Recensioni: “Atlantide e i mondi perduti” di Clark Ashton Smith


Dettagli

Titolo: “Atlantide e i mondi perduti”

Autore: Clark Ashton Smith

Illustratore: copertina di Malleus, all’interno disegni di Greta Grendel e sei foto di sculture dell’autore

Curatore: Giuseppe Lippi

Collana: Oscar Draghi

Editore: Mondadori

Pagine: 612 pagine

Prezzo: 25€ (Ebook: 7,99€)


Sinossi

Nel testo troviamo i cicli completi di racconti weird e sword and sorcery, comprensivi di alcune poesie, frammenti e una sceneggiatura teatrale, di Atlantide, Averoigne, Zothique e Xiccarph. Si tratta dei maggiori cicli di Smith, a cui s’affianca quell’escluso di Iperborea. Con una poesia che si fa prosa, C.A. Smith trasporta il lettore in realtà diverse, lontanissime proiezioni del nostro mondo nel passato e nel futuro, dove scienza e magia si fondono, credenze e usi hanno lo stesso valore di leggi fisiche e la morale degli uomini è spesso serva del vizio e della ricerca di sempre maggior potere, tra temi e soggetti cari a romanticismo e decadentismo. Considerato dallo stesso H.P. Lovecraft, suo corrispondente e infine amico, un maestro del “dibolico-straordinario” C.A. Smith piega trama, registro e ritmo d’ogni frase al fine non di regalare al lettore mera evasione, ma pieno coinvolgimento, con racconti che risultano un unicum non solo coerente ma pienamente armonico.     


Commento

È importante per il lettore di questa recensione sapere che chi la scrive considera Clark Ashton Smith un nume. Ne consegue che si potrebbe ritenere il resoconto non obiettivo, anche se cercherò di riportare tutte le caratteristiche della pubblicazione, che potranno essere viste come pregi o difetti dal lettore a seconda dei suoi gusti. Non potrò però evitare che il mio entusiasmo metta in evidenza le scelte di Smith che, per capacità e dedizione alla sua opera, ne fanno per me (e non solo) un autore di valore straordinario.

Per quanto riguarda la prima e subito evidente caratteristica della pubblicazione – il suo aspetto meramente estetico – sebbene sia vero che i libri non vanno normalmente giudicati dalla copertina, e forse neppure dall’impaginazione o dalla scelta del carattere di stampa, si fa presto a dare un giudizio: è un Oscar Draghi di Mondadori, una collana che con la sua cura dei dettagli riesce a dare grande valore (avrei detto nobilitare, ma è troppo forte) a opere, per quanto valide, non certo comparabili al lavoro di Smith. Anche l’introduzione del curatore Giuseppe Lippi è ben fatta, ricca di informazioni e spunti interessanti, e coinvolgente nella lettura. Impreziosiscono il tutto le cartine dei quattro mondi fantastici e le foto di sculture realizzate da Smith stesso. Quindi, se il costo pare alto, si può subito affermare che ne è giustificato ogni centesimo.

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Calandoci nell’ambientazione, abbiamo quattro diversi mondi: Atlantide, mondo di scienza e magia che avanza inesorabilmente verso l’inevitabile inabissamento, che nessun essere umano, per quanto potente, può evitare; Averoigne, regione immaginaria d’una Francia a cavallo tra druidismo e l’alba della rivoluzione dove, tra viaggi temporali e incantesimi, all’orrore di fantasmi e demoni s’affiancano gesta cavalleresche ed erotismo; Zothique, il mondo che verrà quando il nostro sole starà per spegnersi e illuminerà con luce rossa terre desertiche, rovine esotiche e regni da “Mille e Una Notte”, governati da negromanti e divinità necrofile; Xiccarph, un mondo altro, uno dei sei pianeti di un sistema di tre soli, uno giallo, uno rosso e l’ultimo smeraldo, governato dal mago-scienziato Maal Dweb. Pur essendo i cicli tra loro diversi, possiamo sicuramente dire che li uniscono tre tratti: la valenza indubbiamente allegorica e metaforica d’alcuni luoghi ed eventi, che si rivela riflettendo al termine della lettura dei racconti; l’incomprensibilità del diverso, che sia riferita alle menti aliene di esseri quasi divini o all’arte di alcuni uomini eccezionali, padroni di segreti immaginabili, che al lettore non può che risultare una fusione di scienza e magia. Fusione perfetta, data sicuramente dalla volontà dell’autore d’elevare questi suoi personaggi oltre la condizione dei comuni mortali benché umani restino; infine le atmosfere per lo più tetre e orrorifiche, con tratti onirici, dove spesso i protagonisti si lasciano guidare dalle loro pulsioni o semplicemente non possono resistervi. 

Per trama e contenuti siamo dunque nel pieno di sword and sorcery e weird, con racconti che hanno più dell’uno o più dell’altro da caso a caso. È però importantissimo sottolineare per quale aspetto le storie di Smith sono differenti da tanta altra produzione di genere: hanno la principale ragion d’essere nella loro fortissima denotazione romantica e decadente. Tali tematiche molto spesso non sono semplicemente funzionali alla trama: ne sono il fulcro, e portato alle estreme conseguenze. Per fare alcuni esempi, ripensando alla mia tesina dei lontani tempi del liceo in cui affrontavo il titanismo tra Nietzsche e il Faust di Goethe, se allora avessi letto il racconto “L’idolo oscuro” del ciclo di Zothique non avrei potuto non citarne il protagonista Namirrha, incarnazione a mio avviso perfetta di Streben e Sensucht, che “in un delirio di orgoglio, si ritenne pari a Thasaidon, signore del Male”; se qualcuno mi chiedesse oggi un’immagine estrema che identifichi un possibile l’ultimo approdo della deriva della decadenza, non potrei non citare “Il giardino di Adompha”, dello stesso ciclo, che resterà nella memoria di ogni lettore. Ma sono molti altri gli esempi simili contenuti in “Atlantide e i mondi perduti”, come le figure dello stregone Atlantideo Malygris o dell’incantatore Maal Dweb di Xiccarph, o le diverse vicende cavalleresche e amorose del ciclo di Averoigne. Ad ogni modo, coerentemente con il genere, l’intreccio non è mai troppo sviluppato. 

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Esaminando gli aspetti stilistici e tecnici, inizio riportando una citazione dell’autore, come fa lo stesso Giuseppe Lippi nell’ottima introduzione all’opera:

Il mio tentativo cosciente è stato quello di ingannare il lettore in modo da fargli accettare un fatto impossibile, o una serie di fatti impossibili, grazie a una sorta di magia nera verbale; per ottenerla faccio uso del ritmo della prosa, di metafore, similitudini, tono del colore, contrappunto e altre risorse stilistiche, come in una sorta d’incantesimo”.

Va da sé che se Lippi non avesse pensato che Smith abbia raggiuto il suo obiettivo, non avrebbe riportato queste parole. Ne dovrebbe conseguire che chi mi legge possa comprendere come io abbia affrontato la recensione di questa raccolta di racconti con un certo timore, e la voglia di fuggire cavandomela con un onesto e sincero, ma forse troppo sintetico e propriamente ermetico, “m’illumino d’immenso”. Scusandomi con Ungaretti per averlo scomodato, senza stare qui a spiegare come un autore appassionato come il sottoscritto possa considerare il recensire Smith alla stregua d’un importante rituale di passaggio all’interno d’un percorso iniziatico, voglio comunque tentare d’esplorare le caratteristiche della tecnica smithiana, per far sì che anche in questo caso chi mi legge possa valutare ogni aspetto secondo il suo gusto.

Con un registro carico di note barocche e un costante studio del termine più appropriato per significato, Smith pare scegliere con cura ogni significante per dare allo scritto il giusto colore, anche ricorrendo a termini ricercati e desueti, senza però che questo diventi mai eccessivo o artificioso. Ovviamente questo ha un costo, dato dalla possibile necessità del lettore di dover ricorrere ad un vocabolario.

Il tempo stesso della frase, il suo ritmo, è studiato, ma non ricorrendo a un uso improprio o naïve della punteggiatura, o peggio cercando di trasporre il parlato in scritto come fanno molti autori contemporanei: tutte le virgole e i punti stanno dove la regola vuole che stiano, mentre un aggettivo o un avverbio in più o in meno, la stessa lunghezza delle parole e la posizione dei costituenti della frase stabiliscono il ritmo. Questo unisce, a mio avviso, perfettamente prosa e poesia, senza creare moderni ibridi mostruosi.

Metafore e similitudini, che contribuiscono al gioco di contrasti che esalta il colore degli scritti, non sono mai forzate o artificiose, tanto da risultare subito assimilate durante la lettura, prive di quel peso eccessivo che potrebbe portar loro troppa attenzione distraendo dalla trama.

In sintesi, l’incantesimo di Clark Ashton Smith funziona, rendendo evidente la differenza tra mera evasione e coinvolgimento. 

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A quanto detto quanto sopra sulla cura visibile nel singolo racconto, si aggiunge la scelta di Smith di incorporare nei cicli veri e validi testi poetici, sceneggiature e opere scultoree (in foto nel testo), che rendono ogni ambientazione più viva, piena e trascinante, quindi più “reale” e funzionale al viaggio onirico letterario del lettore. Ritengo che per lo stesso autore i mondi da lui creati avessero infine assunto una realtà transitoria.

In conclusione, non sorprende che siano molti gli estimatori di Smith. Per ulteriori approfondimenti, tra i tanti articoli e saggi che si possono trovare sul web, consiglio la lettura dei seguenti pezzi di Lorenzo Pennacchi e Samuele Baricchi:

https://axismundi.blog/2020/10/03/poseidonis-la-caduta-di-atlantide-vista-da-clark-ashton-smith/

https://axismundi.blog/2020/07/05/il-geist-il-mana-e-la-magia-naturalis-nello-swordsorcery-di-clark-ashton-smith/

Sono costretto ad ammettere la possibilità statistica che qualcuno possa non apprezzare questa opera, ma mi aspetto che tra gli appassionati del fantastico si scenda a valori percentuali tutt’altro che sensibili. Qualcuno a cui non piacerà, nel mondo ci sarà pure: e per quanto a loro possa interessare, a questi pochi lascio, a là Voltaire, la possibilità d’esprimersi. Comunque io consiglio questa lettura a tutti. E con l’occasione mi è gradito ricordare che Italian Sword&Sorcery Books, considerando da sempre l’opera di Smith come fondamentale, celebra il maestro con vari riferimenti nelle sue pagine web e ha prodotto un’intera raccolta di racconti di chiara ispirazione smithiana, scritti da Nicola Lombardi, intitolata “Iperborea, Oscuri Canti”. Un approfondimento in merito, a firma di Andrea Gualchierotti, lo si può trovare nell’archivio de “L’intellettuale Dissidente“: 

Iperborea, Oscuri Canti – L’ Intellettuale Dissidente


 

Scritto da

Classe 1981, nato a Rieti, dove il verde non manca e si respira ancora un po’ di magia tra boschi, laghi e santuari. Ha sempre viaggiato molto, sin da ragazzo, alla ricerca dell’incanto di paesaggi diversi ed ha continuato a viaggiare per studio in tre continenti, per lavoro e per passione. Nelle descrizioni delle sue ambientazioni, fantasy e non, c’è infatti poco d’inventato, perché non c’è nulla da aggiungere, se non la giusta storia, alla bellezza del grande nord o delle creste vulcaniche d’isole quasi incontaminate. La magia che non ha potuto vivere direttamente l’ha cercata nella lettura, e ha chiari numi cui ispirarsi: H.P. Lovecraft, E.A. Poe, E. Salgari, C.A. Smith, J.R.R. Tolkien, King, Chambers e Howard.

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