Cio’ che è possibile, con o senza Sacnoth

In questo nostro straordinario universo composto da carta e – più che mai oggi, visto l’autore che trattiamo – incredibili sogni, talvolta ingannevoli e ondulati, come quelli ancora specchiati negli occhi di Sinbad, vi sono autori di cui si può parlare anche “piece to piece“, regolando all’opera singola il metronomo del nostro buonsenso critico, ed il ritmo di questa musica sarà come quello di una canzone a sè stante che proverà a cantare una sinfonia intera.

Questa evenienza con molti scrittori è tuttavia improduttiva, soprattutto quando si è alle prese con taluni che abbisognano d’una visione d’ampiezza ricostruttiva senza la quale saremmo esposti pertanto al rischio che un’incursione occasionale, fatta così, tanto per aggiungere un nome seminale – da annotare magari come un’esperienza letteraria in più, o come un qualcosa di ornamentale attorno alle letture più attuali e preferite – possa portarci a qualcosa di fuorviante. Non è infrequente che l’opera di Lord Dunsany ci sacnoth3proponga incontri che si presentano sottoforma d’una “anticlimatica” spigolatura, che spesso non ritrae una completa avventura, e soltanto ad una intuizione complementare del lettore sia affidata la supposizione di una sua compiuta struttura. Se è possibile quindi muoverci all’ambio su molte frenetiche strade odierne, che guidano all’incontro di romanzi che giocano la loro sfida su qualità occasionali e molto spesso degenerate (tendenze e mode, figurologie specifiche, propaganda) bisogna invece star ben eretti e guardare attentamente ogni dettaglio riguardo quella letteratura che, diversamente, si racconta in modo ampio solo ad una visione più profonda, rendendo plausibile il fatto che immanenza e trascendenza non siano poi così antitetiche in un certo tipo di letteratura fantastica, dove l’una ha bisogno dell’altra. Potremmo certamente considerare tutto questo in circostanze come quelle delle vicende di un centauro, la cui fabula erratica senza trama non è che il tratto più esile che interlude tra mai raccontate avventure anteriori e altrettanto taciuti drammi posteriori agli incanti stellati di Sombelenë. O magari di una delle tante notti in vicoli percorsi dai passi senza traccia d’un ammantato ladro gioielliere più furtivo di qualsiasi “rogue” che Gary Gygax abbia mai osato pensare in Dungeon and Dragons. Consideriamo quindi insieme ai nostri lettori più esperti, raccontando sicchè a quelli che più di recente hanno scoperto questo genere un concetto che abbiamo espresso poco tempo fa, ovvero quella di una natura “sospesa” di Lord Dunsany tra un antimodernismo radicato nella fiaba e nella poesia e una personalità che al tempo stesso, verso il mito, la fiaba e quella stessa poesia, nutre una certa ritrosia, in special modo nel dilagare oltre il muro del sogno sino ad una risposta nel reale, decorando pertanto le sue bellezze con una disillusione ingannevole e decadentista nonchè una meraviglia ampia e cosmica che non  sempre è benevola sull’uomo. Deriva forse da questo il fatto che i “mondi secondari” di Dunsany siano affollati, imprecisi e cosmici, nonchè soggiacenti ad orrori profondi non troppo dissimili da quelli di Lovecraft, con meraviglie ambigue, instabili e fuggenti, come fossero l’idromanzia intravista nelle acque tremolanti d’uno stagno allagato da sogni veggenti, ove ogni cosa può svanire da un momento all’altro, cancellabile perfino al dibatter di coda d’un tritone che possa agitarne le acque della visione, o semplicemente da qualcuno che viene a ridestarci dal sogno. Mentre diversi, di gran lunga più geografici – pur con le loro rispettive particolarità – sono quelli di Morris, Eddison e Tolkien, fatti come se dovessero esser veri e duraturi. Non si vuol certo far strumento per le nostre tesi delle parole di terzi, soprattutto se altisonanti e così facilmente reperibili come quelle che riporteremo di seguito, ma è altresì considerabile che pur in maniere diverse, ciò fosse in qualche modo sostenuto anche da Howard P. Lovecraft:

sacnoth10… I conservatori lo tollerano con superiorità per il suo atteggiamento schivo verso le artificiosità e i sofismi dei loro valori supremi. Per contro i radicali ancor peggio lo ignorano, perchè le sue opere non esprimono quella caotica sfida al buon gusto […] eppure non è affatto azzardato dire che egli meriterebbe gli ossequi di entrambi” [1]

 

Sempre Lovecraft, in giorni che oggi ci appaiono assai lontani, si chiedeva come fosse possibile che uno scrittore come Dunsany avesse “riconoscimenti così esigui“, rispondendosi invero da solo, asserendo che il fatto era dovuto alla “naturale stupidità del genere umano“. E se un autore così “sospeso”, pur essendo così significativo, è tanto faticosamente arrivato a noi, lo si deve certosacnoth4 almeno in parte allo stesso Lovecraft , a Borges, o in misura minore a Tolkien, che hanno divulgato il nome del Barone di Dunsany replicando un caso analogo e non meno significativo nel porci la domanda su che cosa ne sarebbe stato di Morris se lo stesso Tolkien, Lewis, o soprattutto Lin Carter, che convinse James Blish a pubblicare i suoi romanzi nelle “epiche” edizioni Ballantine, non fossero andati a recupero del suo nome. La risposta la troviamo probabilmente nella storia, in casi come quello di Albert Robida il cui crollo assurdo della notorietà, che fa di lui oggi uno sconosciuto assoluto, rappresenta un fatto almeno parimenti straordinario e difficile a quello di una diffusione abnorme come quella di J.K. Rowling e la sua saga di Harry Potter; o di Edward Page Mitchell,  cui non è bastato essere un veterano e direttore del New York Sun per ottenere una degna notorietà nonostante l’azione – o magari a causa – del riformismo fantascientifico di Herbert G. Wells, sebbene si sarebbe adattato a quest’ultimo viste le tematiche trattate. Di certo siamo i primi a rammaricarci del fatto che Robida e Mitchell sono oggi dimenticati, ma i loro estimatori ci perdoneranno se ci azzardiamo a dire: quanto più grande ancora sarebbe stato il peccato che avesse visto Lord Dunsany disperso in un limbo simile, magari a causa di quella “naturale stupidità umana” suggerita da Lovecraft.

Se è pur vero che la scrittura di Dunsany si rivela spesso incline alla digressione, al rifiuto di una metrica sequenziale e strutturata, e basata su racconti di fulminea brevità, è bene che non vi facciate ingannare dal baffuto scrittore anglo-irlandese, poichè quanto a tecnica e virtuosismo è arduo trovarne di eguali, e a valutarlo in una definitiva visione d’insieme, se osserviamo bene, per reperire una bellezza che possa reggere il confronto con le guizzanti e vitali narrazioni di Lord Dunsany è necessario scomodare in paragone ciò che di meglio può offrire la letteratura dall’Epopea di Gilgamesh sino all’ultimissimo epigono slavato di Stephen King che sta uscendo, ora, in questo momento, magari mentre state leggendo. Quanti altri riuscirebbero a strappare un pezzo di anima perfino con le minuscole pagine del sopracitato La Sposa del Centauro? Un racconto la cui scrittura è così straordinaria da sembrare ispirata in altre dimensioni. Tra le molte opere, in maggioranza scheggiate come frammenti preziosi, potremmo identificare, per logica conseguenza, le compiutezze più classiche in quelle che hanno un più lungo formato, come il romanzo considerato il suo capolavoro La Figlia del Re degli Elfi, o quell’opera che alcuni critici hanno definito “la più compiuta e unificata”¹, vale a dire La Maledizione della Veggente e per continuare, in racconti come la Spada di Welleran, Un Racconto di Terra e di Mare o La Fortezza inespugnabile, se non da Sacnoth.

Non è tanto per dar fiato alla tromba quando si dice che la scrittura di Lord Dunsany rappresenta tutt’ora un qualcosa di poco comune perfino tra i grandi e non solo della Fantasy perchè vedete:… la poesia, se considerata alla concezione delle metriche formalità del poema, e la fiaba, sono due forze animate da un paradosso inspiegabile, pur vincolate quest’ultime a delle strutture apparentemente monolitiche esplodono come un’anima irrefrenabile se introdotte nella narrativa romanzesca con le giuste alchimie, e l’armonia che sono in grado di creare in un romanzo o racconto sarà come un manto magico che farà apparire semplici anche le cose più grandiose, e perfino nella cavità d’un tronco a quel punto sarà possibile scorgere una volta stellata di cieli ignoti poichè non c’è regola a cui si possano piegare gli artigianali e atavici precordi delle armonie della fiaba e della poesia una volta che queste, alle giuste maniere, accedono alla letteratura romanzesca. Da queste effrazioni deriva parte della grandezza di Dunsany, che potremmo si ritrovare in William Morris e in parte in Clark Ashton Smith, ma non possiamo certo dire di trovarle molto spesso.

Ma capiamoci bene; non sono solo certo queste le chiavi per raggiungere la grandezza, nè sono esse la garanzia assoluta per raggiungerla, al contrario molte sono le porte da aprire per accedere ad una grande letteratura che è effettivamete un’ampia sala comunicante con molti corridoi. Non si può tuttavia trascurare l’impulsiva sensazione che, dopo aver letto Lord Dunsany, occorra un grande sforzo per affrontare perfino un classico del novecento di letteratura “colta” senza che ci appaia brutalmente “incolto” e involuto, talvolta non basta financo ricorrere ad una parte dei classici dell’ottocento e per trovare qualcosa che sia degno e che non sembri un cencio sbrodolato confrontato ad un abito sartoriale bisogna proprio afferrare ciò che di meglio possa mai esserci.

Che non si pensi che questa riflessione sia un modo estemporaneo e insolito che abbia lo scopo di ricorrere ad una “retorica suprema” per lodare uno scrittore gradito. Si tiene ovviamente presente che non “tutti gli umori di Lord Dunsany sono sempre allettanti“[2]² e che certo egli non raggiunge i toni massimi in ogni angolo della sua opera. Vi sono momenti sottotono per tutti come per lui. Da metter in conto che le suggestioni provocate dalla sua capacità straordinaria non sono propriamente o necessariamente positive, esse rientrano negli “effetti collaterali” dell’ubriachezza che la scrittura di Dunsany provoca al suo lettore, quando infatti la “sbornia” inevitabilmente passa e la razionalità giunge a destarci dal sogno si potrebbe obiettare che è più facile mantenere toni palpitanti, intensi e così guizzanti in racconti tanto brevi come La Sposa del Centauro e le sua errabonda esuberanza, o la più oscura e furtiva storia di Thangobrind che potremmo benissimo sacnoth7vedere ben adattato in un romanzo di Leiber o di Dungeon and Dragons e che rappresenta un esempio incredibile di come si possa compassare il ritmo pur in un racconto di “brevità lampo”. O la vicende più silvestri riguardanti creature come Elfi (non solo quelli del romanzo principale di Dunsany) Gibberling, Farfurelli e gli Gnoli, sino a scritti come la Casa della Sfinge o l’avventura dei tre letterati. Ma va anche detto tuttavia che anche in formati più lunghi, non dissimili da quelli di Poe, Doyle e in seguito altri tra i quali Howard, le stesse caratteristiche rimangono intatte, come avviene, tra i vari, anche nei racconti di importanza storica come La Spada di Welleran, o in quello che forse rappresenta il racconto di maggiore lunghezza, Un Racconto di Terra e di Mare, o nei due racconti che si ritengono, a titolo del tutto personale chiariamo bene, pur forse non i migliori in assoluto, come cuore pulsante dello spirito “elusivamente pagano”, anticonfessionale e repulsivo verso ogni propaganda e ideologia di Lord Dunsany; Giorni d’Ozio sullo Yann e La Spada e L’idolo. E per finire, anche se la lista sarebbe ancora lunga, La Fortezza Inespugnabile se non da Sacnoth.

Eppure potrebbe far sorridere che proprio la storia di Leothric e della spada Sacnoth si presenterebbe a noi prima di raccontarsi del tutto, come il più infattibile e tedioso dei racconti, in quanto già dalle prime righe e perfino nell’insegna scritta accanto alle porte della fortezza è ben chiarito, come d’altronde nel titolo stesso , che nulla può succedere, nulla è possibile, nulla è previsto a meno che:…

Non ci sia di mezzo Sacnoth!

Salvo per Sacnoth quindi, che è impossibile da recuperare essendo nel corpo d’un mostro imbattibile come il Drago della palude, pensare che qualcosa possa succedere è follia da far ridere i polli. Ma c’è un piccolo particolare: Sacnoth c’è, pertanto, per conseguente risposta: tutto può succedere, tutto è possibile, ogni cosa è imprevedibile, o per meglio dire può succedere tutto quello che senza Sacnoth non potrebbe mai. Lord Dunsany sfrutta quindi la sovrastruttura della Fiaba, raccontando qualcosa di completamente previsto, ma nell’approfondire l’unico caso completamente imprevedibile tra quelli possibili.

Nelle riviste Sword and Sorcery e Fantasy, soprattutto americane, vien detto ripetutamente che La Fortezza Inespugnabile, se non da Sacnoth è un racconto “anticlimatico” e certamente l’esternazione non è priva di ragioni, sicchè immaginerete che è tutto un dire il ravvisare che rispetto alle altre, la storia di Leothric è una delle più compiute e climatiche. Nello stile utilizzato da Dunsany in questo racconto riscontriamo una superba maestria nel distribuire l’abbondanza di fatti che sono resi si con una fulminea immediatezza e in una limitata lunghezza, ma non si ha per nulla l’effetto d’una narrazione troppo sovraccarica di elementi, desultoria o nevrotica, tutto fluisce secondo un senso naturale e certamente, in mano ad altri scrittori, la prima fase dell’avventura di tre giorni con Tharavverug e la “danza” fatta di schivate, salti e colpetti sul naso plumbeo del Drago della palude sarebbe stata spesa in una lunghezza maggiore.

Conseguente alla conquista di Sacnoth sarà quindi il viaggio di Leothric che passerà per la grande foresta attorno al suo piccolo villaggio fatto di casette con i tetti pieni d’erbetta, verso una fortezza di straordinario impatto visivo, le cui guglie feriscono le nuvole e che sembrano salir alla volta dell’infinito. Il racconto, nonostante narri come abbiam detto “ciò che è previsto, essendoci Sacnoth” riesce a provocare perfino tensione, e ciò avviene perchè lo scontro “spada in mano” viene a lungo rimandato. Lord Dunsany sospinge con una spintarella passo dopo passo i pericoli e le paure, un po’ come quando si calcia il barattolo man mano che si percorre la via. Ed infatti numeosi valletti, un elefante, cortigiane ingannevoli, spietati mercenari esotici dall’aria di arabici predoni in sella a destrieri e cammelli, una tarantola gigante e più d’un drago, sono coloro che Leothric incontra man mano che la sua avanzata procede in quel tanto immenso castello da eguagliare La Città-Castello di Ghormengast. E tutti sembrano deridere Leothric alle prime, poichè nulla si può fare, a meno che non ci sia Sacnoth;… per poi fuggire una volta che vien fuori un fatto inaspettato, ovvero che…ops!, c’è Sacnoth!

sacnoth6Il Sire Gaznak desidera vederti morire sotto i suoi occhi […]” “Ben volentieri verrò con voi perchè sono venuto ad uccidere Gaznak” Allora la guardia a cammello scoppiò in una risata orrenda disturbando i vampiri addormentati sotto la volta del tetto. […] “Il sire Gaznak è immortale, se non per Sacnoth […]” Allora Leothric disse “Sono il Sire della Spada di Sacnoth” […] Allora la guardia a cammello di Gaznak fuggi, e i cavalieri si curvarono e, sferzando i cammelli si allontanarono con un gran scampanellare di sonagli fra colonnati, corridoi e stanze a volta, e si dispersero negli antri tenebrosi della fortezza”

E così nel breve ma intenso momento con il demoniaco Ragno Gigante:

Chi sei tu che distruggi il lavoro di anni” E Leothric rispose “Sono Leothric figlio di Lorendiac” E il ragnosacnoth5 disse “Tesserò all’istante una fune con cui impiccarti” […] Allora Leothric tagliò un altro fascio di fili, e arrivò più vicino al ragno che era intento a tessere la fune […] “Qual è la spada che sa tagliare i miei fili” E leothric rispose “E’ Sacnoth!” Allora i peli neri che coprivano la faccia del ragno si aprirono a destra e sinistra, e il ragno si accigliò; poi si richiusero e nascosero tutto tranne gli occhietti malvagi che continuavano a brillare avidi nel buio. Ma prima che Leothric lo raggiungesse, lui si arrampicò a forza di zampe, e risalì lungo una delle sue funi, sino ad una trave altissima, e là si fermo […]”

E ciò avverrà ancora, e ancora.

Questo rimandare continuo delle colluttazioni, oltre a strapparci, per come avviene, un divertito sorriso, è funzionale all’attributo dell’importanza della spada talismanica e cumula una buona tensione che avrà sfogo tutto sommato in una generosa sequenza finale dove Leothric incontrerà appunto tre draghi prima di vedere Gaznak, anche se solo una delle creature opporrà una vera resistenza, ovvero il Drago Wong Bongerock che pur essendo quasi imbattibile non potrà resistere a Sacnoth, egli è l’unico sino ad ora a non esser fuggito alla sola pronuncia del suo nome, questo ci fa sacnoth8supporre che il Drago sia un avversario assai potente. E quando Leothric finalmente si ritrova dinanzi allo stregone Gaznak, seppur questi sia appena tratteggiato, non si può non ammirare un personaggio che ci ricorda un precursore, La Strega ne Il Bosco oltre il Mondo, ma anche successore, Saruman ne Il Signore degli Anelli, e di certo tutto fuorchè estranei al barbuto mago Gaznak sono elementi come Pennywise di Stephen King ma soprattutto Azathoth, che ha qui la sua primeva radice; simile per come Gaznak vivifica i suoi sogni sonnecchiando al sottofondo della sinistra melodia di “Maghi-Musici” proprio come avviene in quella dimensione chiamata “Corte di Azathoth” nel profondo antico del cosmo degli scenari di Lovecraft, dove il più indescrivibile, folle e colossale dio abita dormendo, lusingato e anestetizzato da cantilene suonate da una casta di dei terribili eppure modesti cortigiani difronte ad Azathoth; chissà che tutta l’esistenza non sia un suo sogno. Se qualcuno dovesse porvi l’improbabile domanda :

E’ possibile capire se tutto il cinema di Tim Burton o Sam Raimi si può riassumere in un istante?

Cari amici, avrete già la risposta, dacchè basta il singolo fendente diretto al collo di Gaznak chesacnoth9 Leothric sferra, schivato dallo stregone che impugnando i suoi stessi capelli “svita” e solleva la propria testa per far passare la lama a vuoto, a riassumere tutta la filmografia dei due registi in questione. Come Morris, Lord Dunsany non riesce ad evitare la piccola “incuria” di nominare cose del mondo reale nel suo “Secondary World”, tuttavia rispetto allo scrittore del Waltham Forest riscontriamo una natura leggermente meno “tirchia” nel concederci scene di combattimento, sebbene piuttosto dosate anch’esse.

Si ritiene opportuno affidare le conclusioni ad una riflessione composta in parte da concetti già espressi nel recente passato.

La Fortezza inespugnabile, se non da Sacnoth è uno straordinario e pionieristico racconto di Heroic Fantasy britannica, non del tutto rappresentativo del pensiero profondo di Lord Dunsany sebbene ne rechi già i sentori. Esso è infatti più radicato al mito e alla parte fiabesca del barone rispetto alle piene espressioni di opere come La Spada di Welleran, ma ci mostra già gli incanti sinistri e le agrodolcezze di questo incredibile narratore in molte componenti: nella sua essenza composta di sogni illusori, nei maligni vampiri alati che lodando il demonio rondano in volo la crepa nelle mura della fortezza che apre visione sugli abissi stellati, meravigliosi ma disturbanti, o nella sua cronaca post-finale che ci fa sentire sedotti e abbandonati. Il racconto rappresenta una tappa imprescindibile nella storia della Fantasy e sarà certamente fondamentale per generare gli umori della Sword and Sorcery che risponderà affermativamente alla Heroic Fantasy britannica di Morris e Dunsany. La Spada Talismanica sarà rappresentativa nell’Heroic Fantasy britannica già dal 1896, con Broadcleaver impugnata da Osberne Wulfgrimsson in The Sundering Flood, che rappresenta anch’esso un atto di rielaborazione psicologica delle concezioni del romanticismo, seguiranno similmente Sacnoth e La Spada di Welleran, a completare un trittico di spade talismaniche che sono accompagnate dai tormenti dei loro portatori, ma che coronano, ciascuna a suo modo degli atti determinanti con una valenza decisiva e concreta per la comunità, basati su differenti suggestioni del romanticismo. L’idea di fondo che anima Leothric, sebbene il mondo in cui si muove presenta già tutto ciò che caratterizza le particolarità di Lord Dunsany,  è maggiormente verso quello di Walter Golden e di Osberne Wulfgrimsson – che è tuttavia un personaggio di gran lunga più tormentato di Leothric – rispetto a quello di Rold ne La Spada di Welleran. Ma si avrà occasione più adatta di parlare di queste differenze. Ci si trova a considerare il fatto che l’ascia di Kull, arma che non è talismanica, sia il completamento perfetto allo strato creativo che le tre sopracitate opere britanniche hanno steso in momenti decisivi della Fantasy. Essa non è magica, ma si sostituisce, pur metaforicamente allo scettro assumendo una sua vitalità comunitaria e sociale. A prescindere tuttavia dal pensiero che anima le capillari profondità delle prime storie della Heroic Fantasy, nel caso di Lord Dunsany si riscontrano dei valori universali che accomunano tutti i suoi racconti e che non appaiono dissimili da quelle bellezze che animano lo stile poetico “senza tempo” di John Keats o di Algernon Swinburne.

Note

¹ Frase tratta da “Lord Dunsany: Master of the Anglo-Irish Imagination (Contributions to the Study of Science Fiction & Fantasy Book 64)”

² Frase tratta dall’introduzione di William B. Yeats del volume Mondadori 2020 a cura di Massimo Scorsone (elencato anche di seguito)

[1] Tutte le storie oniriche e fantastiche, Di Howard P. Lovecraft, A Cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Newton Compton, 2004

[2] Lord Dunsany – Il Libro delle Meraviglie e altre fantasmagorie, Di Lord Dunsany, A Cura di Massimo Scorsone, Oscar Draghi Mondadori, Mondadori, 2020

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