale soprattutto dal periodo di governo del nono Inca Pachacuti, attorno al 1450 d.C.; ad esso si legavano le più importanti festività annuali celebrate nella misteriosa area di Machu Picchu o a Cuzco. Tra queste vi era quella dell’Inti Raymi, che cadeva in corrispondenza del solstizio d’Inverno e in cui assumevano grande importanza le danze sacre (di cui esistevano numerose tipologie) e gli atti sacrificali.

Anche se grande era l’importanza attribuita all’uccisione di vittime animali, ovvero i lama e i topi cuyes onnipresenti come offerte durante l’Inti Raymi celebrato a Cuzco, anche nella tradizione incaica era praticato il sacrificio umano, a seconda della tipologia di rituale. Analogamente a ciò che avveniva presso gli Aztechi e i più prossimi Chimù, le vittime prescelte per il sacrificio tristemente noto come capacchoca erano fanciulli di entrambi i sessi, mentre per le vedove era usanza, talvolta, auto-immolarsi per seguire il proprio sposo defunto, sempre in occasione di importanti cerimonie.

Nel ricco e variegato culto dei morti della tradizione andina (le cui evidenti somiglianze si riscontrano nelle varie regioni), si riscontra la radicata usanza di omaggiare il defunto con doni come provviste alimentari e vestiario, e sarebbe stato in auge anche l’uccisione di donne per fornire una provvigione di compagnia femminile e attività sessuale ai defunti di alto rango.

La mummificazione del cadavere, posto in posizione fetale e avvolto in tessuti, era praticata dalla notte dei tempi presso i popoli andini, ed era manifestazione dell’idea di una sopravvivenza quanto più possibile concreta alla morte fisica. In una visione per certi versi paragonabile a quella della tradizione funeraria antico egiziana, a preoccupare l’uomo delle Ande era la conservazione del corpo dopo la morte, poiché quest’ultima veniva considerata tutt’altra cosa che la fine dell’esistenza, ma un ovvio e necessario passaggio a uno stato ulteriore.

Al termine andino camaquen, citato dai primi scrittori indigeni alfabetizzati attivi nel secolo XVI (caso particolare nell’ambito delle civiltà complesse e statali, gli Inca non avevano forme di scrittura grafica, ma praticavano il tipico sistema detto quipu basato sulla registrazione di concetti e di dati numerici attraverso un complesso codice di cordicelle annodate) è stato approssimativamente attribuita la traduzione del concetto di “anima” secondo gli schemi tradizionali occidentali. In realtà il suo significato riguarda l’idea di “animico” in senso di forza/energia vitale comune all’uomo (e quindi agli antenati, di cui permangono tracce invisibili), agli animali e ad oggetti inanimati come le pietre e le montagne.

In realtà, per la visione andina l’individuo continuava un’esistenza invisibile oltre la morte molto simile a quella terrena, con le medesime abitudini e lo stesso tenore di vita, almeno se il suo camaquen avesse avuto regolarmente accesso alla regione superiore del Hanapacha, il paradisiaco «mondo di sopra» in cui i virtuosi proseguono un’esistenza serena ed onorata. Ma questo, oltre alla condotta che la persona aveva mantenuto in vita, sarebbe dipeso soprattutto dalla regolarità con cui i viventi omaggiavano le spoglie del defunto. Se la mummia dell’estinto non fosse stato conservata ed onorata con continuità, e se il corpo fosse andato distrutto nel processo di decomposizione, avrebbe significato una corrispondente e definitiva “seconda morte” nelle dimensioni oltretombali.

Ed è proprio ai cadaveri dei sacrificati che veniva attribuita una rinnovata potenza fecondatrice della natura, una volta sotterrati nel terreno delle coltivazioni; allo stesso modo, la cura e il riguardo verso le mummie (dette mallqui) dei regnanti e dei nobili era importante ai fini di una corretta armonia con il cosmo e gli dèi.

Conclusioni

Come si è visto, in un’area immensa come quella dell’America centrale e meridionale, la prassi del sacrificio umano si riscontra presso culture civili molto differenti e molto lontane tra loro nello spazio e nel tempo, comunque accomunate da tradizioni con aspetti culturali talvolta estremamente simili se non pressoché medesimi, soprattutto nei casi ovvi di una successiva egemonia culturale come avvenuto in Messico con l’impero azteco e in Perù con quello incaico. A questo punto, la domanda che emerge spontanea, con cui si sono misurati da sempre gli specialisti e che rimane ovviamente senza risposta, è quella sulla provenienza di questo tipo di rito sacrificale.

Nell’ambito dei moderni studi storico-antropologici dell’ultimo secolo e mezzo, sull’estremamente complessa questione dell’origine dei popoli amerindi si è concentrata una selva di autorevoli lavori specialistici che ha visto all’opera i primi studiosi dell’argomento come Paul Rivet e Alfred Metraux, fino ai lavori più recenti di Dean Snow e del messicano Bosh Gimpera.

Secondo la teoria del modello migratorio dello stretto di Bering, sostenuto da Caleb Vance Haynes nel 1964, durante l’ultimo e particolarmente esteso periodo glaciale (quarta glaciazione di Würm), tra circa 110 mila anni fa e 12 mila anni fa, la suddetta area sarebbe stata la via di passaggio verso il Nord America attraversata da popolazioni di cacciatori nomadi provenienti dal continente eurasiatico. I siti più antichi conosciuti che testimoniano l’esistenza e l’attività dell’uomo paleolitico sul continente americano sono quello di Meadowcroft (Pennsylvania), abitato a partire da un periodo tra i 19.000 e i 12.000 anni fa, e il sito di Cactus Hill in Virginia, associato alla cosiddetta cultura di Clovis (ma buona parte dei manufatti rinvenuti sarebbero ancora precedenti) e probabilmente risalente al XX secolo a.C.

Sempre in base alla teoria di Haynes, in America del Sud l’arrivo di popolazioni umane sarebbe da stabilire intorno a 15.000-12.000 fa, e sarebbe testimoniato da siti come quello di Monte Verde in Cile, i cui più antichi reperti di cultura umana risalirebbero a circa 14.800 anni fa.

Applicando un modello antropologico-culturale come quello del diffusionismo di Wilhelm Schmidt, si dedurrebbe che la vera alba di quello che sarebbe in seguito diventato il patrimonio collettivo dell’immaginario mitologico e dei tratti religiosi delle varie e diversificate culture americane, delineatosi nel corso di svariati millenni, sarebbe da ricercarsi in lontanissimi tempi paleolitici del Vecchio Continente. Evidenti convergenze sono state rivelate anche da decenni di studi specialistici sulle famiglie linguistiche americane, come quelli di Joseph Greenberg e Merritt Ruhlen, che individuano una maggiore antichità, risalente alla fine del Paleolitico, per la grande famiglia amerindia. In questa vastissima famiglia linguistica vengono compresi pressoché tutti gli idiomi sudamericani e mesoamericani, seguita dalla famiglia na-dene nordoccidentale e dalla più recente eschimo-auletina delle zone canadesi e artiche, imparentate con l’antico gruppo linguistico dene-caucasico. E si è osservato che anche certe manifestazioni della sfera magico-religiosa delle tradizioni americane collegherebbero queste, in maniera palese, a quelle presenti ancora oggi nello sciamanesimo di area eurasiatica.

Ad evidenziare questo stato di cose sono vi sono studiosi come Mario Polia, che ha dimostrato come molte caratteristiche del cosiddetto curanderismo, la medicina tradizionale dei guaritori delle regioni andine, siano pressoché le stesse che si riscontrano nello sciamanesimo praticato da millenni nelle zone delle steppe dell’Asia centrale e della tundra siberiana.

Concludendo, nonostante le annose questioni sulle origini dei popoli amerindi, non si può che ribadire, una volta di più, le palesi affinità emergenti anche e soprattutto nella visione religiosa delle varie culture a cui si è accennato. La prassi di un sistematico sacrificio umano dai precisi rimandi simbolici e mitologici è uno dei suddetti tratti, che testimonierebbe l’effettiva esistenza di un unico, antichissimo retaggio comune alle grandi civiltà che dominarono per millenni le zone centrali e meridionali del continente americano.

Bibliografia consultata:

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Åke Hulkrantz, Le religioni delle grandi civiltà precolombiane in Henri-Charles Puech (a cura di), Storia delle religioni, volume VI, Laterza, Bari 1977.

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Raffaele Pettazzoni, volume IV: America centrale e meridionale, in Miti e Leggende, Utet, Torino 1959.

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Eric Sidney Thompson, La civiltà Maya, Einaudi, Torino 1970.

Jacques Soustelle, Gli Aztechi, Newton & Compton, Roma 1994.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore e cultore di narrativa dell'immaginario e di studi tradizionali. Presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e direttore editoriale di Hyperborea. Socio e consulente della Commissione Contratti della World SF Italia. Nel 2019 aderisce a CulturaIdentità e frequenta con profitto la Scuola di Formazione GEM a Roma, dedicata al giornalismo, alla comunicazione, all’editoria e ai nuovi media. Scrive per Il Giornale OFF, Il Primato Nazionale, Geopolitica.ru, The Fourth Political Theory, L’Intellettuale Dissidente, Barbadillo, Ereticamente, Dimensione Cosmica e Hyperborea. Ha pubblicato con AGA Editrice, Solfanelli, Gog Edizioni, Psiche e Aurora, Watson edizioni, Zhistorica, Delos Digital, Letterelettriche, Italian Sword&Sorcery Books e Ailus editrice. E’ stato relatore alla Camera dei Deputati, all’Università Popolare di Torino, alla Italcon, a Vaporosamente, all’Alecomics e al Casale Comics&Games.

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