I racconti di Satrampa Zeiros – “Notte di sabba” di Marco Rubboli

Per “I racconti di Satampra Zeiros” , abbiamo il piacere di ospitare per la prima volta Marco Rubboli, autore emergente che ci propone “Notte di sabba”, racconto sword and sorcery ucronico ambientato nell’Antica Roma.


Autore

Fin dal 1992 l’autore si dedica alle arti marziali storiche europee: scherma storica soprattutto medievale e rinascimentale, arti di combattimento del mondo antico (pugilato, pancrazio, oplomachia, gladiatura). Istruttore UISP al massimo livello tecnico in questo campo (è stato anche Responsabile Nazionale UISP Scherma, detiene parecchi titoli a livello agonistico, fra cui diverse medaglie d’oro nei campionati italiani UISP e FIS. Ha fondato la più grande associazione europea in questo campo, la Sala d’Arme A. Marozzo, diffusa nella maggior parte d’Italia.

Ha al suo attivo numerose pubblicazioni in materia: sulla scherma di coltello in Spagna nell’Ottocento “Manuale del baratero” per  ed. Planetario, sulla scherma medievale “L’arte cavalleresca del combattimento di Filippo Vadi”, “Flos Duellatorum di Fiore dei Liberi”, sulla scherma del Rinascimento “L’arte della spada di Anonimo Bolognese”, “Opera Nova di Antonio Manciolino”, “Monomachia di Francesco Altoni”, “La lancia, la spada, la daga”, “L’arte perduta di combattere con lo scudo secondo la scuola italiana”, tutti per ed. Il Cerchio, oltre a diversi articoli in raccolte e atti di convegni sulla scherma storica.

In ambito letterario ha pubblicato per  Watson Edizioni il romanzo low fantasy “Per la Corona d’Acciaio”. Sulla pagina internet del romanzo www.lacoronadacciaio.it appaiono approfondimentinti, articoli, schede su personaggi, Casate ecc., illustrazioni e mappe, oltre a racconti gratuiti a cadenza mensile con la stessa ambientazione, ad opera anche di altri scrittori come Alfonso Zarbo (editor del romanzo), Caterina Franciosi e Jari Lanzoni. Attualmente è stata lanciata su Kickstarter la campagna di crowd-funding per realizzare la colonna sonora del libro.

Ha pubblicato finora quattro racconti per ed. Sensoinverso, dei quali due  sono usciti nelle antologie di vincitori del consorso Lucenera (“Luce di tenebra” in “I mostri non mangiano seitan” e “La cassa”, nell’antologia omonima) e altri due fra i vincitori del concorso “Oceano di carta” (“La via degli anni oscuri” in “Come Marylin Monroe” e “Oltre le nuvole” in “Precipitare in libertà”). Ha pubblicato infine online su Book Magazine di maggio-giugno 2019 il racconto “Il pagliaccio”.


Notte di sabba

Marco Rubboli

 

Dopo la vittoria di Teutoburgo l’espansione dell’Impero non ebbe più limiti: con Germanico e gli Imperatori successivi il “limes” raggiunse gradualmente i monti Urali. Usammo poi i cavalieri germani per conquistare il regno dei Parti e ci spingemmo fino all’Arabia Felix e a Sud dell’Egitto. La guerra più dura che dovemmo affrontare tuttavia venne dall’interno: ai tempi dell’Insurrezione le Tenebre si sollevarono e reclamarono il dominio del mondo. I figli delle Tenebre non prevalsero, ma il prezzo da pagare fu alto. Oggi l’Impero si estende dall’India all’Hibernia, dagli altopiani d’Etiopia fino ai fiordi dell’Ultima Thule, però oltre i confini della sacra Italia il potere dell’Imperatore è limitato. A Lui restano poche armi per influenzare i Re che governano in suo nome: il denaro delle decime, le parole alate del Culto Imperiale, le coorti dei Pretoriani Aurei pronte a soccorrere i Regni minacciati. E noi, i Pretoriani Neri. Noi siamo l’Inquisizione, la mano sinistra dell’Imperatore, la lama nascosta degli Dei, la sentinella all’erta nel buio. Siamo i guardiani dei cancelli degli Inferi.”

Aurelius, XI Console Nero.

 

A qualche minuto di cammino dalla via per il villaggio, proprio in mezzo al bosco, c’era una catapecchia di legno abbandonata. La squadra era radunata lì dalla notte prima, e ci stavamo annoiando a morte. Finestre chiuse, nessun rumore, vietato uscire o anche solo affacciarsi. Due di noi, in compenso, stavano di guardia a turno sbirciando fra le assi sconnesse. Avevamo viaggiato a gruppi di due o tre arrivando da direzioni diverse, per non farci notare. Due o tre giorni prima ogni gruppo aveva lasciato le Vie Imperiali e poi anche le piste locali, dormendo di giorno fra i cespugli e muovendosi di notte. Così eravamo arrivati tutti all’appuntamento quasi insieme. Né troppo presto né troppo tardi. Giusto in tempo per morire di noia.

Suenus sgranocchiava pistacchi sputando i gusci masticati per terra. Si era già buscato una sgridata a bassa voce e denti stretti da Achillea, che temeva di ritrovarsi i gusci sotto la schiena al momento di dormire. Il grosso Geata aveva risposto che lì doveva dormirci lui, e che non gli davano fastidio. L’insinuazione del nordico che l’amazzone allora intendesse giacere presso di lui gli aveva procurato un calcio che solo per poco aveva mancato i testicoli, e gli aveva causato un livido sull’interno coscia. Una mia occhiataccia aveva fatto cessare la rissa sul nascere. Soprattutto perché era stata accompagnata da un basso ringhio del Centurione e dallo scrocchiare delle nocche di Alara, l’alto pugile africano. Dorotea la cacciatrice, invece, aveva continuato a sonnecchiare come se niente fosse, imperturbabile. Era l’unica che riuscisse sempre a mantenere la calma, qualunque cosa accadesse.

Era come tenere in gabbia dei leoni e delle tigri, e la situazione alla lunga non poteva che peggiorare.

Per fortuna a metà pomeriggio giunse la persona che aspettavamo. Siro, l’arciere, si ritrasse dalla finestra sbarrata e sussurrò:

“E’ lei.”

Dopo un istante la porta si aprì cigolando sui cardini male in arnese e Viridia entrò.

Viridia, una giovane donna dai lunghi capelli castani che indossava una veste lunga da contadina renana, era una provocatrix dei Pretoriani Neri sotto copertura. Non apparteneva alla nostra squadra: era una di quelli che chiamiamo “i dormienti”, gente che dedica anni a una missione di lungo corso, facendo una vita in apparenza normale. Aveva fatto in modo di farsi sposare da un uomo del posto, qualche anno prima, e si era guadagnata a poco a poco la fiducia della gente del villaggio. Soprattutto delle donne. Ora, noi sapevamo che ai tempi dell’Insurrezione, cinque secoli fa, quel villaggio aveva combattuto dalla parte sbagliata, e gli incantesimi lanciati dalle streghe avevano spazzato via più di una centuria delle Legioni Imperiali. Dopo l’offensiva delle Ardenne la regione era stata presa e le streghe purificate col fuoco. Ma non sai mai se le hai prese proprio tutte: basta che ne sia sfuggita una per far risorgere la congrega e in ogni caso l’Ombra lascia sempre delle tracce dietro di sé, che durano a lungo e tendono a risorgere. Quindi l’Inquisizione Imperiale teneva costantemente d’occhio la zona. Alcuni casi di sparizioni di giovani uomini e donne avevano fatto scattare l’allarme. Le ricerche discrete lanciate allora non avevano sortito effetto, ma poi nel tempo ancora qualche viandante era scomparso. Perciò era partita l’operazione a lungo termine di Viridia. Finalmente, dopo anni, l’agente sotto copertura si era messa in contatto con i Pretoriani Neri locali. A quel punto avevano chiamato noi, una squadra di punta addetta alle “nigrae operationes”.

Viridia abbassò il cappuccio e chinò leggermente il capo in segno di saluto.

“Tribuno, salute a te.”

“Grazie, Viridia, che Giove sia con te.” risposi, prendendole la destra e stringendola “Cos’hai da dirmi?”

“Hanno preso una ragazzina, una di Treviri che è scappata di casa con un amichetto e passava di qui. Lui è sepolto nel fitto del bosco, lei invece la tengono in una catapecchia come questa in attesa della luna nuova. E’ per questa notte, quindi: si terrà il sabba e la sacrificheranno a Ecate.”

Mi massaggiai la mascella. Da una parte era una fortuna: saremmo impazziti a restare lì dentro inattivi per parecchi giorni. D’altro canto non avevamo tempo per prepararci, e non era possibile realizzare nemmeno un veloce sopralluogo.

“Streghe. Fottute streghe. Io odio le streghe, Lucrezio, lo sai, no?” masticò amaro l’Ispanico, il mio fedele Centurione. Gli rivolsi un rapido sguardo d’intesa.

“Chi è coinvolto? Quante sono?” le chiesi.

“Ci sono undici streghe, e hanno come servi anche nove uomini, fra mariti e figli maschi.”

“Undici? Strano.”

“La dodicesima sono io.”

Sette mani destre corsero all’impugnatura delle spade, ma Viridia alzò le mani in segno di pace:

“Io sono una novizia, al momento, secondo loro. Ho mostrato disponibilità e con qualche trucco ho finto delle predisposizioni: sogni, premonizioni e roba così. Mi hanno appena arruolato: stanotte dovrebbe essere la mia iniziazione ai poteri oscuri. Ma le cose andranno diversamente, se gli Dei lo vorranno. Di fronte a loro sorrido, pronta a cogliere i loro ammiccamenti e assecondare la loro ribellione, ma dentro di me bramo il loro sangue. Voi potete immaginare il motivo, no? Nessuno di noi è qui per caso. Tutti abbiamo dei lutti da piangere a causa dei Figli delle Tenebre.”

Annuii, pensieroso.

“Sono parecchi, ma se vogliamo provare a salvare la ragazza non possiamo aspettare l’arrivo dei rinforzi. Sarà rischioso. Lo sai vero, Viridia?”

“Lo è sempre stato. Non mi dici nulla di nuovo, Tribuno. Lo so.”

“E allora sia. Dovremo improvvisare, ci saranno lame e sangue e morte, e forse anche di peggio, non so dire che cosa accadrà. Ma faremo di tutto perché nessun innocente perda la vita e nessuna strega scampi.”

“Per l’Impero. Forza e onore.” disse lei, con gli occhi luccicanti.

“Forza e onore.” risposi, stringendole di nuovo la destra.

 

Le streghe traggono i loro poteri dal profondo cuore di tenebra del mondo, un feroce ammasso di fango e sangue dal quale gli uomini si sono sollevati a poco a poco, faticosamente, fra illuminazioni e ricadute. Esse manipolano energie oscure risucchiandole da entità antiche e dimenticate dai più. Ma per fare questo devono evocare e nutrire quelle vecchie mostruosità. Cercano quindi luoghi dove ancora oggi aleggiano magia nera e anime senza pace, dove il lezzo di riti mortali si può tuttora percepire intenso dopo millenni. Lì inscenano il loro sabba, instaurando nuovamente un oscuro scambio di energie con esseri che l’umanità dovrebbe scordare e bandire. Figlie mie e figli miei, in nome della luce dell’Olimpo e della volontà dell’Imperatore date la caccia alle streghe, sottraete le loro vittime a un destino che non è solo di morte ma è molto peggiore della morte stessa. Colpite le streghe col ferro, schiacciatele sotto le suole dei vostri calzari e ponete fine alle loro turpitudini.”

Orpheus, Legato della I Coorte sotto il VII Console Nero Arrianus

Arrivammo sul posto molto prima che il sole calasse, e prendemmo posizione meglio che potemmo. Era chiaro dove il rito si sarebbe svolto: una piccola radura circolare, con al centro un’antica pietra. Un dio antico e dimenticato dalle corna di cervo vi era scolpito sopra, che sedeva a gambe incrociate circondato da animali. Si trattava di antichi culti dediti ai sacrifici umani e poi aboliti ai tempi di Augusto, quando l’intera Germania era caduta preda delle grinfie dell’aquila Imperiale. I Figli delle Tenebre sfruttavano i residui di quell’energia funesta per i loro scopi, per convogliare le forze oscure di cui volevano appropriarsi.

Dopo che avemmo dedicato qualche ora a nasconderci bene nei paraggi, in modo da non lasciare traccia visibile della nostra presenza, ci predisponemmo ad attendere.

Dovete sapere che l’attesa e l’immobilità fanno parte di questo tipo di missioni. Proprio quando il sangue ti si scalda per la tensione sei costretto a rimanere del tutto fermo, controllando il respiro e i battiti del cuore. E quanto più il pericolo si avvicina tanto più devi trasformarti in una specie di oggetto inanimato, come un serpente in agguato in attesa di scattare.

Il sole calò sopra l’orizzonte e arrivarono tre uomini incappucciati e armati di scuri. Tutti quanti noi, ognuno nel suo rifugio, ci facemmo rigidi come stoccafissi. I boscaioli diedero un’occhiata nei dintorni per assicurarsi di non essere spiati. Trattenni il fiato quando vidi un paio di stivali di pelle passarmi davanti agli occhi, a non troppa distanza. Non fecero bene il loro lavoro, o piuttosto eravamo stati noi ad aver fatto bene il nostro. Si misero a parlottare fra loro a bassa voce, tenendosi in disparte a debita distanza dalla pietra scolpita, ai bordi delle radura. Appena l’ultima luce del giorno fu sparita arrivò un’altra compagnia. Due uomini conducevano con una corda una fanciulla bendata e con le braccia legate. Altri due li accompagnavano, aprendo la via con torce accese. Non passò molto tempo che si udì un salmodiare sommesso; numerose voci femminili intonavano un canto blasfemo. Deglutii. Ero io a dover stabilire il momento dell’assalto, e molto dipendeva da quella decisione. Eccole. Preceduta da due cultisti con le torce alzate a illuminarle la via, la strega madre brandiva un falcetto di bronzo e un mazzo di vischio. Aveva gettato il cappuccio dietro le spalle e la sua lunga chioma grigia incorniciava un viso che doveva essere stato bello, un tempo. Pareva come trasfigurata dall’estasi. Le altre seguivano cantando, in lenta processione. Immaginai che Viridia, l’inizianda, dovesse essere l’ultima della fila, ma non c’era modo di sincerarsene. Io poi da dov’ero potevo vedere poco: quando si furono avvicinati potevo scorgere solo i piedi o poco più. Intuii comunque che un incappucciato aveva porto alla strega madre il capo della corda. Lei strattonò la vittima sacrificale e la tirò al centro della radura. La ragazza singhiozzava piano, ma non oppose molta resistenza. Le altre streghe invece presero a disporsi in cerchio attorno alla pietra, come monoliti che circondassero la radura. Gli uomini dal canto loro accesero altre torce e si ritirarono all’ombra degli alberi, allontanandosi dalla scena come in cerca di riparo da ciò che si stava per scatenare. Bene, ora erano vicini alle postazioni dei nostri. Iniziò un canto blasfemo, un salmodiare innalzato per attirare le potenze degli Inferi in quel luogo maledetto. Prima sommessa, poi sempre più frenetica e feroce, la melodia pareva creare una sorta di vibrazione che emanava dalle gole delle officianti e contaminava di sé la radura. Le donne presero a danzare, e una strana nebbia oscura cominciò a formarsi nell’aria, al centro del cerchio di streghe: qualcosa di oscuro e soprannaturale che andava prendendo forma. Non avrei atteso oltre, non avrei messo a rischio ancora di più la vita della fanciulla e di Viridia, e non avrei dato alle streghe la possibilità di evocare forze occulte in loro aiuto. Emersi dal tappeto di foglie morte che mi ricopriva già con la spada in mano, in completo silenzio, e mi ersi alle spalle di un boscaiolo. Un istante dopo la punta della mia spada emergeva dal suo petto. Non poté urlare perché la mia mano sinistra gli premeva sulla bocca. L’Ispanico dall’altra parte doveva aver fatto la stessa cosa. Me ne resi conto perché un corpo fu trascinato indietro nell’ombra senza un suono. Alla mia destra anche Alara e Dorotea avevano colpito in silenzio, nel buio. Poi qualcuno lanciò un grido, e scoppiò il caos. Non c’era più tempo per strisciare in silenzio. La nube nera che si stava addensando sopra al sabba si dissolse all’istante. Mi lanciai avanti dritto verso la strega madre. Suenus balzò fuori come un cinghiale, investendo un altro servo delle streghe, Alara ne aveva già abbattuto uno con un solo colpo mentre un terzo affogava nel suo sangue con una freccia di Siro che gli attraversava la gola. Achillea e Teodora balzarono giù dagli alberi e iniziarono a mulinare le spade, spalleggiate dall’Ispanico. Una strega fece per mettersi di fronte a me per fermarmi e iniziò a compiere non so che gesto con le mani, ma io non mi fermai per niente. Non feci in tempo ad assestarle una spallata che una freccia le entrò in testa attraverso un occhio. Schivai il corpo che cadeva. Un’altra mi saltò alle gambe ma balzai e le passai sopra. La strega madre però stava già per colpire la ragazza e mi resi conto che non avrei fatto in tempo a fermarla. Fu Viridia a bloccarle la mano prima che potesse sferrare il colpo. Dopo un istante di stupore la strega strattonò per liberarsi e al tempo stesso colpì la Pretoriana con un pugno. Viridia schivò spostando la testa e prese la botta solo sul lato del viso, sputò sangue e colpì la vecchia alla gola. Quella cadde, ma non mollò la corda. Un’altra delle accolite saltò sulle spalle di Viridia e l’atterrò. C’ero quasi, mentre intorno il massacro infuriava. La strega madre mi vide con la coda dell’occhio e capì di dovermi fermare o sarebbe morta in un battito di ciglia. Le bastò puntare la mano contro di me perché un’onda di qualcosa – che non voglio sapere cosa fosse – mi lanciasse indietro a molti passi di distanza. Atterrai di schiena, mi rialzai subito, decapitai una strega che mi correva contro e ripresi a correre. Uno dei boscaioli mi si parò davanti ma fu affrontato da Dorotea. La cacciatrice schivò un colpo di scure e contemporaneamente colpì l’uomo col coltello all’addome, sventrandolo. Quello, con gli occhi spiritati, ignorò la ferita, fece roteare la sua arma e la piantò su una spalla della nostra amica.

“No!” urlò l’Ispanico “Achillea, fermalo!”. Achillea balzò avanti e conficcò la sua lama nella nuca del cultista. Dorotea però chinò il ginocchio a terra e sputò nero sangue. Poi cadde a faccia in giù sulle foglie morte. Il Centurione scosse la testa, afferrò una strega per i capelli, se la rovesciò ai piedi e la trafisse senza pietà raggiungendo il cuore da sopra, attraverso la clavicola. Achillea si rivolse verso un’altra strega e ruggì la sua rabbia. Quella sbiancò, si girò per fuggire… ma fece poca strada. Intanto la strega madre si era rialzata. Si preparava a colpire la fanciulla, che era ancora bendata e brancolava alla cieca tirata di qua e di là dalla corda. Ma anche Viridia si era liberata della sua avversaria: l’aveva uccisa a mani nude ficcandole i pollici nel cervello attraverso gli occhi. Di nuovo la strega alzò il suo falcetto e di nuovo Viridia salvò la giovinetta bloccando il colpo a braccia incrociate. Ma questa volta la strega girò il polso, si liberò e con un movimento circolare fulmineo recise la gola della Pretoriana. Lei si portò una mano alla ferita e con l’altra colpì la sua nemica di manrovescio. Pur perdendo sangue come una fontana si frappose fra la strega e la sua preda, gli occhi pieni di odio e di sfida. Ma io ormai ero lì. La strega se ne accorse all’ultimo, si girò e mi fissò negli occhi. Distolsi lo sguardo: quella sfida conteneva una trappola in cui non sarei caduto. Fu invece lei a cadere, quando le falciai le gambe da dietro con un calcio. Girai la spada sopramano, al volo, e la calai sul suo volto, sulla bocca aperta per urlare. La punta passò tutto, uscì dalla nuca e si piantò per terra. Sospirai e andai a sostenere Viridia, che agonizzava. Non riuscì a dire nulla, ma vidi nei suoi occhi non solo la paura per la morte imminente, che in quei frangenti non risparmia nessuno. Vi colsi anche un’ombra di pace, la coscienza del dovere compiuto. Nessuno della congrega era fuggito, nessuno era ancora in piedi. La ragazza di Treviri era salva. Stava lì, in piedi, da sola, e tremava. L’Ispanico le tolse la benda e l’abbracciò, con occhi lucidi in quel volto da veterano.

“Va tutto bene. Sei in salvo ora.”

Non era vero. Non andava tutto bene. Avevamo perso Viridia, e Dorotea. Achillea sosteneva il corpo senza vita della nostra cacciatrice, accanto ad un affranto Alara che teneva bassa la spada macchiata di sangue. Anche Suenus, il nostro gigante Geata, giaceva privo di sensi. Era stato messo a dormire da un colpo di ascia al capo, che però era stato fermato dall’elmo. Lui aveva la testa dura, per fortuna, e si sarebbe ripreso. Ognuno di noi sa, da quando si unisce ai Pretoriani Neri, che presto o tardi incontrerà il suo destino. Riportammo a casa la fanciulla. Il corpo del suo fidanzatino non fu mai più ritrovato, così i genitori del ragazzo dovettero bruciare sulla pira una bara vuota.

Quanto a noi, qualche giorno dopo ci assegnarono una nuova provocatrix al posto di Dorotea: una ex gladiatrice che aveva avuto una certa fama nelle arene, una certa Maevis d’Hibernia che, ancora non lo sapevo, avrebbe marchiato a fuoco il mio destino. E poi ci mandarono in Asia, verso una nuova missione.

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